La megalopoli del contadino e del mandriano postmoderno

Foto J. B. Hunter

Pare ci sia un sacco di gente da sempre convinta che la cosiddetta postmodernità altro non è se non rifiuto, della modernità, e ritorno a un ancien régime mentale, sociale, politico, rifugio sicuro dalle contraddizioni del mondo industriale in rapido tramonto. Per quanto riguarda specificamente la socioeconomia del territorio, nonché le sue trasformazioni ambientali, forse è meglio qui riassumere prima brevemente alcuni brandelli dell’uscita storica, da quell’ancien régime. Si inizia con la trasformazione puramente organizzativo-occupazionale, apparentemente non rilevantissima nell’organizzazione fisica del territorio, detta delle enclosures, delimitazioni del campo di investimenti capitalistici nelle innovazioni agricole, che inducono migrazioni di contadini, resi disoccupati dalla maggiore produttività pro capite-unità di superficie, verso le città. Qui iniziano le trasformazioni fisiche e poi socioeconomiche e scientifico-tecnologiche che chiamiamo rivoluzione industriale e urbana, rese possibili anche dalla nuova inusitata massa critica di esseri umani concentrati in un piccolo territorio (l’esatto speculare contrario di ciò che è avvenuto nelle campagne). Ma, distribuita su entrambi gli ambiti, è già avvenuta anche un’altra trasformazione sociale e dell’immaginario, su cui sarà meglio soffermarsi.

L’urbanizzazione del cervello

È il concetto di cambiamento, progresso come si dice di solito, legato all’ambiente urbano, che sarà così ben riassunto tanto tempo dopo da Max Weber col suo «l’aria della città rende liberi», in fondo esteso anche ai contadini che ci vanno o che ci pensano. Resta ancora la storica dicotomia con la campagna, ma lo scambio di persone prodotti attività inizia al tempo stesso ad accelerare e squilibrarsi. Inizia anche quella forma strisciante di urbanizzazione delle zone agricole a bassa densità insediativa (proviamo da subito a non chiamarle più solo «campagna») del decentramento degli impianti produttivi, alla ricerca di quel residuo sociale sempre più raro detto lavoratore mite, sottomesso, non conflittuale. Ma gli impianti sono solo la prima avanguardia della grande espansione, fisica, sociale, dell’immaginario, che tra suburbanizzazione, utopie come la città giardino, loro declinazione pratica e di mercato nell’infinito sprawl, porta via via alla vera e propria cancellazione virtuale delle campagne, intese in senso tradizionale come territori-società peculiarmente distinti dall’urbano. È in sostanza quella situazione di cosiddetta urbanizzazione planetaria, come la chiamiamo oggi, al suo nascere, dove non esiste più la netta distinzione culturale, di consumi, di aspirazioni, di stili di vita, fra le zone storiche di elevata densità abitativa e di manufatti, e quelle dove prevalgono spazi aperti, naturali, e relativa scarsità di presenze umane.

Urban Cow Boy Globale

Una volta accettato questo stato di fatto, quella trasformazione quasi definitiva dell’antica antitesi rurale in «zona agricola a bassa densità insediativa» comunque integrata a quello «sprawl urbano strutturale» che si è venuto via via a formare, proviamo a ragionare sul senso delle funzioni, dei loro lavoratori, delle culture e società che esprimono e di cui sono partecipi. Svolgere delle attività economiche classificate «primarie» in questo genere di ambiente non significa più in alcun modo sentirsi collocati, e men che meno esserlo, dentro una specifica categoria contadina assimilabile ad antichi zappatori, pastori, allevatori, conducenti di buoi o macchine trebbiatrici. Non è neppure più definitivo né traumatico (individualmente, socialmente, culturalmente, e per il territorio) uno scambio-passaggio di professionalità dall’uno all’altro campo, dall’amministrazione finanziaria alle colture idroponiche, o dalla manutenzione edilizia all’allevamento delle pecore. Questo dal punto di vista sociale, economico, dei ruoli e immaginario, ma anche l’organizzazione territoriale e ambientale fisica deve adeguarsi alle nuove frontiere, visto pure che ci si stanno adeguando altre componenti, come le filiere animali e vegetali «spontanee» o cosiddette parassite e infestanti. Forse non si tratterà dell’equilibrio pieni-vuoti industria-agricoltura degli utopisti ottocenteschi e dei loro discendenti modernisti, ma certamente l’integrazione urbana-periurbana, tecnologica umana e naturale, dovrà seguire qualche modellistica assai diversa dall’antica dicotomia, quando la città «punteggiava il territorio», che finisse alle mura, alla circonvallazione, o andasse parecchio più in là. Adesso più in là non c’è nulla, non c’è spazio, dobbiamo riorganizzarci, anche mentalmente.

Riferimenti:
Max Baring, Urban nomads: Mongolian herders battle new future as leave the land for the city, Thomas Reuters Foundation, 3 maggio 2018

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