Modern City Blues

Qualche anno fa, i giornali milanesi raccontavano di strani eventi, all’ombra delle allora curiose e ancora incomplete creature architettoniche del terzo millennio, quelle dove spiccava e tutt’ora spicca il marchio della temuta e detestata finanza internazionale. Creature sostanzialmente partorite dall’allora giovane assessore all’urbanistica milanese, futura stella nascente del centrodestra nazionale, a partire da idee molto chiare su come occupare spazio urbano e politico: tanto cemento, modellato secondo gli interessi dei grandi investitori, e senza troppi impicci burocratici. Si era scritto addirittura nelle regole dei piani: non ci sono regole, l’unico limite è il buon senso comune, la provvidenza divina, condensati in ciò che definiscono con qualche vistosa forzatura libero mercato. Alla fine di scontri politici culturali e non, l’idea iniziava a spuntare dal suolo sotto forma di grossi funghi grattacieli, a delineare a modo loro la metropoli postmoderna.

Sarà sicuramente capitato a quasi tutti di vedere qualche scorcio di quella zona, di solito dominato dalla guglia progettata dallo studio Cesar Pelli a scimmiottare la Madonnina del Duomo (lo si capisce solo dopo un po’, e guardandola da lontano che spunta sopra i tetti di tutto il resto). Scorci che, di solito, rivelano anche la personalità e l’opinione di chi ha scattato quelle foto: nitidi skyline – diciamo dal quarto piano in su – quando si vuole esprimere approvazione per la futurista città che sale; primi piani di auto accatastate, macerie, su cui incombono quei grossi volumi gettando ombre, nel caso di una critica più o meno netta a quel modello di sviluppo urbano. Quello che entrambi i tipi di inquadratura non riescono ovviamente a cogliere, è però tutto lo sgattaiolare, all’ombra delle curtain walls incombenti. Un vero e proprio movimento di massa, che mica tanto lentamente iniziava sin dall’accessibilità dei primi metri quadri a colonizzare il cosiddetto plinto urbano dei grandi volumi sigillati, la zona grigia fra la rendita e la città reale che la alimenta.

Cronisti e baristi cominciavano a notare l’affollarsi di giovani sulle gradinate spesso ancora non finite ai piedi dei palazzoni. A fare esattamente quel che fanno di solito i ragazzi in tutti i posti che riescono a ritagliarsi: chiacchiere di fatti loro, pomiciate non troppo spinte, sbevazzare, sfumazzare, ascoltare musica etero o auto prodotta con le immancabili chitarre acustiche prêt-à-porter. Probabilmente William Holly Whyte ne sarebbe stato entusiasta, di questa improvvisata social life of small urban places, e di sicuro un politico di orientamento liberale-palazzinaro coglierebbe al volo l’occasione di promuovere così la sua idea di città che apre le porte al futuro, invece di imputridire sulla nostalgia delle ciminiere e dei lacciuoli urbanistici vetero egualitari. Ma è davvero così? Sul serio il futuro della metropoli si dovrebbe connotare col ritorno del silenzio nei quartieri storici, mentre la movida giovanilista col suo relativo fracasso e consumi si travasa verso i nuovi coplessi delle joint-ventures privato-pubbliche speculative, concepite anche per questi nuovi comportamenti, e pure attrezzate con fermate del trasporto pubblico e pavimentazioni facili da tenere pulite?

Sicuramente c’è materiale per riflettere, osservando quel che succedeva e ancora continua a succedere, con poche varianti, a spazi terminati e funzionanti più o meno a regime. Osserva che ti osserva, però, anche l’osservatore cominciare ad addomesticare un pochino mentalmente quegli spazi fuori scala, travestiti dagli architetti con criteri simili a quelli delle gallerie commerciali centrali anni ’50 e ’60: interpretazione avanzata dei modelli di via e piazza, multilivello (gli scalini a raccordare città pubblica con gli enormi volumi speculativi). Già, galleria commerciale: non pare che tutto questo genere di brulicante vitalità sociale assomigli troppo a una versione rimodulata del passeggio familiare negli spazi addomesticati dello shopping mall? Niente di negativo in sé e per sé, si badi bene, scambi e relazioni sono naturalmente da sempre il motore e la linfa che alimenta l’organismo urbano, e l’aspetto direttamente commerciale ne fa parte a pieno diritto, con tutti gli annessi e connessi. Ma torna la questione delle regole, della regia pubblica tanto disprezzata a suo tempo dall’urbanistica laissez faire che guarda solo al soldo, considerando l’urbanità una specie di soprammobile carino ma non essenziale.

In altre parole, così come succede con la strada, la piazza, lo spazio collettivo annesso a qualche funzione privata, la chiave starebbe nella regia, nella capacità di governare in qualche misura attraverso regole i modi e i tempi d’uso. Non basta il libero mercato per la piazza del mercato. I ragazzi sui gradini che suonavano la chitarra con le loro birrette, potrebbero magari in futuro sentirsi chiedere i diritti d’autore per i pezzi proposti, o dover pagare l’ingresso a quell’atrio concesso in esclusiva al Business Improvement District di zona, visto che anche i gradini pretendono in qualche modo di essere gentilmente offerti da Tizio Caio & Co. Facciamo in modo che non possa accadere, ovvero che la nuova città sia davvero tale, impastata di gente e desideri, non solo di mattoni e denaro. Anche questo potrebbe essere un ottimo punto di partenza per un programma politico, un programma che vada oltre gli slogan faciloni, restando al tempo stesso terra terra e volando alto.

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