La casa ideale del cambiamento climatico, sta solo in città

casetta

Foto F. Bottini

Studiando, qualche anno fa, a scala territoriale e locale le strutture attivate le emergenze post catastrofe, ho visto come la chiave vincente sia quella di ricostruire, pur in modo imperfetto e provvisorio, una specie di immagine speculare di quanto andato distrutto, a garantire in qualche modo la continuità della vita degli abitanti, in loco, sia per motivi identitari, sia per gli scopi eminentemente pratici che è possibile immaginarsi, dalla eventuale frequenza scolastica, al seguire direttamente i propri investimenti nella ricostruzione, alla gestione delle attività economiche.

Il sistema insediativo d’emergenza è comunque provvisorio, reversibile, effimero. Non si modifica con la fretta dettata dalla catastrofe in modo permanente l’assetto dei centri abitati, ma se si affrontano correttamente i problemi si fa in modo che una volta esaurita l’emergenza gli spazi possano tornare identici a prima, magari marginalmente migliorati. Ciò comporta una precisa opzione tecnica e organizzativa, basata sulla profonda conoscenza del territorio locale, del sistema di relazioni, delle particolarità urbanistiche e della rete socioeconomica. Di ciò che è valore in senso lato, insomma.

Emerge, anche, la centralità della scelta tecnica dei moduli abitativi, del loro rapporto con le reti, gli spazi aperti, i contenitori d’emergenza per le attrezzature collettive e via dicendo. Ma il singolo manufatto, come succede nella realtà, cambia di senso al cambiare delle sue aggregazioni e composizioni: esistono casi dove il modello storico dell’insediamento magari teme, addirittura, densità/concentrazione, e il modulo d’emergenza ruota giustamente attorno ai tipi del container, del trailer mobile, della classica casetta prefabbricata sul medio-lungo periodo. Altri dove quella prassi non ha senso, e anzi fa malissimo.

Il ventunesimo secolo è quello sia dell’esplosione urbana planetaria, sia degli eventi climatici estremi, e oggi la domanda si formula in media: quale tipo di insediamento speculare possiamo e dobbiamo garantire, per far sì che il metabolismo di una grande metropoli possa, nonostante l’emergenza, proseguire in relativa continuità? Nel caso di una regione semirurale o suburbana, punteggiata di nuclei storici compatti consolidati, dentro un grande spazio agricolo e naturale di pregio, le soluzioni tecniche per mantenere popolazione e attività in loco mirano a conservare tutto intatto, ad esempio non impermeabilizzando superfici. Il carattere peculiare della metropoli, è invece la densità, carattere per nulla corrispondente al genere di insediamento emergenziale fatto di container, trailer mobili, casette prefabbricate magari composte a schiera o gruppi di corti aperte. Insomma tutto il metabolismo delle relazioni e delle attività metropolitane si basa su questa prossimità densa, e finirebbe per esaurirsi senza di essa. Che fare?

La soluzione in fondo sta già nelle premesse, chiariti questi obiettivi: un modulo d’emergenza magari apparentemente anomalo, ma del tutto normale a pensarci un istante, in cui la composizione delle cellule non avviene solo in orizzontale, ma anche in verticale, esattamente come accade negli edifici urbani. Diventa così possibile ad esempio non occupare tantissimo spazio, e non doverne acquisire e/o sgombrare a questo scopo, e naturalmente accelerare la realizzazione dei nuovi quartieri provvisori, magari giusto accanto alle aree danneggiate, a garantire il minimo choc da deportazione, favorire un processo di vigilanza spontanea anti sciacallaggio, e ovviamente una quasi identica fruizione di servizi (nei contenitori originali se rimasti intatti, oppure in altri moduli). Sono questi gli obiettivi del progetto di Garrison Architects per la città di New York pubblicato non molto tempo fa su Architectural Record, il primo del suo genere proprio perché si pone il problema della densità in questo senso.

Con una giornata circa di lavoro è possibile assemblare in loco gli alloggi, garantendo in modo estremamente rapido che gli abitanti possano riprendere la propria esistenza su un piano di ragionevole normalità, per tutto il periodo necessario alla ricostruzione vera e propria. Significativo che ciò accada nella città che meglio ha saputo dimostrarsi reattiva, come nel caso dell’uragano Sandy, ed estremamente interessante perché il modello, se ambientalmente accettabile in contesti anche meno densi, ha comunque il vantaggio di richiedere poco spazio, e potrebbe davvero sostituirsi anche altrove alle solite casette. Verrebbe proprio da dire qualcosa tipo “la densità urbana salverà davvero il mondo”, ma non lo diciamo, per non offendere nessuno.

Riferimenti

Zachary Edelson, Urban Post-Disaster Housing Prototype Unveiled in New York City, Architectural Record, giugno 2014

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