Triennale, un identikit da riforma politica

In una brevissima conferenza stampa venerdì 20 è stato annunciato il nuovo corso della Triennale sotto la presidenza di Stefano Boeri: con un colpo di spugna sono state cancellate le nicchie di autonomia, come il museo del Design e il Teatro dell’Arte, e tutte le funzioni accorpate in un unico ente. L’ex direttore Cancellato è stato rimpiazzato da Carlo Morfini, manager più vicino al circuito moda che design (nel suo passato Marni, Borbonese, Tod’s, Arcadia Spa-Dondup). Per i prossimi 4 anni i curatori saranno Umberto Angelini (unica sostanziale riconferma, perché un anno fa era stato nominato direttore del Teatro dell’arte), per la sezione «corpo»: teatro, danza, performance, musica. Lorenza Baroncelli, fino a ieri assessore Pd alla rigenerazione urbana del Comune di Mantova, per la sezione «spazio»: architettura, rigenerazione urbana, città. Joseph Grima, direttore creativo della prestigiosissima scuola di Eindhoven, ex direttore di Domus, per la sezione «oggetto»: design, moda, artigianato. Myriam Ben Salah, direttrice di Kaleidoscope International, per «immagine»: new media, fotografia, cinema, televisione. L’arte formalmente non c’è più, come aveva prescritto il sindaco Sala qualche mese fa – anche se ogni distinzione disciplinare è oggi di fatto simbolica.

Tuttavia l’insistenza di Sala su questo punto corrisponde a un’esigenza precisa, ribadita a più riprese nelle ultime settimane: la Triennale deve concentrarsi sulle trasformazioni urbane milanesi che gli stanno a cuore, stimolando e amplificando l’avvio di grandi progetti come i nuovi Navigli o il polo scientifico all’EXPO. Il processo di rivitalizzazione che l’istituzione ha subito negli ultimi anni, i nuovi flussi di pubblico stimolati dal ritmo sostenutissimo di mostre ed eventi devono essere utilizzati politicamente, ma senza perdere prestigio culturale. Da qui è nato il sodalizio con Boeri, che oltre ad avere progettato l’edificio simbolo della «Milano smart» ha sempre concepito cultura, politica e comunicazione come una trinità sacra. E in quest’ottica emerge con grande evidenza la matrice politica del nuovo team: dove il prestigio internazionale di Grima, le reti di Angelini, l’appartenenza al circuito di Cattelan di Ben Salah sono importantissimi, ma il posizionamento della fedelissima Baroncelli all’architettura e «rigenerazione urbana» – mai apparso in Triennale, neppure con il costruttore De Albertis – segna una svolta profonda, un po’ anomala per l’istituto culturale milanese.

Prima alla Triennale si erano più che altro visti personaggi locali, legati all’architettura o ai cosiddetti «mobilieri». Bisogna tornare ai tempi del giovane Pillitteri per trovare uno scambio del genere, ma allora tutto era più leggero, e la cultura contava meno, come ricorda egli stesso in una recente intervista sul Corriere: «Nel 1969 il leader socialdemocratico Massari mi disse: “Paolo, scadono le presidenze degli enti, una culturale la prendi tu”. Mi propose la Triennale. “Sei sicuro?”, gli dissi. Capii dopo perché non me l’aveva contesa nessuno. C’era stato il ’68 e dopo un anno di occupazione era stata rasa al suolo».

Ora però la Triennale è molto più attraente. E infatti l’operazione a monte non è stata affatto semplice, ha richiesto lunghe mediazioni politiche tra tutti gli enti coinvolti, cioè Comune di Milano, Regione Lombardia, Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, Camera di Commercio, scaturite nella nomina di un Consiglio di amministrazione allargato da 5 a 9 membri. Tra questi spiccano, oltre al presidente della Regione uscente Bobo Maroni, il renzianissimo Enzo Manes, autore della riforma del Terzo settore e presidente della Fondazione Italia Sociale, creata per gestire i fondi per il Terzo settore, e Antonio Calabrò, prima giornalista e ora direttore della Fondazione Pirelli e vicedirettore Pirelli Cultura, entrambi scelti dal sindaco Sala. Franceschini invece ha scelto Lorenza Bravetta, già suo consigliere per la valorizzazione del patrimonio fotografico nazionale, Antonio Artioli, ex Soprintendente ai beni architettonici e artistici di Milano – in carica ai tempi della famosa querelle degli alberi a Piazza Duomo con Renzo Piano e Abbado – e infine lo stesso Boeri, poi eletto presidente a febbraio 2018.

Difficile prevedere con esattezza gli esiti di queste alchimie: sul piano del contenuto, è molto probabile che la nuova Triennale acceleri ancora di più il ritmo sostenuto degli eventi, richiamando a Milano un’incredibile quantità di architetti, pensatori, progettisti, artisti internazionali, dell’establishment e delle avanguardie. Di sicuro l’istituzione si espanderà, come promesso da Boeri, nel parco e nei dintorni, facendo sistema con Brera e Piccolo Teatro, biblioteche e gallerie. E poi?

Testo pubblicato anche da il manifesto 27 aprile 2018, gentilmente concesso dall’Autrice

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