Un mostro si aggira in città

C’era una volta, tanto tanto tempo fa, un villaggio lungo il fiume, dal nome impronunciabile. Quando ci arrivarono gli antichi romani, per risolvere almeno la questione del nome, lo chiamarono Londinium. Poi divenne una città, e ci arrivavano dal fiume re, regine, duchi e tanti altri potenti. Passavano gli anni, i secoli, e tutti i re, regine, duchi, grandi imprese industriali, banche, concentrazioni finanziarie, si affermavano e poi decadevano.Oggi nessuno se li ricorda più. Ma la città sopravvisse fino ad oggi, duemila anni di storia dopo, e con tanta voglia di continuare a esistere. Diceva una leggenda, che a mantenerla viva nella buona e nella cattiva sorte non erano tanto i palazzi del potere, ma i suoi quartieri, o rioni come li chiamava qualcuno. Gran parte degli abitanti non era né ricca né potente, ma era bravissima a farli prosperare quei quartieri, con tutte le botteghe, le chiese, i teatri, artigiani che lavoravano metalli, legno, e tanti altri materiali.

In ciascuno di questi quartieri c’era anche una piazza del mercato, niente di particolare in fondo, ma c’era proprio di tutto, i negozietti, i locali, la gente che andava e veniva. Quartieri tutti diversi uno dall’altro, ma che insieme componevano una trama, una specie di barriera corallina. Un bel giorno arrivò un visitatore da molto lontano, da una città della Cina che si chiamava Shanghai, sul fiume Yangtze. Doveva stare a spiegare a tutti quanti come si pronunciasse quella strana parola, Yangtze, ma appariva comunque molto imponente. Con quella sua voce autorevole, raccontava alla gente di Londra delle strane cose avvenute là a Shanghai. Cose che in un primo tempo apparivano magiche e incantate: una vera e propria esplosione di architetture come fuochi artificiali, edifici diversissimi ma tutti alti e imponenti. Ma poi il racconto si faceva un po’ tetro: «Avevamo abitato sempre in quartieri densi e brulicanti. Poveri, ma in fondo ci si viveva bene, a Shanghai».

Proseguiva, quel visitatore: «Poi tutto cambiò, con le demolizioni. I nostri quartieri Scomparivano sotto le ruspe». E perché, chiedevamo noi. Come avremmo scoperto presto, era per far spazio ai nuovi grandi edifici, scacciando la gente dalle proprie case e quartieri: spinti via verso le più lontane periferie, a milioni.

«Da lontano – proseguiva il racconto del visitatore – non sapendo cosa succedeva Shanghai poteva apparire magnifica e grandiosa con tutte le sue torri svettanti. Ma da dentro i quartieri si viveva l’altra faccia della medaglia». Anche gli abitanti di Londra ci vedevano qualcosa di familiare in quella storia. Era stato spettacolare in un primo tempo guardare la costruzione di nuovi grandi edifici, anche se si spianavano vecchi quartieri, ma poi quelle demolizioni erano diventate davvero troppe, e la città diventava un posto estraneo.

Si sentiva anche di altri posti dove succedevano le medesime cose, città che diventavano tutte identiche una all’altra, con quegli edifici alti. Era come se un mostro gli strisciasse dentro nelle viscere divorandola dall’interno: Gnam-gnam-gnam. «Non si può vivere in una città se non è fatta di quartieri – diceva tutta la gente – perché è lì dove abitiamo, facciamo la spesa, andiamo a scuola». Ma il mostro continuava a divorarli, i quartieri, per far spazio alle sue torri, in un enorme posto senza forma a cui non si sapeva più che nome dare. Il mostro lo chiamava «urbano», ma non c’era più nessuna trama come nei vecchi quartieri, e neppure nel centro della città. Si cancellavano le case, i negozi, le vie, le piazze. Tempi grami, dove sparivano tutti i posti per vivere, sepolti dalle torri che il mostro continuava a eruttare: non c’era ormai nient’altro che quel nulla.

Si capiva che il mostro veniva alimentato dall’esterno, arrivava ovunque per metterci una nuova torre, anche nel cuore di vecchi quartieri dove nessuno si sarebbe mai sognato di invitarlo. Lo si temeva in ogni luogo, quel mostro vorace, ma la città non si sarebbe certo lasciata divorare così, senza combattere. In fondo, era sopravvissuta a tanti momenti oscuri nei secoli, uscendone sempre viva, a differenza di tutti quei re, regine e tanti potenti di un tempo. I quartieri si unirono nella battaglia contro il mostro.

… Poi una notte, una bambina ebbe un sogno. Si chiamava Copernica, e la sua famiglia era stata sfrattata dal quartiere dove abitavano. O forse non era un sogno, magari una visione, o magari una notizia in televisione, chissà. Comunque sia, Copernica sognò che quanto il mostro aveva fatto a Londra, lo aveva fatto anche in altre città che aveva studiato a scuola: New York, Istanbul, Rio de Janeiro, Tokyo, San Francisco. Quel sogno assomigliava sempre più a un incubo. Il mostro adesso era lì aggrappato al davanzale della finestra della camera. Ma, sorpresa, parlava adesso con voce infantile e lamentosa, era quasi divertente: «Ciao, non so più dove andare. Quel che mi alimenta continua a crescere sempre più, ma so che dovrebbe vivere al sole, non certo in quella fosca ombra sotto le torri». La bambina aveva smesso di essere spaventata, perché chi piagnucola così non può essere pericoloso, l’aveva imparato in cortile a scuola. Il mostro proseguiva: «Hai qualche consiglio da darmi? Me ne danno tanti, ma poi hanno paura anche a guardarmi, non vogliono avere a che fare con me, quei consulenti».

La bambina non capiva molto bene, soprattutto chi diavolo fossero quei cosi, quei «consulenti», ma intuiva che ci fosse la possibilità di cambiare in qualche modo le cose. Doveva farlo, e farlo subito, prima che il mostro potesse ridiventare all’improvviso cattivo e pericoloso un’altra volta. Non le veniva nessuna idea, finché alla fine si ricordò di una lezione di geografia a scuola, quella sui deserti e le tecniche per le energie solari.«Forse posso suggerirti una cosa: di riversare tutte le tue energie nel Sahara!» disse al mostro. «Ne hai abbastanza per ricoprire chilometri e chilometri quadrati di deserto con celle solari. E poi metterci sotto quartieri giardino con le case per tutta la gente che ne ha un gran bisogno».

Era davvero tutto molto eccitante, pensava, bellissimo anche se a farlo era il mostro. Che però pareva perplesso: «Ma come faccio – piagnucolava – a distendermi così sopra il deserto?». Gli rispose Copernica: «Pensa che per ogni singola cella, guadagni una monetina di quelle di cui ti nutri». E alla fine il mostro uscì dalle tenebre dove si annidava, tra le torri, dirigendosi verso il deserto del Sahara. La gente era entusiasta all’idea di tutti quei pannelli solari per la vita, delle nuova generazione di «città-oasi» a ospitare tutti, non solo turisti, uomini d’affari e ricconi.

Ma poi la bambina si svegliò di colpo, con un brivido di terrore: quel mostro non avrebbe m,ai e poi mai usato il suo potere per la gente, lui pensava solo a sé stesso: «Andrà a finire che costruirà l’ennesima selva di torri smisurate anche in mezzo al Sahara – gridò – chiamandola smart city …»

The Guardian, 23 dicembre 2015, titolo originale: A monster crawls into the city – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini

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