Le inesistenti calorie della vertical farm

Foto M. B. Cook

Grande suggestione senza dubbio, quella innescata dalle considerazioni molto sistematiche ma al tempo stesso visionarie di Dickson Despommier, quando nel suo libro di qualche anno fa accostava storicamente su un vertiginoso arco di diecimila anni agricoltura, urbanizzazione, crisi climatiche. Ne usciva quel concetto-bacchetta magica della vertical farm, in sostanza nulla più di una coltura a serre modernizzata e scaraventata dentro il mercato urbano di riferimento a cercare un proprio destino più preciso. Subito afferrato al volo, prima ancora che potesse posarsi da qualche parte istituzionale e commerciale, dal mondo degli architetti-immobiliaristi così come da quello degli sperimentatori a oltranza, ma a quanto pare solo per fargli imboccare il primo vicolo desolatamente cieco. Riassumendo molto schematicamente questi recenti percorsi perversi dell’intuizione vertical farm possiamo individuare due filoni più uno. Il primo sta tutto dentro il mondo degli architetti e dei rendering autopromozionali, e in sostanza non ha alcun rapporto degno di tale nome con le riflessioni di Despommier: né sul versante ambientale, né su quello produttivo e alimentare. Si limita a interpretare in modo vagamente intuitivo alcune questioni collaterali effettivamente accennate nel modello di vertical farm, ma trasformando la collocazione urbana nel fattore assolutamente fondamentale, e lo sviluppa secondo criteri estetizzanti e simbolici riducendolo in sostanza a tipologia di verde privato. Curiosissimo che digitando su un motore di ricerca il termine compaiano in primo luogo i cosiddetti Boschi Verticali.

Alimentarsi di che cosa?

Ma quello degli architetti è solo il primo del percorsi sostanzialmente a fondo cieco in cui si sviluppa molto ideologicamente e impropriamente il tema della coltura tecnologica in ambito urbano. C’è anche quello del libero mercato, pur in qualche modo già da subito indicato come elemento chiave, fattore determinante, magari legato in modo diretto alla valorizzazione immobiliare, se non altro per finanziare e sperimentare alcune fasi pioniere di ampio respiro. E qui sembrava che le cose andassero decisamente meglio, specie con il riuso di superfici come quelle dei tetti, in alcuni casi di sotterranei, dedicati a prodotti da «chilometro zero» molto promossi proprio in quanto tali, a volte con un marchio specifico, o legati a filiere di distribuzione caratterizzanti e visibili. Nascevano colture di erbe aromatiche e delicate verdure in foglia per ristoranti di fascia alta, magari coi clienti che pranzavano guardandole crescere in qualche aiuola ornamentale vicino ai tavoli, e comunque sapevano di «consumare la città» anche così. Interessante, culturalmente parlando, qualcosa di simile alla famosa ristorazione di territorio rimodulata, ma man mano si accumulavano le esperienze e gli studi sistematici a raccontarle, emergeva un aspetto piuttosto simile a quello della vertical farm da architetti: se l’agricoltura è ciò che ci sostenta, che ci dà da mangiare, quei prodotti avevano tutti un valore alimentare poco più che simbolico, calorie zero, nutrimento nulla. Certo il libero mercato, l’attività indubbiamente agricola, l’uso di tecnologie interessanti, la localizzazione più che coerente, ma dove andava a finire il senso dell’agricoltura da cui tutto era partito?

Integrazione pubblico-privato e urbano-rurale

Si parlava all’inizio di due filoni più uno, imboccati dal concetto di vertical farm, perché il terzo in realtà non è tale, ma la coltura tecnologica urbana su vari livelli la incrocia successivamente, e in modo decisamente più interessante da architetti e bottegai vari. Sono i progetti di impresa sociale e alimentare ben rappresentati dal marchio Growing Power, che il relativo benessere, l’investimento nel futuro, la sostenibilità vera, ce l’hanno nel sangue anziché proclamarla per questioni di immagine. Il punto di partenza qui è una condizione sociale, quella dei quartieri degradati, e uno strumento di riscatto individuato in una tecnica di produzione integrata: l’acquaponia. Ovvero un mercato urbano al tempo stesso molto particolare e molto diffuso, se i calcoli sullo slum mondiale, o i prodotti collaterali della gentrification o della deindustrializzazione, valgono qualcosa. Ora se le conclusioni ambientali agricole alimentari delle riflessioni di Despommier sono valide, ovvero che sia indispensabile non solo risparmiare suolo dall’urbanizzazione, ma anche da un tipo di agricoltura che forzosamente ammazza la biodiversità a scala planetaria, pare che l’incrocio col modus operandi e gli obiettivi di Growing Power e altri gruppi simili sia il modo migliore per perseguirli, magari incrociando sia finanziamenti e progetti pubblici, sia un filone di libero mercato meno dichiaratamente speculativo, o comunque riconducibile agli intenti iniziali. Che sarebbero la sopravvivenza della specie al suo eccesso di avidità cieca, non certo di costruire qualche condominio con fioriere, o servire i tavoli di un ristorante con le foglioline di lattuga cresciute sul balcone.

Riferimenti:
Marc Brazeau, The Steep Climb Of Vertical Farms And Where Urban Ag Might Be Revolutionary, Science 20, 13 giugno 2019

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