La pervasiva megalopoli terzomondiale del neoliberalismo (2006)

La metropoli del terzo mondo sta per caso superando la cultura occidentale? Tsotsi, film sulle bande di Johannesburg, uscito in Gran Bretagna questo mese, ha vinto l’Oscar del 2006 come miglior film in lingua straniera. Un altro Oscar è andato a The Constant Gardener, trama di forze oscure al lavoro a Nairobi il cui regista, Fernando Meirelles, è balzato alla fama internazionale nel 2002 col suo ritratto di una favela di Rio, City of God. Il Raindance Film Festival dello scorso ottobre è culminato con la proiezione di Secuestro express, una pellicola sulle bande di sequestratori di Caracas. E alla fine del 2004, due libri in cima alle vendite esploravano la feroce competizione fra mondo normale e malavita a Mumbai: Maximum City di Suketu Mehta, e Shantaram di Gregory David Roberts, che diventerà l’anno prossimo un importante film di Hollywood diretto da Peter Weir.

Sono i primi sintomi di una enorme trasformazione nel modo di percepire occidentale del mondo: la metropoli terzomondiale che diventa simbolo del “nuovo”. E si tratta di qualcosa di ancora più elettrizzante per la sua improbabilità: quegli slum soffocanti non sono troppo esausti, moribondi, per poter proporre il futuro? Eppure, mi sembra stia avvenendo proprio questo. Se per buona parte del XX secolo è stata New York, insieme alle sue luccicanti imitazioni, a simboleggiare il futuro, ora lo è la torreggiante, distesa all’infinito, estemporanea città-nazione del terzo mondo. L’idea della città totale, centralizzata, efficiente al massimo, programmata, ha da tempo perso il suo appeal futurista: la sua fiducia, la sua ambizione, si sono trasformate in ansia e sensazione d’assedio; l’ossessione dell’omogeneità ha indotto fantasie contrarie di insubordinazione, eccessi e forme di vita in caotica varietà. Desideri che trovano sbocco, velocità, ecologia feconda, nella metropoli terzomondiale.

Perché questo? Tanto per cominciare, i rumori che arrivano scoppiettanti dal terzo mondo hanno smesso di essere strani. Uomini d’affari cinesi e indiani ostentano arroganza acquistando quote azionarie di maggioranza in Europa e America; circolano storie di miliardari asiatici che comprano case a Belgravia a prezzi da record. C’è una vaga consapevolezza di qualcosa di monumentale che sta accadendo lontano, di creazione di ricchezze straordinarie che vanno oltre la semplice imitazione. Gli osservatori più percettivi vedono qualcosa che ispira timore reverenziale: uno sguardo metropolitano occidentale non avrebbe potuto immaginare un mondo così privo di centro, così poco sentimentalmente appiattito dalla tecnologia e dal capitale. Qualcuno ha sentito voci di “turismo sanitario”, frotte di persone che si precipitano dal Regno Unito a Delhi e Mumbai per ottenere operazioni che il National Health Service non può offrire; e, contemporaneamente intimoriti e spaventati, si chiedono che tipo di menti, di proporzioni possono esistere in quei luoghi per poter sognare quei progetti. Tutto ciò che era “indietro” ruota su sé stesso e si porta avanti, pieno di grandi e misteriose promesse.

Le storie non arrivano solo da lontano, perché la città del terzo mondo si è infiltrate anche nei più intimi e sicuri rifugi dell’occidente. Lo sprezzante parlare di “laboratori clandestini” cinesi che non si adegueranno mai alle regole dell’Unione Europea non cambia il fatto che tanti contenuti di ogni casa d’occidente sono “made in China“. La maggior parte degli europei e americani è così ignorante su come le cose vengono fabbricate che la produzione di oggetti nelle loro vite appare come una specie di alchimia asiatica. C’è di più: la città del terzo mondo ha molte economie, non solo una, e anche queste si esportano. Gran parte delle città occidentali hanno allegramente ceduto all’economia pirata internazionale di CD, DVD, software e prodotti griffati fabbricati a Lagos o Shenzhen quasi contemporaneamente agli originali di Parigi o della California, e quasi con la medesima qualità.

Ci sono altre, meno gradevoli, infiltrazioni. Se le borse da 50 € “Louis Vuitton” hanno un ovvio fascino, chi può dire lo stesso di immigrati illegali e terroristi? L’occidente un tempo sembrava godere di immunità dalla violenza del terzo mondo, ma è un’immagine che diventa sempre più sfocata. Il fascino di Dirty Pretty Things, il dramma di Stephen Frears del 2002 sugli immigrati clandestini a Londra, si basava sulla preoccupata sensazione che l’attività dei rapimenti per prelievo di organi del terzo mondo potesse interferire nel tranquillo ordine delle cose nel servizio sanitario occidentale. Nel bene o nel male, ad ogni modo, è lo stesso: l’immagine della città del terzo mondo fluttua insistentemente dietro alle più strabilianti nuove formazioni della vita in occidente, e il segreto di tutto quanto “noi” stiamo diventando sembra essere custodito non “qui”, ma “là”.

Quello che è più sconcertante è che le città del terzo mondo si sono guadagnate questo posto senza seguire le regole. Secondo lo sperimentato processo dello “sviluppo”, città e stati raggiungono la maturità solo quando le popolazioni hanno raggiunto uno standard di linguaggio e cosmologia, povertà abbastanza contenuta, chiare divisioni nell’uso dello spazio – umani e animali, case e fabbriche – e imposto un codice di leggi unificato. Chiaramente, queste sono cose che non avvengono a Mumbai o a Shanghai, e pure quei posti stanno producendo cose a cui chiunque può guardare. I turisti occidentali hanno commentato per decenni l’ingegno della strada del terzo mondo – “non sapevo ci fossero tanti modi di fare soldi” – ma ora vedono l’ethos di improvvisazione di queste città-bricolage elevato a forma di ambizione globale, e capiscono che l’improbabile potenziale della città terzomondiale non era per niente improbabile. Si può pensare, in realtà, che le città da cui discenderanno i grandi pensieri del futuro possano non apparire del tutto familiari ad americani ed europei.

Ciò sembra anche più probabile se si confronta l’intensa vulnerabilità delle città occidentali alla diversità e all’oltraggio, con la radicale varietà delle città terzomondiali. La felice finzione del solido liberalismo europeo è discutibile, se fallisce anche nel trovare spazio a un solo gruppo di dissidenti: i politicamente alfabetizzati Musulmani che vogliono affermare una diversa visione di vita sociale e di legge. Paragonata a questo, la mia città adottiva di Delhi, che ha i suoi contrasti e violenze, appare positivamente tranquilla, specialmente se si riflette che deve tenere in equilibrio le domande di vita di 15 milioni di persone, con così tanti linguaggi e cosmologie, tanto varie nozioni di commercio, legge, tutela della salute e istruzione, da non poter essere davvero considerati una “popolazione” nel senso europeo della parola. “Quando se ne andranno via tutte queste vacche, tutti questi cammelli?

Quando queste strane varietà di uomini saranno finalmente bandite e l’India diventerà moderna?” chiede il turista. Ma dimentica due verità cruciali: primo, che il progetto secolare dell’Europa di bandire tutte le forme di vita che non può capire o con cui empatizzare, è stato un processo violento e distruttivo; secondo, e più importante, che Delhi è già moderna, e questo – tutto questo – è come appare. É una forma alternative di modernità: forma guizzante e agglomerativa che sembra, a questo punto della storia, più capace della modernità occidentale di sostenere una diversità radicale: meglio equipaggiata, forse, per il principio della globalizzazione.
Questo ci porta al sospetto più perverso. Forse la città del terzo mondo è qualcosa di più della fonte delle cose che definiranno il futuro, in realtà è il futuro della città occidentale. Forse qualcuno di quei turisti che guardano al terzo mondo per un’immagine del proprio passato stanno riflettendo a disagio su come le realtà base di quella città terzomondiale stiano diventando più pronunciate, nella loro: vaste distanze fa settori della popolazione attraverso le quali non può passare alcun flusso di simpatia e informazione; luccicanti quartieri recintati; economie parallele e sistemi legali; quantità crescenti di persone che no hanno più nessun desiderio o possibilità di partecipare al sistema ufficiale; innovazioni nell’edilizia residenziale fatte di lamiera ondulata e teli di plastica.

Ma forse non siamo ancora pronti a contemplare la possibilità che il nostro desiderio di costruire la mappa dell’universo in libri e film sia determinato da quello di orientarci meglio alla sopravvivenza a Londra, New York o Parigi.
La nostra cultura mediatica in rapido movimento, che cerca sempre di acchiappare un’immagine del ”nuovo” che possa essere usata per produrre più stupore, opera in zone leggermente più avanti della conoscenza. L’ascesa della Cina per molti resta un fantastico rumore, ma con la cieca sensazione di questo mutamento di grande scala che si accumula, diventa possibile per i media elemosinare una nuova forma di futurismo: una strana e abbagliante ipermodernità che sbalordisce la comprensione occidentale.

Va detto, comunque, che le immagini che vediamo in questi libri e film in genere non sono graziose. Gli spettacoli più grandiosi e di successo dei media sono invariabilmente pieni di pericolo, e questo non fa eccezione. Nel diletto erotico di queste sbadiglianti forme di vita, che si ergono con tanto titanica ambizione, con tale indifferenza alla storia dell’etica ed estetica occidentali, c’è il terrore e l’eccitazione di un desiderio di morte.

da: New Statesman, 27 marzo 2006; Titolo originale: Maximum cities – Traduzione di Fabrizio Bottini

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