Volare sulla città. Ma su quale città?

Perché si accumulano da qualche anno (in sostanza dalla pubblicazione del rapporto UBER) studi ricerche dichiarazioni notizie economico-finanziarie, focalizzate sulla mobilità aerea urbana? Pare un controsenso che, mentre giustamente si critica il modello del trasporto aereo generale per le emissioni l’inquinamento l’impatto pesante delle infrastrutture, dall’altro proprio sulle città «luogo della sostenibilità» almeno in potenza, si vada a investire tante aspettative su quella che pur con tutte le precisazioni o «rivoluzioni» è pur sempre una versione modificata della stessa modalità. Forse una risposta preliminare, parziale ma importante, ce la danno alcune invarianti della narrazione di settore, col ricorrere dell’idea di megacittà, urbanizzazione planetaria e così via: il contesto dentro cui dovrebbe crescere l’ecologia degli elicotteri elettrici assomiglia molto alla grande città asiatica e alle sue future imitazioni altrove. Ma vediamo meglio di che si parla, anche perché a volte c’è una certa confusione tra il trasporto aereo commerciale a impatto ridotto, e relative tecnologie, e quello più propriamente urbano che impatta direttamente sull’idea di città. L’idea è di coprire un trasporto collettivo su piccole quantità e medie distanze tipo taxi attuale, a partire dai grandi poli del trasporto tradizionale (aeroporti e hub analoghi) verso i centri di attività.

Veicoli e reti

Si tratta di spostamenti commerciali su corridoi di grande traffico e ad elevata velocità, potendo muoversi in sostanza «in linea d’aria» su distanze calcolate tra i circa 20 e 40 km massimi (con o senza fermate intermedie è ancora tutto da chiarire). Il veicolo che si muove praticamente immerso nel denso ambiente urbano dovrà essere molto più silenzioso dei velivoli attualmente operanti, estremamente sicuro secondo i criteri ufficialmente fissati da norme vecchie e nuove approvate ad hoc per il caso, e molto standardizzato nell’uso manutenzione e interfaccia con le strutture, così da trovare facilmente applicabilità in tutto il mondo, sia con costi ridotti al minimo per insediare la rete di servizio, sia per i conseguenti costi all’utenza che dovranno essere competitivi rispetto ad altre modalità di spostamento terrestri. Alla base di tutto l’idea della propulsione elettrica applicata all’aviazione, concetto che risale al primissimo ‘900 ma sinora limitato commercialmente agli aeromodelli hobbistici. Oggi con gli avanzamenti tecnologici nei propulsori batterie e automatismi l’elettrico è diventato una valida alternativa ai motori a combustione localmente inquinanti. I veicoli che possiamo intravedere oggi sia nelle tavole di (ancora potenziali) produttori o operatori o nelle simulazioni su sfondo urbano dei processi di decollo e atterraggio, con o senza pilota umano, sono abbastanza noti nei tratti generali e nelle dimensioni relative. Ma resta piuttosto misteriosamente opaco l’aspetto degli impatti urbani, che non sono ovviamente solo quelli delle emissioni o del rumore.

Trasformazioni fisiche

Che genere di trasformazioni fisiche, presumibilmente di enorme portata, potrebbe avere introdurre questa nuova forma di trasporto aereo nelle città? Di recente si è discusso di quegli hub o mini-porti dove i veicoli scambiano i passeggeri con altre modalità, ed eventualmente si riforniscono o subiscono manutenzioni ordinarie. Già la collocazione e realizzazione di queste strutture (lo ricordava per esempio alla Conferenza UBER uno dei principali azionisti, Ross Perot) richiede importanti investimenti anche pubblici, oltre che aggiornamenti legislativi e normativi di carattere urbanistico e sulla sicurezza. Ma c’è qualcosa di più e che richiederebbe maggiore riflessione collettiva: non c’è il rischio che questa nuova inedita rete terra-aria finisca prima per sovrapporsi abbastanza brutalmente all’esistente, e poi ad allargare malamente i propri effetti in ambiti davvero «impensabili», come accaduto per esempio al degrado urbano indotto dalle autostrade, o in scala minore recentemente dai modelli in sharing? In entrambi i casi gli specialisti continuavano a concentrarsi sull’oggetto e la sua logica interna, senza pensare affatto alla città con cui interagiva, dandola per scontata mentre scontata non era. Adesso si vuole iniettare un mastodonte dentro il delicato tessuto urbano pensando che il solo fatto di spostare veicoli per aria anziché per terra «smaterializzi» gli impatti? Che succederà ad esempio al traffico terrestre, al mercato dei veicoli su ruote e alle strade su cui si muovono? E il mercato edilizio, le destinazioni di zona, le compatibilità tutte da verificare? Preoccupa, davvero, il silenzio totale della politica, davanti a qualcosa che pare molto, molto più grosso anche dell’auto senza pilota, per certi versi.

Riferimenti:
Jan-Hendrik Boelens, Pioneering the Urban Air Taxi Revolution, Volocopter giugno 2019

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