Il chilometro zero del cervello

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Foto J. B. Gatherer

Prima di cominciare a giocare, forse prima ancora di pensare alle regole del gioco, è sempre bene delimitare il campo: il dove, il fino a che punto, aspetti che poi condizionano in modo determinante anche il chi, il come, e in fondo il perché. E invece quando si parla di agricoltura urbana il vizio pare esattamente quello opposto, ovvero di allargare al rilancio e all’infinito i confini del concetto, tanto per sottolineare l’importanza del tema. Ora, certo nessuno intende negare che importante lo sia davvero, né che il concetto sia parecchio articolato, ma quella delimitazione di campo ormai pare sempre più urgente visto l’evolversi delle cose, ovvero l’ennesima colpevole e spesso perniciosa confusione che circonda l’argomento, e soprattutto le politiche relative: sosteniamo l’agricoltura urbana, ma cosa esattamente dovremmo sostenere? Anche messo nel conto che qualunque aspetto sia legittimo e degno, dove potremmo ancorarci per evitare dispersioni e vistose contraddizioni? Pensiamo a due situazioni estreme, ai capi opposti dello spettro, come l’hobbistica da davanzale o l’attività produttiva organizzata di mercato su grandi superfici periurbane, ecco entrambe in senso proprio appartengono a un campo, insieme ad altre, ma cosa dovrebbe-potrebbe unirle?

La città è ciò che mangia

Partiamo dalla grande superficie. Alcuni ettari, un’azienda con proprietari-soci-dipendenti, amministrata con criteri di bilancio e profitto (da intascare o reinvestire non conta), inserita in una rete che va oltre la dimensione strettissimamente locale, oppure fortemente integrata ad altre economie di trasformazione, distribuzione, rifornimento. In pratica questo tipo di coltivazione è quasi impossibile da distinguere, se non per pochi ma essenziali aspetti, da una qualunque azienda in un’area rurale. E quegli aspetti discendono tutti dalla prossimità alle funzioni urbane, e ai luoghi di trasformazione e consumo, che condizionano il tipo di prodotto, gli investimenti, magari anche l’organizzazione del lavoro. La non superficie, ovvero la coltura hobbistica da davanzale, al contrario è quasi impossibile da ricondurre al temine agricoltura: assomiglia in tutto e per tutto all’antico vasetto di fiori poetico che si tiene simbolicamente tra i fondali grigi di un quartiere urbano senza verde, a ricordare che da qualche parte c’è la natura. Non ha alcuna organizzazione (salvo qualche eventuale espediente high-tech per l’irrigazione o salvaspazio), niente lavoro, e si potrebbe addirittura dire niente produzione alimentare, se non nelle medesime quantità simboliche del fiorellino a cui l’abbiamo paragonata. Ma c’è comunque un filo rosso che collega i due estremi della catena logica dell’agricoltura urbana, e delimita il campo in senso qualitativo: il puro fatto che in entrambi i casi ci siano di mezzo cose commestibili. Pochissime, quasi nulla, sul davanzale, in quantità di tutto rispetto nella coltura da diversi ettari.

La rete locale

Sembra una constatazione sciocca e banale, ma serve a far capire che quando si parla di produzione in area cittadina, da un lato ci si trova di fronte davvero a un ventaglio amplissimo di possibilità, ma tutte coerenti e degne di rispetto, dall’altro è indispensabile ragionare sempre a rete locale. Ovvero, detto in altri termini: l’agricoltura urbana per essere considerata seriamente in tutte le sue potenzialità non può mai prescindere dal locale, dalle sue specificità, dai suoi equilibri, dalle proporzioni tra i vari tipi di produzione determinati dai fattori insediativi e socioeconomici. E come tale, in questa sua particolarità, deve (esattamente come si fa con le produzioni Dop, o i recuperi di tecniche ed essenze dimenticate eccetera) essere coltivata e promossa da politiche pubbliche. In altri termini non esiste una agricoltura urbana se non l’idea generale che si debba promuovere localmente tutto quel campo di azioni tese alla produzione alimentare, così come meglio si inserisce nello specifico contesto. Ergo favorire in generale il piccolo rispetto al grande, il tecnologico rispetto al tradizionale, la gestione privatistica di profitto rispetto a funzioni sociali o ambientali, non ha di per sé alcun valore o disvalore. Li assume relativamente al contesto, ovviamente sulla base di una lettura preliminare il cui metodo non può non essere (quello si) scientificamente generalizzato. Locale insomma non vuol dire appiattirsi sul localismo che ne è l’involuzione.

Riferimenti:
Charlotte Provéa, Joost Desseina, Michiel de Kroma,
Taking context into account in urban agriculture governance, Land use policy, Vol. 56, 2016

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