Milano: Piazza Aulenti o Qatar Shopping Mall?

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Foto F. Bottini

Sui giornali dell’Italia settentrionale ogni tanto compare un servizio sul cosiddetto Bosco della Droga, ovvero quello che è il più grande mercato di eroina e cocaina low cost a cielo aperto della pianura padana e non solo, a Milano in via Sant’Arialdo. Salvo qualche peraltro interessantissima descrizione di contesto e ambiente, tutti gli articoli si focalizzano sugli aspetti polizieschi e repressivi della faccenda, oltre che su quello economico-territoriale del tutto analogo a quello di altri mercati: l’impresa si colloca in un luogo di massima accessibilità da parte dei suoi clienti, fornitori, manodopera, ovvero vicino a un nodo di trasporti straordinariamente vitale come quello di Rogoredo (metropolitana, treni regionali e nazionali, linee di trasporto locale, svincoli autostradali). Se però provassimo a leggere un po’ più attentamente l’organizzazione spaziale di questo mega-market dai vorticosi giri d’affari, scopriremmo altri dettagli che dettagli non sono affatto: perché ad esempio in via Sant’Arialdo e non altrove? Tra parentesi, quell’indirizzo forzatamente riportato così dai giornali sarebbe del tutto fuorviante per chi non conosce il terreno, guardiamo meglio. Via Sant’Arialdo è una strada lunghissima secondo i criteri milanesi inizia in un altro e assai più rurale boschetto, dalle parti del nuovo carcere di Opera, come strettissima diramazione di via Ripamonti a senso unico verso il borgo antico di Chiaravalle, che poi attraversa giusto davanti alla famosa abbazia, proseguendo di nuovo dentro a spazi verdi aperti verso la periferia urbana. Solo quando questi spazi diventano assai meno aperti e permeabili, il market delle sostanze fuori legge ha trovato la sua collocazione ideale: vicino alla stazione anche se in un luogo abbastanza appartato, in un bosco fitto e incolto, circondato da tutte le parti da arterie di scorrimento automobilistico, ma adeguatamente attrezzato, per chi le conosce, di vie d’accesso e fuga assai efficienti. Insomma scordandosi l’ambiente un po’ minaccioso della selva oscura con le sentinelle appostate alle diramazioni dei sentieri dietro un cespuglio, appare chiarissima la definizione territoriale e conseguente privatizzazione in stile shopping mall.

Le architetture sono un sintomo, è l’urbanistica che conta

La media dei cittadini, italiani e milanesi, ignora di solito l’esistenza dei cosiddetti Piani Integrati. Per farla molto breve, si tratta di una parziale rinuncia, a partire dall’alba del terzo millennio, ad una regia esclusivamente pubblica sull’evoluzione urbana, in favore di progettoni «chiavi in mano» che, concedendo più spazio agli operatori privati, avrebbero dovuto garantire rapidità ed efficienza nelle trasformazioni, alcune delle quali aspettavano da molti decenni. Addirittura per un breve periodo, in assenza di strumenti urbanistici generali a scala cittadina adeguati e aggiornati, questi grandi progetti sono addirittura stati l’unica forma di strategia, garantita dalla legge, sulla città nel suo complesso: guardando una mappa di Milano e confrontandola con il «mosaico» di questi progetti, si poteva facilmente riconoscere il comporsi di una serie di interessi di lungo periodo che trovavano sbocco. Ma è proprio sulla qualità delle trasformazioni così legata alla qualità dei processi, che vorremmo concentrarci, guardando al caso più noto, il cosiddetto complessi di Porta Nuova, quello del Bosco Verticale, della Torre Unicredit, del Diamante e della famosissima e frequentatissima Piazza Gae Aulenti dove ogni percorso e prospettiva visuale converge e si smista. Quella che in pratica è diventata la vera nuova piazza cittadina moderna, luogo identitario, di incontro di relazione, all’ombra del simulacro esplicito di Madonnina rappresentato dalla guglia a spirale di Cesar Pelli incombente. Ma incombe anche la filosofia un po’ perversa di quei piani integrati, che rappresentavano uno dei tanti frutti maldigeriti di globalizzazione, discendendo da filosofie privatistiche rispetto alle quali ci mancano del tutto gli anticorpi sociali, addirittura la stessa consapevolezza dei fenomeni. Perché in pratica il progetto integrato diventa integrato solo al proprio interno, non solo integrandosi maluccio dentro il tessuto urbano, ma venendo a costituire una specie di incistamento, pari pari a quel mega market della droga a qualche chilometro nella selva sotto lo svincolo autostradale di Rogoredo. In pratica, quella che chiamiamo e dovrebbe essere Piazza Gae Aulenti, non è affatto una piazza così come la intende la tradizione italiana, ma una specie di food court del genere che si trova nei centri commerciali, ottenuta tecnicamente arretrando il fronte commerciale per ricavare uno spazio più largo dei soliti corridoi.

La griglia pubblico-privata

Dove un approccio privatistico e liberista alla città è stato determinante per definire gli spazi, ovvero dove questi si compongono da sempre della sola griglia di streets, avenues, e isolati rettangolari definiti dai loro incroci ad angolo retto, le cose appaiono chiarissime. Nel senso che, se la nostra città europea tradizionale si compone per progressivo cauto riempimento di uno spazio pubblico accessibile da parte di edifici privati, quella liberista d’oltreoceano sin da tutto il XIX secolo vede il processo opposto, di lotta sociale per lo svuotamento a partire da un universo assegnato alla libera impresa edilizia. Insomma là dove noi vediamo istintivamente una piazza, che è sempre stata diciamo un campo o prato di uso collettivo, poi circondata da fabbricati, altrove si vede un arretrare eventuale (e concordato o imposto con la forza della pubblica amministrazione) dell’operatore privato, di solito in cambio di qualcosa, e regolamentato da apposite convenzioni. Insomma che il centro commerciale in quanto grande edificio privato lo sia nella sua interezza, e che possa essere chiuso se così decide la proprietà, non lo mette in dubbio nessuno. Mentre che un ambito equivalente urbano, dove pure quell’incrocio di arretramenti, in cambio di cubature in più, è stato reso disponibile per uso pubblico, lo debba e possa essere sempre e incondizionatamente, è tutto da vedere. Lo abbiamo riscoperto in tutto il mondo con il famoso Zuccotti Park di New York, che come hanno scoperto i manifestanti di Occupy pubblico non era, almeno non totalmente. E adesso la cosa emerge, diversissima ma analoga, anche a Piazza Aulenti, dove i bambini pare non possano più giocare nella fontana, regola messa in pratica dalla vigilanza dei proprietari con cartelli e agenti. E girando le spalle per un istante a quella piazza e ai suoi problemi idraulici e di bambini delusi, basta fare pochi passi per leggere nell’organizzazione dello spazio ogni sinistro presupposto di una possibile razionalità privata: tutti gli accessi sono facilmente controllabili, elementare chiuderli con cancelletti minimali, declassificando la «piazza» a cortile del padrone, il fondo immobiliare del Qatar proprietario di tutta la baracca. In pratica, quello che vorremmo davvero sapere, chiaramente e con evidenza, è chi decide cosa in quel luogo, e sulla base di quali strumenti. Non vorremmo trovarci immersi da gonzi dentro il classico equivoco di chi ha rinunciato a qualcosa (le ex sterpaglie di Porta Garibalidi, così simili a quelle di via Sant’Arialdo), in cambio di qualcos’altro, che poi gli scivola via tra le dita per andarsene lontano. Esattamente come il valore del fondo immobiliare che tutto controlla dall’alto della Madonnina farlocca tanto amata dai cultori del moderno a prescindere.

Qui su La Città Conquistatrice, ovviamente parecchi altri articoli toccano analogamente la questione dello Spazio Pubblico, assai aperta nelle nostre plaghe in corso di riforma costante

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