Non attaccatevi al tram!

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Foto M. B. Fashion

Rewind: la città ex tradizionale diventata industriale ed esplosa in lungo e in largo, con le funzioni separate da grandi distanze per motivi sanitari, tecnici, di mercato, non è più fruibile a piedi come si faceva prima. A qualcuno allora viene in mente di organizzare un servizio leggero su rotaia che renda accessibile a molti, se non proprio a tutti, una mobilità urbana quotidiana che prima potevano permettersi solo pochi riccastri. Nascono così le linee tranviarie, che dalla versione primitiva a cavalli, attraverso quella a vapore e poi elettrificata, contribuiscono a disegnare lo sviluppo cittadino e suburbano per molti decenni, segno chiarissimo nelle planimetrie dei quartieri, nei “caroselli” periferici di inversione di marcia al capolinea, nell’allineamento dei palazzi e delle piazze centrali.

And I followed her, into the station, with a suitcase in my hands

Inutile dirlo, o forse no, che automaticamente lo sferragliare del tram, la comparsa dalla curva in fondo al viale della carrozza di solito vivacemente colorata rispetto a ciò che le sta attorno, evoca situazioni vintage? Nebbie serali con qualcuno che parte per destinazioni semisconosciute, guerre, ricerche di fortuna lontano lontano? Eroi ed eroine, cappelli a tesa larga, detective appostati all’angolo sotto il lampione avvolti dal fumo dell’eterna sigaretta? O magari capolinea di periferia con villini eleganti tutto attorno a una piazza a forma di esedra, e sull’orizzonte gli ultimi palazzi operai ai confini con la campagna, insomma tutto tranne un’immagine del nostri giorni, perché dai tempi della città cresciuta attorno al tram di cose ne sono successe parecchie, prima fra tutte quel mezzo secolo di automobilismo coatto. Che ha cambiato per sempre la forma urbana, i nostri spazi, i nostri tempi, il nostro immaginario, e certe cose anche se magari le conosciamo, non si vivono direttamente, ma vengono collocate un po’ sullo sfondo, una specie di colonna sonora indiretta, che c’è e non c’è.

Le cartoline sono, appunto, cartoline

Qualcuno in tempi recenti ha fatto a quanto pare una certa confusione tra la realtà e le cartoline, o almeno ne ha fatta troppa. C’era il problema delle città rese invivibili dalle auto, l’urgenza di investire nella mobilità dolce, sostenibile, di rilanciare quartieri e stili di vita come si suol dire a misura d’uomo. E non pareva vero di avere a portata di mano la soluzione perfetta, già perfettamente studiata appunto prima che le automobili si sovrapponessero al mondo: linee di tram sferraglianti, un bel modo per organizzarci attorno quartieri equilibrati, molto più economiche delle metropolitane, e con quel fascino vintage che non guasta mai. Però qualcosa non funziona, nonostante tutto, e le municipalità anche in presenza di risorse disponibili sembrano piuttosto refrattarie a continuare nei progetti di quartieri tranviari, di corridoi di espansione e mobilità costruiti attorno alla cosiddetta streetcar. Perché? Le motivazioni, ufficiali e quasi ovviamente introdotte dall’aspetto economico, recitano «costi superiori alle previsioni, utenza inferiore a quanto sperato, resistenze alle trasformazioni», ma in fondo si riconosce come l’idea fosse di «resuscitare una forma di trasporto pubblico su rotaia scomparsa dalle città». E tornare indietro è sempre sbagliato, è sempre forzato: da quella situazione siamo usciti perché c’era qualcosa che non andava, certo con l’auto privata di massa si sono creati tanti altri gravi problemi, ma guardarsi alle spalle va bene come metodo critico, non certo per far finta che non sia accaduto nulla.

Riferimenti:

Kevin Robillard, A streetcar not desired? Politico, 30 dicembre 2014

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