Magia verdastra

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Foto M. L. Ruiu

Tutte le volte che per qualche motivo mi capita di chiedere un po’ in giro, scopro che il thriller-horror Magia Rossa, di Gianfranco Manfredi (Feltrinelli, 1982) l’hanno letto abbastanza in pochi. E non consola che adesso venga riproposto in confezione nazionalpopolare da un altro editore, con sottotitolo La rivolta degli spettri e una copertina patinata in classicissimo stile fantasy da edicola della stazione. Perché dentro la grande pentola del consumo veloce di questo genere di prodotti standardizzati probabilmente se ne perdono certi caratteri che all’epoca risultavano invece piuttosto chiari: quando non si sa più a cosa attaccarsi, spuntano i misteri, le religioni fumose, la dimensione magica e indefinita. A creare guai. La storia, per i tanti che non la conoscono si può anche riassumere così, senza togliere nulla all’eventuale divertimento di chi quel libro volesse comprarselo e leggerselo: negli anni ’70 un rivoluzionario deluso e frustrato decide di mettere da parte i metodi scientifici del marxismo e di passare alla magia del titolo, evocando contro il capitale forze oscure e inquietanti, assai diverse da quelle del proletariato organizzato, ma che col proletariato in fondo hanno parecchio da spartire. Al fascino del racconto, anche a parte questa fondamentale premessa, giovano gli scenari di dismissione industriale monumentale in cui si svolge, a sua volta dentro un paesaggio naturale altrettanto spettacolare.

La svolta mistica

Torna in mente, Magia Rossa, quando si legge da qualche parte dell’esultanza di qualche gruppo ambientalista nel mondo perché si sono bloccati dei progetti grazie a convinzioni più o meno mistiche, come in Irlanda quando l’idea che abitassero gli Elfi sul tracciato di una superstrada (lo assicurava la veggente locale) l’ha fatta deviare altrove. Ora, benissimo che uno dei soliti progettoni pensati “chiavi in mano” su lontani tavoli tecnici e scaraventato sul territorio locale si sia dovuto adattare volente o nolente al contesto. E va benissimo l’uso politico della magia, degli elfi, di tutti i Pisoli Brontoli Bambi & Calimero dell’universo conosciuto, sempre che non si confonda il mezzo col fine, ovvero non si riduca tutto a una questione di fede cieca, di sovrannaturalismo vagamente rincoglionito, di sciamanesimo sciamannato. Perché appunto, ci spiegava Manfredi nel suo thriller ancora così immerso nelle paranoie conflittuali ormai sfuggite di mano di fine anni ’70, col misticismo non si sa proprio dove si andrà a finire, le forze scatenate potrebbero farci rimpiangere amaramente di averci pensato, in un momento di sconforto, come i tizi del Diavolo in bottiglia di Stevenson.

Cervelli in riflusso

E non c’è bisogno di guardare a tutte le versioni europee o globali di poltergeist trionfanti o sconfitte dai grandi progetti di trasformazione territoriale, per trovare spunti di riflessione del genere. La favola bella, o brutta a seconda dei punti di vista, la si racconta tutte le volte che invece di rispondere alle idee di trasformazione, chiamiamole di evoluzione per tradurre criticamente l’abusato inglese development, con altre idee di trasformazione, ci si trincera dietro al muro delle immanenze naturali evidentemente inventate di sana pianta, o in generale nel NO tanto in voga davanti a ogni cosa. Che appunto nato come strumento di conflitto dinamico, dialettico, a caratterizzare movimenti di matrice progressista, transustanzia spesso (almeno nelle sensibilità diffusa) nel suo contrario speculare, di pura reazione conservatrice, pochissimo colta da chi immerso nella militanza o nell’antipatia generica per le discontinuità non ne coglie la vera natura.

Strambolo

Fino allo strabismo di tante mode che auspicano certi ritorni alla tradizione a dir poco ridicoli, senza mettere nel conto neppure le immediate conseguenze di certe scelte, cosa che riflettendoci un istante salterebbe davvero all’occhio. Sostenitori del chilometro zero privi di qualunque idea di cosa possa significare per il territorio locale e gli stili di vita conseguenti praticarlo anche con una vaga approssimazione, in termini di consumi, mobilità, rapporti fra spazio pubblico e privato, addirittura forme di organizzazione familiare e politico-amministrativa. Oppositori strenui di innovazioni (non dei loro effetti collaterali nefasti, proprio delle innovazioni in quanto tali) che fatte furbescamente strisciare sotto il tappeto vengono dai medesimi strenui oppositori adottate entusiasticamente, alimentando all’infinito proprio gli effetti nefasti collaterali. Questa specie di nimbismo mentale, specie in assenza di una forte cultura simile a quella dei partiti tradizionali, che pare non abbiano trovato un corrispettivo ideale altrettanto forte nei movimenti ambientalisti, o nei comitati locali, rischia di trascinarci nella catatonia da zombie in cui esplodono le scene finali di Magia Rossa. E magari ci meriteremmo di meglio, lasciando che le favole facciano il loro mestiere di realtà parallela, senza invasioni indebite di campo.

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