Note sui centri abitati della Libia (1937)

Non è facile definire il concetto di centro coloniale, poiché ad esso si ricollega sia quello di occupazione militare di territorio lontano sia quello di utilizzazione in favore della madre patria di località originariamente sede di popolazioni più deboli o di carattere e civiltà inferiori. Si può tuttavia notare che fino dai tempi più antichi popoli meglio dotati intellettualmente e fisicamente, o perlomeno di civiltà più avanzata, ed aventi maggiore attività, considerarono angusto il proprio territorio e tentarono l’occupazione di altri, vicini o lontani, per raccogliere in essi prodotti della natura o della mano dell’uomo che nella loro terra originaria era più difficile od addirittura impossibile ottenere. Naturalmente soltanto la soggezione imposta dalle armi poteva costringere gli autoctoni del luogo a subire la presenza dei nuovi venuti. Così il trapianto di abitanti da una zona in un’altra per sfruttare adeguatamente le risorse che gli indigeni, di livello intellettuale più basso, non arrivavano ad utilizzare, spiega l’intimo nesso tra gli scopi economici agricoli o minerari, e l’origine strettamente militare del nucleo abitato.

Per secoli la presenza stessa dell’individuo maschio atto alle armi costituiva la sola necessaria difesa; le armi si tenevano facilmente nella casa e la disposizione classica della scacchiera romana con cardo e decumano e tutte le caratteristiche del castrum , lottizzazione che si trova in ogni nucleo abitato di origine romana, in qualunque posto Europeo o Mediterraneo, ne è la più convincente prova (in Libia: Sabrata, Leptis, Cirene, Apollonia). Avviatosi il mondo con il progresso civile a ben diverse maniere di difesa e di offesa, i primi nuclei coloniali moderni rimangono originati da presidi militari: insediandosi quesi generalmente nei già esistenti luoghi di riunione presso incroci di carovaniere, mercati, pozzi, per sorvegliare da vicino i nuovi sudditi, vengono a modificare gradatamente od almeno ad ampliare con caratteri propri ben distinti i centri abitati. Inoltre a conquista avvenuta e a pacificazione realizzata sorgono in località più adatte per interessi agricoli, dei veri centri di colonizzazione dove intorno al nucleo di vita comune (chiesa, posta, municipio, casa del fascio, scuola) si riuniscono o meglio si disseminano le piccole abitazioni rurali, che potenziano sfruttamento e utilizzazione della zona.

Esempi tipici di centri di tutti e due i caratteri compaiono in Libia disseminati sulla costa o isolati nell’interno. I centri con caratteristiche militari sorgono generalmente in posizione geografica di evidente importanza sulla costa (baie, porti naturali) o all’incrocio di carovaniere od in oasi; quindi poiché proprio la conquista ed il presidio dell’esistente centro indigeno dimostra il possesso dei paesi intiero, il nuovo abitato ha sempre da risolvere il problema della separazione del nucleo residenziale indigeno; secondo i casi tale problema è stato risolto con più o meno buoni risultati, o costruendo il nuovo a margine delle abitazioni indigene isolandole con un’arteria periferica (Tripoli), o addirittura incorporandole e a poco a poco sostituendole e rifacendole man mano (Derna, Bengasi). Ma come già detto le esigenze dei presidi militari non si manifestano più ai nostri giorni nella sola presenza degli individui atti alle armi, e gli impianti aeronautici (aeroporti, idroscali, con depositi munizioni, depositi carburanti etc.) e marittimi (basi navali, con magazzini, depositi, stazioni radio etc.), fasciano e raccolgono in modo tipico ed evidente il centro abitato.

Si può notare al proposito che certamente si è ottenuto con gli impianti militari qualche cosa di urbanisticamente organico, poiché manca generalmente il comando unico che distribuisca su tutta la «piazza» – militarmente parlando – la necessità delle varie armi e le coordini; anzi ogni arma od autorità, forte della demanialità del terreno che la autorizza alla sua occupazione con scarse difficoltà (rarissime sono le proprietà private indigene di notevole estensione) sceglie nella posizione che più le è conveniente il luogo e lo spazio per i suoi fabbricati e lavori. In tal modo poté succedere in passato – per la incuria e debolezza degli organi centrali – che un aeroporto tagliasse lo sviluppo edilizio di una radiale cittadina, o che un gruppo di antenne radio ingombrasse i voli del vicino campo di aviazione. Si può sperare a questo riguardo che la costituzione recente del Corpo del genio Civile Coloniale, come corpo tecnico dei governi delle colonie, possa portare a fianco dei Residenti e dei Commissari delle varie provincie della Libia e dell’Impero, delle persone di adeguata coltura urbanistica, a cui possono o debbano venire sottoposti i piani riguardanti la formazione o l’impiantamento anche militare dei nuclei abitati nelle nostre colonie.

Più raro è dover notare analoghi inconvenienti urbanistici nei centri dell’interno, la cui vita ed espansione sono forzatamente limitate dal deserto che lambisce l’oasi; ivi l’aeroporto che è stato collocato, naturalmente alla periferia, nel punto dove il terreno era più adatto ed eventualmente i venti più favorevoli, risolta già un sobborgo dell’abitato civile, con le sue piccole necessarie costruzioni autonome; la ridotta o il presidio militare invece raccolgono intorno a sé i fabbricati dei pochi bianchi che organizzano e mantengono la vita civile mentre nell’oasi si disseminano irregolarmente (e a poco a poco risorgono con migliore criterio distributivo) le abitazioni degli indigeni, basse senza finestre con piccolo cortile, e i loro centri e mercati, Giarabub, Hon, Gat, Gadames, Cufra.

Carattere completamente diverso, per origini e per costituzione, hanno invece i piccoli centri delle poche zone coltivabili della colonia, centri nati per la colonizzazione e tracciati già con criterio urbanistico ed architettonico indipendentemente dalla vita degli indigeni e da quella militare. Sorti con idea tipicamente italiana, al di fuori di qualsiasi sfruttamento della mano d’opera indigena, ma anzi per dare lavoro ai bianchi, sono nati e crescono senza che si debba per essi affrontare il problema dell’isolamento o della trasformazione del nucleo indigeno, la piazza su cui fronteggiano la chiesa, la posta o la casa del fascio, raccoglie alla sera i coloni come in qualunque villaggio della campagna italiana; le case di abitazione – alloggio a fianco della stalla e del magazzino – rimangono nella pianura coltivata fiancheggiando le strade di grande comunicazione da cui si accede alle concessioni, e che porta merci e prodotti ai centri principali ed ai porti. Villaggi di tal genere raccolgono ora quattro o cinquecento abitanti bianchi, ma l’stendersi delle possibilità di colonizzazione e le facilitazioni grandissime del Governo ai concessionari garantiscono un ulteriore sviluppo. Giovanni Berta, Primavera, Beda Littoria, Luigi di Savoia, su Gebel Cirenaico; Homs, Misurata ed altri nell’oasi di Tripoli.

In questi casi gli indigeni si raccolgono essi alla periferia per vivere delle briciole della vita del bianco, per essere pronti ad eseguire i servizi più bassi del bracciantato, per tentare il mercato o il piccolo artigianato. Si notano così spesso dei piccoli paesi di tende, in fondo a un uadi o sotto un dosso, paesi che crescono o calano con le necessità della manovalanza nella zona e che non hanno distribuzione d’altri che del caso. E sono questi gli operai che passano con incredibile noncuranza dal confine Tunisino a quello Egiziano e seconda che la costruzione di strade o di altre opere di importanza richieda braccia di colore in un posto o nell’altro. Un nomadismo di tal genere è già diverso da quello pastorale guerriero, spontaneo e dal sapore biblico della Libia e del mondo Arabo precedente alla colonizzazione da parte delle grandi Potenze: viene organizzato dalle grandi imprese di costruzione che portano sui loro cantieri con autocarri o con piroscafi costieri, la mano d’opera indigena al completo con le loro famiglie e le tende; ma dimostra tuttavia la naturale disposizione delle popolazione e la loro scarsa tendenza all’inurbarsi.

Tipici esempi di quanto detto e della conseguente noncuranza del desiderio della casa nonostante le tentazioni della civiltà, si ebbero nel 1935-36 in occasione della costruzione di grandi opere pubbliche come la Litoranea Libica, gli Aeroporti e le Opere marittime della Libia Orientale. Migliaia di arabi con tende e famiglie accorsero dalla Tripolitania alla Cirenaica, fondando vere e proprie piccole città di tende ai margini delle zone predesertiche della Marmarica, sarebbe anzi interessante che gli uffici competenti raccogliessero qualche dato statistico su questi fenomeni migratori compiendone un esame regionale e forse anche etnico (Berberi, Sudanesi, Beduini). Questo per confermare che tolti gli abitanti delle poche oasi che abbiano già da tempo una vita cittadina per mercato o piccola proprietà contadina (ebrei od arabi puri) e che sembrano dispostissimi ad assorbire gradatamente le tendenze urbanistiche della civiltà italiana (anche se rimangono attaccati alle loro abitudini nella vita della famiglia e nella casa: non mai finestre sulla strada, cortile interno, stuoie, scarsissimo mobilio) non esiste un vero problema dell’urbanistica indigena in Libia. Piuttosto sembra occorra organizzare gradatamente e risanare i singoli centrie più per controllare ed unificare l’opera dei nostri Enti che per correggere l’inesistente passato.

da: Atti del I° Congresso Nazionale di Urbanistica, Vol. 1, Urbanistica Coloniale, INU, Roma 1937 – Immagini riprodotte dalla relazione di A. Alpago Novello e O. Cabiati alla medesima Sessione, sui piani regolatori di Tripoli e Bengasi

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