Ascolto il tuo stomaco, città

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Foto F. Bottini

Fanno benissimo certi sostenitori di quello che oggi chiamiamo correntemente (e un po’ impropriamente) chilometro zero, a ribadire come una certa autarchia locale, quella che spesso si riflette anche banalmente nella cultura Slow Food o della ristorazione legata al territorio, sia un primo passo verso una cultura alimentare, ambientalista, energetica più sostenibile. E si evocano immagini note sin quasi alla noia, di campagna italiana, piccoli produttori, prodotti di alta qualità, città che per quanto mostruosamente cresciute spesso mantengono ancora qualche contatto col proprio hinterland rurale, che rifornisce in parte anche ristoranti e mercati rionali. Quel che forse di solito sfugge però, è da un lato l’estrema modernità di questa lettura del rapporto fra città e campagna, dall’altro il fatto che si tratta di un affascinante nuovo campo di ricerca, sperimentazione, ambito di sviluppo socioeconomico, ben diverso dalla nostalgica acritica difesa delle tradizioni a cui assistiamo di norma, e per puri motivi di bottega.

Chi milita nelle associazioni per il contenimento locale e non del consumo di suolo, ne coglie almeno in parte la natura di attentato all’ambiente e alla vivibilità, di obliterazione di spazi che sono considerati dal pensiero speculativo corrente destinati a cose poco produttive di profitto: erba, alberi, acque, animali … Anche qui però, forse non si coglie appieno l’aspetto, per niente secondario, dell’aggettivo, «agricolo», abituati come siamo a considerare questa attività, nel migliore dei casi, come una specie di zoo socioeconomico senza recinti, dove quella specie di panda col cappello che appare ai più il contadino si aggira svolgendo attività residuali. Insomma, il suo vero lavoro è di esistere, farsi fotografare dai bambini in gita scolastica insieme a galline e rotoballe, e al massimo come spiega spesso ai suoi associati anche l’autorevole CPRE britannica in certi comunicati, solo garantire perfetta manutenzione a prati, siepi, drenaggi, prevenire il dissesto ecc.

Un’agricoltura che sempre più, insegnano invece oggi le discipline territoriali, si deve legare strettamente ai modi di progettare la città moderna, non solo come versione aggiornata del grande parco urbano per andare in bicicletta o guardare un paio di vacche al pascolo, ma entrare a pieno titolo fra le attività economiche centrali e strategiche, assai più all’avanguardia che non i pensosi slanci plastici delle architetture griffate che spesso vorrebbero occuparne gli spazi, proprio in nome di una mal concepita idea di modernità (quando non in palese malafede come nel caso milanese citato). In piacevole articolo pubblicato qualche anno fa, il direttore della rivista ufficiale della Regional Plan Association di New York, partiva da uno spuntino nella pausa di mezzogiorno per ricostruire un bozzetto di mondo affascinante: una mela comprata al farmer’s market nella zona di Times Square, serviva all’ampia cultura geografica, tecnica, socioeconomica dell’intellettuale per tentare un recupero del rapporto fra la grande metropoli e il suo territorio, per quasi due secoli (con l’eccezione del Central Park e poco altro) usato solo come piattaforma su cui avvitare grattacieli e edilizia minore residenziale, produttiva, commerciale.

E visto che eravamo partiti da quelle imprecisa definizione di «chilometro zero», proviamo a precisarla, a partire dal testo fondativo, dal racconto in una prospettiva personale al tempo stesso insolita e molto familiare scelto alcuni anni fa da una coppia di giornalisti, Alisa Smith e James B. MacKinnon. Quando col loro Plenty (letteralmente: Abbondanza, Random House, 2007), descrivevano un anno vissuto niente affatto pericolosamente, fra gioie, perplessità e scoperte, della «dieta delle cento miglia». Ovvero, mangiare nulla che non sia coltivato entro un raggio di circa 150 chilometri da casa. La faccenda diventa piuttosto interessante quando si consideri che «casa» sta nel centro di Vancouver, Columbia Britannica canadese, città famosa per le sue politiche urbanistiche tese a limitare il consumo di suolo, vicina all’Oceano Pacifico, alle montagne, ma non esattamente un piccolo centro, né al centro di ubertose campagne, né in area che noi chiameremmo temperata, come si capisce immediatamente dalla carta geografica.

E come si capisce immediatamente sin dalle prime efficacissime, battute che la coppia dedica a una di quelle miracolose primavere del Nord, col fango e le ultime croste di neve che fanno spazio a un’inusitata esplosione di natura. Le prime verdure nell’orto, i germogli nei parchi, nei fossi, sui cigli dei terrapieni vicino alla superstrada … una ricchezza forse inusitata, ma che genera subito l’angosciosa domanda: tutto bellissimo e magari anche buonissimo, ma basta a garantire una dieta equilibrata, sali, zuccheri, proteine, vitamine ecc.?

Proprio la laboriosa ricerca, fra gli equivalenti locali del mercato rionale italiano, o del citato farmer’s market di New York, le banchine del porto dove attraccano i pescatori, la fascia suburbana esterna dove qualche eccentrico sperimenta le colture più audaci, ci riassume in un piccolo mosaico di bozzetti il rapporto fra città e campagna in una prospettiva assai realistica da XXI secolo. Si mescolano spazi, figure e anche prodotti che spesso non hanno nulla a che fare con la «tradizione», ma che possono molto contribuire a costruirne una nuova, come le verdure cinesi per la miriade di piccoli esercizi, o qualche esperimento a mezza strada fra la pura stravaganza e la straordinaria innovazione. Emerge anche, per converso, anche qualcosa di terrificante quando si pensa agli ettolitri di gasolio bruciato ogni giorno, ogni minuto, per far convergere sulla città, attraverso i canali «tradizionali» della grande distribuzione organizzata, prodotti succedanei a quelli reperibili dietro l’angolo, facendoli invece spostare lungo la filiera degli infiniti e costosissimi (per il portafoglio e l’ambiente) passaggi e intermediazioni.

E ci sono anche – ovvie, se ci pensiamo un istante – motivazioni pratiche, dietro a questa neotradizione dello shopping mall. Ad esempio, di solito chi non sta ad esempio a Cuba, o per altri versi a Ferrara, inizia ad avere problemi per fare una cosa con cui quasi tutti iniziano le giornate: due cucchiaini di zucchero nel caffè. Alisa e James devono passare da subito al miele (diventato poi un classico dell’agricoltura urbana da tetti) scoprendo via via la rete dei produttori locali, il rapporto con le stagioni, le trasformazioni ambientali, l’urbanizzazione selvaggia che avanza. E avanti così, con la voglia di pane che si trasforma in una caccia a improbabili coltivatori di grano nell’area metropolitana di un capoluogo del nord, con risvolti inquietanti dentro a silos abbandonati in balia dei ratti. O la necessità fisiologica del sale, forma antichissima di moneta, che nella città affacciata sul Pacifico diventa occasione per una sorta di matrimonio del mare, prelevando da una barca a remi una grande quantità d’acqua e facendola poi bollire fin quando compaiono quasi magicamente i cristalli bianchi.

Tutto il racconto del libro, è condito da scenette di vita familiare e amicale, di raccolta di more nella canicola estiva dei roveti sotto l’autostrada, bisticci e bronci davanti al pentolone della conserva di pomodori per l’inverno. Parafrasando il notissimo titolo di Alberto Savinio, verrebbe da dire «ascolto il tuo stomaco, città». E dal punto di vista della cultura urbanistica, sociale, ambientale che questo pur «leggero» resoconto da Vancouver e dintorni evoca, emerge l’esigenza di superare una certa sedimentata prospettiva. Certamente quella della città ingegneristica novecentesca che cresce a macchia d’olio, infinita, mastodontica, alimentandosi con tubi che risucchiano risorse da sempre più lontano, e scaricandosi più o meno addosso tutti gli scarti. Superare l’idea della città macchina, non solo quella degli architetti modernisti fatta di angoli retti, cemento, e idee tetragone, ma anche quella letteraria dei «ventri urbani» ottocenteschi, che da Eugene Sue attraverso Matilde Serao fino alle processioni di Èmile Zola, dei carri che dalla campagna sciamano fino alle Halles, propongono un rapporto gerarchico fra la pietra e la terra. C’è da sperare che si rifletta oltre la pura moda contadina e culinaria, sulla necessità di superare davvero le chiacchiere sulla «misura d’uomo» o addirittura sullo «sviluppo sostenibile», fatte a solo uso di qualche dichiarazione televisiva o elettorale. Ascolto il tuo stomaco, città, e credo che dovresti curarti l’ulcera. Urgentemente.
(questa recensione era stata scritta poco dopo la pubblicazione del libro, e viene riproposta con alcune piccole modifiche contestuali)

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