L’Inquilino Fantasma del 30° Piano

All’undicesimo piano di una torre alla periferia di Hong Kong, viveva sola una ottantaseienne in un piccolo decrepito appartamento. Raramente qualcuno della famiglia andava a farle visita. La figlia si era sposata a Macao e adesso abitava lì col marito e due figli. L’altro figlio era morto anni fa e il nipote studiava all’università in Inghilterra. Una sera a settembre l’anziana cercando di cambiare una lampadina era caduta rompendosi una gamba. Non poteva muoversi e nessuno sentiva le sue grida di aiuto. Nel giro di due giorni era morta di disidratazione, e ci vollero altri tre giorni prima che i vicini chiamassero le autorità perché la puzza era diventata insopportabile. La polizia ha rimosso il cadavere e avvisato la famiglia. Si è tenuto il funerale.

Poche settimane dopo il padrone di casa ha fatto ripulire da cima a fondo l’appartamento per rimetterlo sul mercato dell’affitto. Dato che la morte dell’anziana non era stata per omicidio o suicidio l’alloggio non stava su nessuno degli elenchi online di Hong Kong di case infestate dai fantasmi. Per renderlo più attraente il proprietario aveva anche abbassato leggermente l’affitto, e questo era bastato a interessare una studentessa universitaria di nome Daili, appena arrivata dalla Cina continentale. La prima notte passata nell’appartamento Daili vide in sogno il viso sfocato di una vecchia. Non ci fece caso più di tanto e la mattina dopo andò a comperare delle piante da mettere sul balcone. Appese un vaso di begonie a un gancio che sporgeva dal soffitto del balcone superiore.

La notte successiva, Daili rivede in sogno quel volto di anziana, e poi ancora ogni notte mentre i tratti si fanno sempre più definiti. Quella donna le parla, le chiede cose come: Perché non vieni da me? Dove sei? Quando tornerai? Il sogno si ripete, e Daili comincia a faticare a prendere sonno. Qualche volta invece di restare lì sveglia va sul balcone a bagnare le piante e guardare la luna. Una notte il sogno si fa particolarmente vivido e anche dopo essersi svegliata ed essere andata sul balcone Daili quella voce non smette di sentirla. Vieni a trovarmi. Dove sei? Daili sale la scala a pioli per bagnare le begonie in cima al balcone. Sono così sola. Tu non vieni mai. Daili versa un po’ d’acqua nel vaso. Ho bisogno di te, adesso! «OK» risponde Daili: guarda giù dal balcone e salta dalla cima della scaletta per undici piani verso la morte.

La polizia classifica un suicidio, e l’appartamento entra nell’elenco di quelli infestati. Il proprietario non ha alternativa al praticare uno sconto sull’affitto del 30% e sperare di trovare qualche inquilino che non crede ai fantasmi. Quando uno studente universitario di Hong Kong mi spedì questa storia, che ho quasi alla lettera tradotto dal cinese, sapevo che non era vera. Sulla rete se ne trovano parecchi di racconti fantasiosi del genere con i fantasmi e le morti violente. Ma anche se si tratta di cose inventate, è certo che in qualche misura rispecchino esperienze e ansie di tanti abitanti delle città cinesi: anziani rimasti da soli senza famiglia nei loro ultimi giorni; spettri che perseguitano gli stranieri (fino a indurli a togliersi la vita); una pervasiva paura della morte e un timore dei fantasmi che si mescola al mercato immobiliare.

C’è qualcosa di contraddittorio. Da un punto di vista ufficiale credere nei fantasmi è pura superstizione retaggio di una società rurale tradizionale finita col progresso. Le persone che abitano le città dovrebbero secondo questo criterio essere meno superstiziose di quelle delle campagne. Ma a quanto pare credere negli spettri fa parte integrale del rapidissimo progresso dell’esperienza dell’urbanizzazione. Certo la paura dei fantasmi ha una storia antica in Cina, ma credo che l’urbanizzazione la trasformi e la renda ancora più profonda. Paure che distorcono la vita sociale e cambiano l’idea di spazio urbano, mescolandosi alle memorie evocate o rimosse dei morti. Credere nei fantasmi nella Cina urbana contemporanea assume forme ambigue: non tutti ammettono di crederci, ma quasi tutti quelli che ho incontrato in decenni di ricerche etnografiche tra Nanjing, Shanghai, Jinan e Hong Kong si comportano come se esistessero davvero. Prendono certe precauzioni andando al cimitero o entrando nelle imprese di pompe funebri; si appuntano certi edifici che sarebbero infestati; evitano di parlare dei morti o di citarli, e non vogliono avere a che fare con appartamenti che in qualunque modo si possano definire «abitati dai fantasmi».

Lavoro come antropologo in Cina dalla fine degli anni ’80. Abitavo nella regione rurale della provincia di Shandong, quando erano pochissimi i non cinesi con l’occasione di stare nei villaggi. Arrivato a Shandong per studiare le interazioni sociali tra le famiglie contadine, fu lì che per la prima volta sperimentai le pratiche dei funerali di campagna, molto simili in tutto il paese. Quando qualcuno muore di solito il corpo del defunto viene tenuto in casa nella bara – di cedro, oggi refrigerata – qualche giorno in attesa del funerale. Le persone vanno in visita a mostrare il proprio rispetto al morto, e presentare le condoglianze alla famiglie. Il funerale viene organizzato dagli anziani, e poi il corpo è o sepolto nei terreni del villaggio, o prima cremato e poi sepolto. Ma in tutto il tempo che ho trascorso in Cina non mi è mai capitato di sentire nessuno lamentarsi perché il vicino teneva un cadavere in casa. Mai successo che qualcuno dicesse dei campi dove lavorava, e dove c’erano sepolti i parenti, che fossero «infestati dai fantasmi». Credevo che tutto ciò che riguardava morti e funerali fosse simile in città. Ma non sapevo nulla delle pratiche funerarie urbane. Dopo quelle esperienze rurali nella provincia di Shandong, avevo visto pochissimi servizi funebri urbani di amici o parenti (mia moglie è della città di Nanjing). Ma tutto è cambiato iniziando a studiare sistematicamente in un programma di ricerca l’argomento del funerale urbano cinese.

Nel 2013, ho iniziato con delle interviste a chi lavorava nel settore andando nelle imprese di pompe funebri e nei cimiteri di diverse città, in particolare Nanjing e Hong Kong. Scoprendo come le pratiche funerarie nella Cina urbana siano considerevolmente diverse da quelle rurali. In genere, le popolazioni delle campagne sembrano avere meno timore della morte, dei corpi dei cadaveri e dei luoghi di sepoltura, rispetto a chi abita in città. Appena trovato, un cadavere a Nanjing, Shanghai o Hong Kong, è spostato dalla stanza di casa o ospedale in cui sta, all’obitorio o in una impresa di pompe funebri. Il funerale è gestito da professionisti e non dai membri della famiglia. Dopo la cerimonia il corpo viene cremato, e le ceneri sepolte in terra o collocate in un colombario in estrema periferia (a Shanghai ho impiegato più di due ore sui mezzi pubblici per raggiungere il grande cimitero di Fu Shou Yuan).

Quando descrivevo agli abitanti delle grandi città cinesi – che vivono in grandi edifici ad appartamenti – le pratiche funerarie delle aree rurali, ottenevo reazioni di disgusto. Un signore di Nanjing si diceva particolarmente disgustato all’idea di tenere un cadavere in un appartamento, anche dentro un compartimento refrigerato e senza alcun rischio di cattivo odore. Agire così, pensava, avrebbe portato sfortuna e vergogna a tutti gli abitanti dell’edificio. Inoltre, aggiungeva, era contrario alla legge tenere un morto in un complesso ad appartamenti. E quando ero andato a chiedere di quella legge a dei funzionari pubblici di Nanjing e Hong Kong, mi avevano confermato che per qualunque cadavere in casa si doveva avvisare immediatamente la pubblica amministrazione, perché fosse spostato da lì appena possibile.

In Cina, nelle città, è contrario alla legge anche rendere pubblico un decesso. Alcuni miei studenti all’Università di Hong Kong provenienti da piccoli centri nelle aree centrali del paese, mi raccontavano dei funerali di casa loro, dove per chi era arrivato a partecipare alla cerimonia venivano piantate delle tende fuori dagli edifici ad appartamenti. Qualcosa che è stato invece vietato oggi nei grandi centri come Shanghai o Tianjin. A Nanjing, ho visto piccoli altari domestici dentro ad appartamenti familiari con foto dei defunti, in sostituzione dell’abitudine di tenere a casa il morto. Amici e parenti visitano l’altare domestico in segno di rispetto. A causa dell’andirivieni di questi ospiti e dei molto visibili simboli di morte attorno all’appartamento, gli altri abitanti venivano comunque a sapere del defunto. A Nanjing, qualcuno praticava il rito degli altari, ma altri trovavano la cosa disgustosa. Come mi raccontava una donna in una intervista: «Come osano quelle famiglie essere tanto rozze da rendere pubblica qualcosa di così cattivo auspicio come un morto nel loro palazzo ad appartamenti?».

Nelle varie grandi città dove passavo, da Shanghai a Pechino, tutti mi ripetevano come nessuno usasse più quegli altari domestici. A Tianjin, quindici milioni di abitanti, ho visto un annuncio ufficiale che spiegava come l’altare domestico fosse illegale negli appartamenti. Se i vicini ne denunciavano uno scattava una grossa multa. Più grande la città, più probabile che nessuno voglia saperne di un defunto nel palazzo ad appartamenti, e altrettanto probabile che sia illegale qualunque pubblicità alla morte. Parlando coi professionisti delle pompe funebri verso il 2010, apprendevo come questa repulsione urbana per la visibilità della morte si accompagnava ad atteggiamenti di estrema cautela nell’avvicinarsi a qualunque luogo connesso ai defunti. Gli operatori urbani dei funerali spesso dovevano spiegare alle famiglie come contrastare l’energia negativa dei fantasmi, tenendo conto della dicotomia Yin Yang, che permea luoghi come cimiteri o imprese di pompe funebri. La componente negativa Yin si contrasta con attività Yang, come consumare bevande calde e dolci, frequentare spazi affollati, o con rituali del passo di fuoco. A Shanghai e altre città esistono spazi attrezzati per il passo di fuoco sulle soglie delle imprese di pompe funebri.

Dopo un funerale a Nanjing, ho visto un addetto accendere un piccolo falò di sterpi su una piattaforma di metallo nel parcheggio. Tutti i partecipanti al funerale ci passavano sopra prima di andarsene per assorbire energia Yang e contrastare l’influsso negativo Yin del tempo passato vicino alla morte. Non mi era mai successo nei funerali di campagna. Nelle grandi città cinesi pare che le persone temano la morte e il luoghi ad essa correlati monto più di quanto succede nelle aree rurali. Basta il pensiero di un defunto nell’appartamento del vicino a disturbare. L’urbanizzazione sempre più accelerata intensifica il timore della morte. Una paura che conduce all’eliminazione dell’area urbana di tutto ciò che con la morte è connesso. In tutta la Cina cimiteri e pompe funebri si spostano lontano dal centro. Con la rapida espansione si tratta di una continua rimozione e rilocalizzazione di queste strutture pubbliche, come i crematori, e si scavano molti cimiteri. Un funzionario di Nanjing mi spiega anche perché: «La gente ha paura dei fantasmi. Il valore immobiliare vicino ai cimiteri è sempre più basso che altrove. Dunque per tutelare quel valore la pubblica amministrazione cittadina li allontana sempre più dal centro».

Raccontavo una volta a un funzionario del settore funerario di Nanjing dello spargimento delle ceneri di un mio parente nel suo giardino preferito. E lui replicava: «Noi non possiamo certo consentire queste cose nei nostri parchi pubblici. La gente ha paura dei fantasmi, e smetterebbe di frequentare i parchi se pensasse di potercene trovare. Quindi è illegale spargere i resti delle cremazioni, anche se non inquinano e sono indistinguibili dalla terra». A Hong Kong, questa paura della morte rispecchia quella del continente. E condiziona la gestione dei riti e delle strutture funerarie. Nel 2022, a Hong Kong quelle strutture erano solo sette, più circa 120 operatori autorizzati, che possono organizzare funerali ma sono privi di spazi e strutture. Solo chi ha cominciato questa attività prima delle leggi di regolamentazione del nuovo secolo può ancora esplicitamente pubblicizzare i propri servizi, esporre bare nel negozio, tenere ceneri da cremazione. Attività classificate di Tipo A con specifica licenza. Quelle di Tipo B non possono tenere bare in esposizione o resti di cremazione se qualche vicino se ne lamenta. Le attività classificate di Tipo C hanno ulteriori limitazioni, come la proibizione di usare la parola «funerario» sulle insegne esterne.

La logica non è diversa da quella che mi raccontavano a Nanjing: se un vicino ha qualcosa contro la morte o i cadaveri, o si teme che possa influire sul valore immobiliare o sull’immagine delle attività commerciali circostanti, si ha il diritto di porre limitazioni alle imprese di pompe funebri. In pratica ciò significa condizionare tutti gli esercizi con licenza di Tipo B e C. Oggi gran parte delle attività classificate Tipo A si trovano nella zona Hong Hom residenziale di Hong Kong, e molti appartamenti si affacciano con le finestre su qualche negozio o insegna del genere. Appartamenti che costano puntualmente meno d’affitto di quelli senza quel panorama. A Hong Kong, come ci insegna il racconto del suicidio di Daili, esistono elenchi consultabili online di «appartamenti infestati» dove è morto qualcuno in circostanze inusuali: commercializzati in vendita o in affitto a prezzi scontati.

Ma perché gli urbanizzati cinesi hanno tanta paura dei fantasmi? Quattro cose da ricordare: la separazione tra la vita e la morte nelle città; l’affermarsi di una «società di estranei»; la contemporanea idealizzazione e restringimento delle famiglie; una quantità crescente di edifici abbandonati o degradati. Da notare il fatto importante che tutte e quattro le cose sono un prodotto proprio dell’urbanizzazione: l’ambiente urbano produce fantasmi. C’è altra una quinta componente distinta dalle altre ma che di fatto converge sul medesimo punto: la politica di repressione della Cina moderna.

Primo fattore: la crescente separazione tra la vita e la morte. Gli abitanti delle città di solito non muoiono a casa, ma in ospedale dove il personale fa di tutto per nascondere un morto. Anche nei casi in cui non si muore in ospedale comunque il cadavere viene rapidamente spostato verso una struttura che si occupa del funerale. Ne consegue che sono tantissimi nelle grandi città cinesi a non aver mai visto un morto. Una distanza che cresce man mano cresce quella fisica dei cimiteri e delle agenzie di pompe funebri dai centri città. Meno persone sperimentano direttamente la morte, più questa appare spaventosa. Per molti basta accennarne per evocare cattivi auspici. Il secondo fattore secondo me è ancora più importante, quello dell’ascesa di una «società di estranei». Nei villaggi di campagna i parenti vengono sepolti insieme nei terreni della comunità, mentre invece nei cimiteri urbani fianco a fianco ci sono completi sconosciuti, in una condizione che replica quella dei grandi edifici ad appartamenti dove spesso i vicini si ignorano. Nella Cina urbana almeno, il concetto di fantasma (, tradotto in caratteri occidentali gui, si riferisce a vari tipi di spiriti maligni, ma anche significativamente a persone o animali malevol) si relaziona direttamente all’idea di «estraneo». I familiari e noti diventano antenati; gli estranei diventano fantasmi. Lo spettro fa del male e va temuto.

Nel racconto riportato all’inizio, il fantasma della vecchia signora defunta porta Daili al suicidio. Nelle cerimonie di sepoltura ai cimiteri urbani di Nanjing, gli operatori funerari spesso presentano il defunto ai suoi «vicini» di tomba nella speranza che non comincino a comportarsi da fantasmi. L’economia urbana è economia di estranei: compriamo e vendiamo beni e servizi da chi non conosciamo sperando che ci considerino equamente. Anche i funerali, cosa essenziale, nelel città cinesi sono gestiti da estranei. Estranei che maneggiano quel corpo defunto nelle bare e nel crematorio, lavorano negli obitori degli ospedali o nei cimiteri (o anche nei chioschi esterni vendendo fiori o altri accessori). Così come succede in altre parti del mondo si tratta di lavoratori in qualche modo stigmatizzati. Faticano a trovarsi un coniuge, e spesso finiscono con lo sposarsi tra di loro. Non stringono la mano ai propri clienti. Mentono sul tipo di lavoro svolto e raccomandano ai figli di fare lo stesso quando gli chiedono cosa fanno i genitori.

Questa stigmatizzazione del settore economico funerario si connette alla paura dei fantasmi nei cimiteri. Vale forse la pena fare una comparazione col modo in cui si considerano i lavoratori del sesso in Cina: una donna che fa del sesso col marito è una cittadina irreprensibile; una che lo fa con degli estranei in cambio di denaro è considerata impura e potenzialmente contaminante. Allo stesso modo, chi collabora a un rito funebre di un parente in un villaggio di campagna è persona moralmente ineccepibile, mentre chi lo fa in città con degli estranei in cambio di uno stipendio deve essere tenuto a distanza. Seppellire anziani è dovere filiale; seppellire estranei ed entrare in contatto con l’influsso negativo della loro energia Yin espone ad una contaminazione spirituale. Dato che sono stigmatizzati, sia i lavoratori del sesso che quelli del settore funerario operano in ambiti dove si guadagna abbastanza bene. Perché in entrambi i casi si tengono i piedi nelle due scarpe dell’ambito familiare e di quello della monetizzata economia degli estranei.

Si lega a questo aspetto il terzo fattore componente la paura dei fantasmi nella Cina urbana: l’idealizzazione della famiglia. Il paese si modernizza e si urbanizza, ci si relazione sempre più con totali estranei, e anche la famiglia si restringe. Invece di un intero sistema sociale composto di vari gradi di parentela, l’universo del cittadino si struttura tra pochissimi parenti stretti e una più ampia società di conoscenze superficiali e totali estranei. Con la famiglia sempre più piccola il discrimine tra familiari e non si fa più netto. E la famiglia stessa si trasforma in un ideale morale, mentre il mondo esterno è quello caratterizzato da furto tradimento sfruttamento.Quando la famiglia si restringe troppo la persona resta totalmente isolata:un fantasma, come l’anziana del racconto.

Cambiano le idee sui fantasmi di un paese che si urbanizza: in Cina diventano identici agli estrane. Nella società tradizionale rurale un fantasma è considerato un parente che è stato trattato male in vita e sepolto senza una adeguata cerimonia. Dove l’universo sociale di una persona è composto quasi interamente dalla famiglia, anche il bene e il male si trovano là dentro: nell’ambiente urbano si possono distinguere, la famiglia è il bene e il male appartiene agli estranei.

Un secolo fa nella Cina rurale non si celebravano neppure funerali per bambini piccoli o nati morti. I corpi erano gettati in qualche fosso perché venissero mangiati dagli animali. Venivano considerati spiriti maligni, un tipo di fantasma, che avevano invaso l’utero di una donna e sarebbero ritornati facendogli un funerale vero e proprio. Ma nel paese urbanizzato contemporaneo perdere un bambino può essere un grandissimo dolore. I bambini morti ricevono i funerali più elaborati e le loro tombe sono quelle più adorne. Un morto bambino rappresenta l’amore di una famiglia e non verrebbe mai accostato al male: la famiglia è sacra, gli estranei (e i loro fantasmi) sono pericolosi.

La quarta componente sono gli edifici abbandonati, case fabbriche interi quartieri. Luoghi che un tempo brulicavano di vita, ma poi destinati a interventi di trasformazione sono stati sgombrati. Vuoti e cadenti, ricordano alle persone di un tempo (o a chi gli abita vicino) il passato perduto. Fra le zone di trasformazione ci sono sia aree già rurali che precedentemente urbanizzate, magari non in modo densamente edificato. Dopo la ricostruzione si trasformano in nuovi quartieri con palazzi alti e tanta popolazione. A volte gli abitanti precedenti si sono opposti e hanno protestato, ma in Cina le proteste sono represse senza tante storie. Il fantasma non è solo un estraneo, ma anche qualcuno di cui non si tiene memoria ufficialmente. Il passato represso invece quella memoria la chiede, e ci pensano gli spiriti a perseguitare i viventi per ottenere adeguato riconoscimento. La politica di repressione della memoria così come praticata in Cina la rende ancora più spettrale.

Arriviamo così al punto finale: come si lega il timore dei fantasmi alla memoria e alla paura. I progetti di rinnovo urbano sono solo uno dei tanti casi in cui si suscitano proteste anti-governative, e dal punto di vista delle autorità ogni resistenza deve essere eliminata. Il regime del Partito Comunista si immagina che il proprio spirito debba vivere per sempre, mentre gli altri invece siano spiriti nemici, estranei, da cancellare. In questa prospettiva i fantasmi del passato da dimenticare – dal Grande Balzo in avanti maoista, alla Rivoluzione Culturale al Massacro di Tien an Men – sono cose da non ricordare. Ma resto convinto che questo impulso totalitario del Partito Comunista alla cancellazione dell’idea di fantasmi possa solo rafforzare la paura dell’infestazione urbana. Dovremmo provare a imparare a convivere coi nostri spettri invece di reprimerli.

In Cina, la paura dei fantasmi non è assolutamente in corso di scomparsa, uno strascico di passato rurale, ma viene prodotta dallo stesso processo di urbanizzazione, e viene ulteriormente amplificata dalla politica. La separazione tra vita e morte, l’ascesa di una società degli estranei, l’idealizzazione della famiglia e la sua separazione dalla società, la distruzione costante delle comunità di vita e produzione, la repressione della memoria, tutto contribuisce a far infestare dai fantasmi la Cina urbana. Una maledizione raccontata da storie di spettri di ogni tipo, dove si narra di spiriti risorti dall’abbandono familiare, dalle distruzioni di aree urbane degradate e ricostruite, da morti violente causate da estranei, storie come quella di Daili e della sua anziana che le appariva in sogno. Narrazioni che ci dicono come la fine della famiglia allargata e delle comunità imparentate aumenti la probabilità di morire soli, e che dipendendo sempre più dalle relazioni con estranei in ogni aspetto della nostra vita, siamo più vulnerabili.

In città, nei cimiteri, nelle strutture funerarie, ci si va solo quando è necessario, e i corpi dei defunti non si vedono quasi mai. Ma comunque la morte si apre una via dentro il nostro spazio personale. La sua comparsa improvvisa e sgradita la rende ancora più spettrale. Man mano le nostre esistenze urbane moltiplicano le relazioni con estranei, persone la cui vita e sentimenti ci risultano un mistero totale, ci saranno sempre più fantasmi a infestare la città. Quartieri rasi al suolo e ricostruiti da zero, economie urbane rivoluzionate e rifatte da capo a piedi più volte, un ritmo di evoluzione sociale sempre più accelerato e la continua repressione politica, moltiplicheranno le memorie e i loro fantasmi.

Aeon, 10 novembre 2023; Titolo originale: The haunting of modern China – Traduzione di Fabrizio Bottini; volendo proporre un accostamento tematico tra questo singolare articolo e altri testi che mi paiono analoghi citerei innanzitutto il «Fantasma di Fumo» (Smoke Ghost) di Fritz Leiber qui evocato nel racconto Pelle d’Animale, e poi le atmosfere di abbandono e inadeguatezza socio-culturale post-familiare di Solitudini

Immagine di copertina: Jae C Hong/AP, The Standard

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