All’arma bianca contro la città razionalista

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Foto M. B. Style

Ogni qual volta si parla della questione periferie, e a maggior ragione dopo gli scontri di Ferguson che sta nella stessa area metropolitana, prima o poi, con più o meno precisione filologica, arriva la citazione del famigerato complesso di case popolari Pruitt-Igoe di St Louis. Con la notoria demolizione di quelle case del razionalista Minoru Yamasaki, frettolosamente etichettate morte dell’architettura moderna, si iniziava idealmente proprio quella marcia sedicente trionfale, e sedicente post-ideologica, che potremmo definire black-flight. Ovvero, così come i bianchi erano scappati a partire dagli anni ’50 nel suburbio dei cancelletti altrettanto bianchi, lontano da una città colonizzata da architetti paranoicamente fantasiosi con la fissazione dei casermoni, adesso anche i cugini afroamericani potevano inseguire il sogno della casetta in proprietà, se non altro perché fatti uscire a calci dall’exsistenzminimum malriuscito di scuola corbusieriana.

La vulgata nazionalpopolare

Così recita almeno la versione ufficiale pubblicitaria, anticipatrice del metodo new urbanism, quando proprio studiando il degrado delle case Pruitt-Igoe l’architetto Oscar Newman elaborava la sua cosiddetta teoria degli spazi sicuri, partendo da un pregiudizio e arrivando a un altro pregiudizio: quando sto nel mio gabinetto tiro l’acqua, quando vado al cesso pubblico chi se ne frega. In termini più elaborati, l’architetto itinerante su e giù per i labirinti dei fatiscenti palazzoni corbusieriani, tra lampadine bruciate e pipì negli androni, scopriva l’ovvio, ovvero che se ci si identifica con uno spazio per puro possesso o usucapione, gli si dedica l’attenzione che merita una casa, altrimenti lo si abbandona al destino. L’esempio più a portata di mano che viene in mente è quello dei nostri campi nomadi metropolitani, dove l’urbanistica del disprezzo considera un valore la precarietà, ottenendone in cambio una irresponsabilità d’uso degli spazi, abbandonati al degrado dai loro stessi occupanti. La teoria degli spazi sicuri invece, forte del suo pregiudizio nonché dell’altro pregiudizio antiurbano American Dream, aveva già elaborato un suo modello che suona più o meno: casermone urbano in affitto uguale instabilità sociale; casetta suburbana in proprietà garanzia di valori e stabilità. Balle.

La bassa densità di ricchezza

Balle perché, come si è capito ahimè al solito troppo tardi, la condanna senza processo degli spazi razionalisti, e della stessa idea di regolamentazione urbanistica che ne definiva la cornice, seguiva il medesimo vizio di metodo, ovvero di intorbidire il minestrone urbano-sociale rendendo invisibili i confini tra architetture e persone che ci stavano dentro. Un vecchio errore, degli architetti e non solo, quello di pensare che siccome a una certa conformazione spaziale corrispondono certe dinamiche, cambiando la conformazione anche le dinamiche si orienteranno verso le intenzioni progettuali degli architetti! E non, come accade puntualmente sempre, o cercare un altro luogo per fare le stesse cose, o modificarsi in modi inattesi e contrari alle aspettative, comunque imprevisti e dannosi. La fuga dei neri, e di altre minoranze, verso il suburbio c’è stata, parallela in tutto il mondo ad altri processi simili di espulsione graduale di abitanti a basso reddito da aree urbane sottoposte allo slum clearance globalizzato: dalla terziarizzazione o gentrification dei nostri centri storici, alle demolizioni dei quartieri hutong cinesi, ai quartieri recintati per professionisti della finanza in tante ex roccaforti operaie deindustrializzate. La povertà materiale veniva spalmata sul territorio metropolitano, resa apparentemente inoffensiva, diluita nei sabati bighellonando al centro commerciale, resa invisibile dietro le siepi secche dei villini.

Il lupo non perde né il pelo né il vizio

Ma nonostante appaia ormai evidente la crisi ambientale, energetica, climatica, dello stile di vita suburbano, e nonostante tutti i possibili studi scientifici ne mettano in risalto anche l’estrema vulnerabilità sociale, la vulgata della destra liberista non esce di un millimetro dagli antichi binari simbolici: demoliamo le roccaforti del razionalismo collettivista per liberare l’individuo sul territorio. Ma mentre nei casi di Ferguson e simili emerge chiaro, cristallino, il crollo completo del modello suburbano universale che dovrebbe risolvere anche i problemi sociali e razziali (le proprietà taumaturgiche della villetta coi nani?), gli organi di stampa della destra ribadiscono senza posa: bisogna demolire i casermoni, radice di tutti i mali o quasi, quei complessi razionalisti che secondo il noto cortocircuito ideologico provocano criminalità, disoccupazione, emarginazione. Senza minimamente supporre che possa invece essere l’esatto contrario, ovvero che se si prendono tutti i soggetti a rischio, e li si concentra in modo piuttosto autoritario da qualsiasi parte, si otterrà una concentrazione di questo rischio. Siamo esattamente allo stesso malinteso degli architetti novecenteschi: in uno spazio rotondo c’è disagio? Disegniamolo quadrato e tutto si risolverà. Avvertivano già in tempi non sospetti gli studiosi di discipline sociali: andateci piano, voi progettisti, a farcirvi il cervello di cose che non capite! Non furono ascoltati, forse perché il valore assoluto del metro cubo era considerato indiscutibile. E probabilmente siamo ancora da quelle parti.

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