Brasilia: decide l’uomo, dove (1960)

Quando gli stranieri apprezzano le bellezze dell’attuale capitale del Brasile, Rio de Janeiro, o il fascino sonnacchioso delle vecchie città di provincia, i brasiliani accettano il complimento con calma e un certo compiacimento, come si sono abituati a fare negli anni. Ora, quello che fa davvero battere forte il cuore nazionale del Brasile e brillare gli occhi, vuoi di orgoglio che di rabbia, è qualunque accenno a Brasilia, la capitale nuova di zecca visitata un paio di settimane fa dal Presidente Eisenhower, e che nonostante sia solo parzialmente terminata diventerà ufficialmente la sede del governo il prossimo mese. Secondo il Presidente Juscelino Kubitschek de Oliveira, Brasilia, costruita su quello che sinora era un altopiano disabitato novecento chilometri a nord-ovest di Rio, resterà per sempre nella storia come il più alto traguardo del suo mandato, un colpo assestato all’idea corrente di senso comune e di bellezza, una sfida accettata, un simbolo adeguato per il futuro del paese. «Secoli or sono, le città nascevano dove gli uomini decidevano di fermarsi» dichiara uno dei numerosi opuscoli governativi su Brasilia. «Oggi, è l’uomo a decidere dove vuole edificare».

Come ho scoperto durante un recente soggiorno in Brasile, il fatto che un uomo abbia deciso di costruire in un certo posto, non impedisce ancora ad altri, come succedeva secoli fa, di decidere che deve smettere di costruire lì. Quella che è considerate la follia di Brasilia è stata un cavallo di battaglia degli oppositori politici di Kubitschek, i quali citavano i costi già sostenuti per il progetto (circa cinque milioni di dollari), quanto costerà alla fine (una previsione di due miliardi), e quanto denaro serva per bisogni nazionali più impellenti. Ma all’epoca in cui ho visitato la discussa città, non molto tempo fa, i critici avevano dovuto rinunciare alla speranza di convincere il governo a sospendere i lavori. «Non c’è modo di fermarla, adesso, senhora» mi ha detto un uomo disgustato. «Juscelino dichiara che sarà finita assolutamente entro il termine del suo mandato, ovvero all’inizio del 1961, e ciò significa che il prossimo presidente non potrà abbandonarla e riportare il governo a Rio, per quanto fortemente lo desideri».

Anche se molte delle critiche danno l’impressione che l’idea di una nuova capitale sia originale di Kubitschek, il piano di una grande città centrale nell’interno del Brasile è vecchia di più di due secoli. In realtà, la prima costituzione nazionale, adottata nel 1824, conteneva l’indicazione, accuratamente ignorata sino a poco tempo fa, che la capitale dovesse essere situata in qualche luogo nel centro del paese. Quello che ha fatto Kubitschek è stato resuscitare il piano, e insistere perché alla fine fosse attuato. Gran parte del suo successo nel farlo è dipesa dalla disponibilità dei moderni trasporti aerei. Senza aeroplani, il lavoro preliminare sulla nuova città, cominciato nel 1955, avrebbe dovuto aspettare la costruzione di strade, e i costruttori di strade probabilmente avrebbero voluto aspettare prima la città. Con gli aeroplani, il lavoro iniziale si poteva fare – ed è stato fatto – senza le strade, anche se come vi dirà qualunque membro della fazione anti-Brasilia entro i primi cinque minuti di conversazione, il costo di trasportare in aereo ogni mattone o pietra o trave per i primi edifici è stato incredibile. Ora sono state aperte due grandi strade: una da Belo Horizonte, 700 km a sud-est di Brasilia, e l’altra da Belém, 2.200 km a nord.

La scelta dell’area è stata complicate tanto quanto tutto il resto dell’impresa. In un primo tempo, le autorità volevano costruire la città nel centro geometrico della massa irregolare del Brasile, ma quando si sono seduti davanti a una carta a considerare quel punto particolare, hanno capito immediatamente che stava troppo vicino alle paludi del bacino amazzonico, troppo lontano dai principali centri di popolazione, e si trattava di una proposta troppo audace anche per i costruttori più intrepidi. Dopo aver indugiato un po’ più a lungo sulle loro carte, hanno deciso che la regione più logica per la capitale era un’area fertile, temperata e libera di oltre 150.000 kmq che comprendeva parte degli stati di Goiás, Minas Gerais, e Baja, a mezza strada fra Belém, nella parte più a nord del Brasile, e l’Uruguay, a sud. Poi c’è stato il problema di individuare il punto esatto, e questo, si è deciso, avrebbe dovuto essere il compito di esperti; quindi il lavoro è stato affidato a un gruppo americano guidato da un professore di ingegneria civile della Cornell, Donald J. Belcher. Belcher e i suoi uomini hanno esaminato l’area sul terreno e dall’aereo, studiato l’idrografia, raccolto dati sul clima e i suoli, e nel 1955 hanno presentato al governo brasiliano un esaustivo rapporto su quattro possibili siti. Il governo ne ha scelto uno a circa 150 km da Goiânia, capitale del Goiás, e invitato gli urbanisti a presentare le proprie idée per una metropoli che ospitasse mezzo milione di persone.

Hanno risposto parecchi progettisti, la maggior parte con elaborati piani consistenti di decine di pagine fittemente dattiloscritte, ma l’uomo che ha ottenuto l’incarico è un architetto-urbanista brasiliano, Lúcio Costa, che aveva scarabocchiato le sue idee su un paio di cartoline e le aveva spedite per posta. Originariamente il progetto era visualizzato come una metropoli a forma di croce, ma più tardi è stato modificato in qualcosa che assomiglia a un aeroplano con le ali incurvate, or, o come dice qualcuno a una libellula. Sia che le ali assomiglino a quelle di un insetto o di una macchina, quelle linee che si stendono verso nord e sud definiscono le aree residenziali della città, dove la gente abiterà in enormi isolati di appartamenti e case più piccole raggruppate in quartieri decentrati, ciascuno servito da una propria piccola area commerciale, scuole e ospedale. Lungo l’asse est-ovest – il corpo della libellula – si raccolgono gli edifici governativi, la maggior parte dei quali, promette il governo, saranno pronti per l’uso entro il prossimo mese.

Prima della mia visita a Brasilia, ho fatto una sosta a São Paulo, e quando ho nominato la nuova capitale a una giovane donna incontrata, sono rimasta sorpresa dal calore della risposta. «Oh, adoro Brasilia!» ha detto. «L’ho visitata e semplicemente la adoro. Mio padre l’ha avversata totalmente in dall’inizio, ma io ho fatto domanda per andarci a lavorare, e credo dia vere buone possibilità di riuscirci. Dopo tutto, non è un posto dove vogliano andare tante persone finché non sarà sistemato e comodo, e costa parecchio vivere lì. E non è che pagando si abbia molto in cambio: di solito una stanza in una baracca provvisoria». Il viso le luccicava all’idea. Ho tentato di scoprire come mai fosse tanto entusiasta.

«É la sensazione» ha detto. «Essere nel luogo dove si sta creando qualcosa. Sarà una città magnifica: tanto spazio per le persone, tanto spazio per le automobili, e niente di questa stancante grandezza del centro. Naturalmente, le distanza saranno enormi. La invidio, perché la vede per la prima volta. Starà all’albergo, naturalmente? É il più bell’albergo del mondo. Tutte le comodità immaginabili. E deve vedere la Free Town: è affascinante. In pochissimo hanno dovuto fare case ristoranti e negozi, prima che venisse su la città vera, così per incoraggiare le persone a venire e iniziare delle attività gli hanno lasciato costruire baracche provvisorie, in una zona a circa quindici chilometri dalla città vera e propria, e cominciare senza permessi e tutto quanto. Quando Brasilia sarà costruita, tutti questi edifici dovranno essere demoliti, ma ora ci sono più di sessantamila persone che abitano nella Free Town».

Un giovane ex pilota di aerei – lo chiamerò Roberto – che aveva passato parecchio tempo a Brasilia, ha accettato di farmi da guida e interprete durante il viaggio. All’aeroporto di São Paulo, ha annusato l’aria estasiato mentre correva a cercare il pilota e a presentarsi. Circa a metà strada, a Belo Horizonte, abbiamo cambiato aereo, e un’ora più tardi iniziavamo a perdere quota verso un terreno che appariva, ai miei occhi, molto simile a quello che avevamo sorvolato per tutto il viaggio: un’ondulata prateria deserta.

«No, no» ha detto Roberto, indicando. «Non sta guardando nella direzione giusta. Eccola lì: la nuova strada. La vede?» Un attimo dopo, l’ho vista: una crepa vagante nel terreno, quasi indistinguibile dal resto della superficie su entrambi i lati finché non abbiamo perso ancora quota e si è vista la terra fresca smossa e rossastra. Ho avuto solo il tempo di intravedere una linea irregolare di capanne, o baracche, sui margini, prima che Roberto mi dicesse che si poteva già vedere Brasilia, ed eccola là per un secondo sospeso, segnata come un progetto, con soltanto qualche sezione concretamente riempita. Poi è iniziato l’atterraggio. La pista era in aperta campagna, tanto vuota che sembrava estendersi all’infinito in tutte le direzioni.

Nella giornata di sole ventilata, le bandiere sventolavano schioccando sopra le baracche della reception, una struttura piatta che potrebbe o meno essere definitiva; è difficile dirlo con certe architetture moderne. Il posto era affollato, e davanti all’entrata principale c’era un gruppo di persone che, nonostante l’abbigliamento informale, ho subito individuato come un comitato di ricevimento, per via dell’aria dignitosa e silenziosa. Naturalmente non erano lì a salutare noi; davano un’occhiata veloce ai passeggeri del nostro volo continuando a frugare nel cielo, nervosi. Li abbiamo raggiunti, e Roberto me ne ha presentati parecchi, fra cui il Dr. Israel Pinheiro da Silva, un signore grosso dagli occhi gentili, presidente di novacap, l’agenzia governativa (nome ufficiale: Companhia Urbanizadora da Nova Capital do Brasil) che sta costruendo Brasilia. «É arrivata in un buon momento per le visite» ha detto Pinheiro. «Stiamo aspettando da un momento all’altro da Rio alcuni rappresentanti del Congresso americano, sull’aereo del Presidente Kubitschek. Possiamo visitare la città insieme. Guardi, credo stiano arrivando adesso».

Era vero. È scattata immediatamente l’attenzione quando un grosso magnifico aereo ha iniziato l’atterraggio. «Non c’è Juscelino con loro » mi ha detto Roberto. «Speravo che potesse venire; gli piace passare i fine settimana a Brasilia. Ma a quanto pare non si è potuto muovere stavolta». Nel trambusto, qualcuno mi aveva passato una bandierina con su scritto in portoghese «Andiamo a Costruire Brasilia», e impugnandola ho cominciato a camminare verso l’aereo insieme agli altri. I deputati, alcuni con le mogli, con vari assistenti, sono usciti, hanno sostato strizzando gli occhi al sole, in posa per i fotografi brasiliani (che in queste occasioni sembrano numerosi e zelanti quanto i corrispondenti giapponesi, e non ce ne sono di più entusiasti). Finito questo rito, siamo stati presentati ai visitatori ed efficientemente instradati verso enormi limousines, che sono partite sfrecciando verso Brasilia.

Nonostante l’essenzialità del suo telaio di ferro e cemento, Brasilia non appare tanto come uno scheletro, quanto come un organismo che si sta ricoprendo di cellule, una colonia di coralli che sta per emergere alla superficie sotto forma di atollo. Qui e là brilla al sole la muratura o il vetro di un edificio terminato. Fra quelli che ricordo mi abbiano fatto un’impressione particolare, un edificio ad appartamenti, o forse era a uffici, di cui mi hanno raccontato che era per la novacap. Se posso sembrare vaga, è perché ero disorientata; l’architettura della città è tanto poco convenzionale che le funzioni della maggior parte delle strutture non appaiono immediatamente evidenti. Dato che eravamo arrivati all’ora di pranzo, e per di più un sabato, non c’era nessuno al lavoro. In realtà, non c’era nessuno in giro. Avremmo potuto essere in una città sulla Luna.

Il nostro sbalorditivo giro ci ha portato attraverso il quartiere degli edifici governativi, al centro esatto del quale c’è la vasta e imponente Piazza dei Tre Poteri – legislativo, esecutivo e giudiziario – dominata da due grattacieli amministrativi gemelli, la struttura a forma di grande catino della Camera dei rappresentanti, e una più piccola con cupola per il Senato. Un bel pezzo più avanti, alla fine della coda della libellula, le nostre auto si sono avvicinate alla residenza presidenziale, detta Palazzo dell’Alba. Il progettista di questa strana e magnifica struttura – e di tutti gli altri edifici pubblici di Brasilia – è l’architetto più famoso del paese, Oscar Niemeyer, la cui opera colpisce (o come dice qualche testardo, sconvolge) l’occhio in tutte le grandi città del Brasile. Immediatamente dopo il mio arrivo il Brasile, avevo scoperto che nominare Niemeyer o la sua opera era sempre un buon modo per cominciare un’appassionata discussione, sia coi brasiliani che con gli stranieri.

Per quanto mi riguarda, le visite o soggiorni negli edifici di Niemeyer mi hanno ispirato reazioni composite, un misto di soggezione per l’ingegno dell’uomo, e diffidenza per il suo uso massiccio del vetro un una regione con tanta luce solare. Per quanto riguarda il Palazzo, si tratta di un blocco di vetro lungo e stretto, schermato da spettacolari colonnati di enormi archi rivoltati, con la base, o curva centrale, di ciascun arco a toccare la cima di un arco dritto molto più ribassato, di poco sporgente dal terreno, in modo che l’intero edificio sembra poggiare leggero sull’intreccio delle curve, in bilico come una ballerina sulle punte. Di fronte, la statua di due figure di bronzo stilizzate, dello scultore brasiliano Bruno Giorgi. Ci sono opere di altri artisti brasiliani nell’ambito del Palazzo, fra cui Maria Martins e Alfredo Ceschiatti, ma le opere non interferiscono con la sua composizione complessivamente austera.

Dopo aver superato le colonne per entrare nel portale di vetro dell’edificio, ci si trova in un vasto atrio, fra due basse pareti, quella sulla destra ricoperta in liscia ceramica dorata, quella a sinistra da brillanti pitture murali. Dalla parete dorata sale una lunga rampa che conduce ad una enorme sala ricevimenti, decorata a colori freddi e attenuati, che corre attraverso l’intera lunghezza dell’edificio. In questa parte anteriore pubblica del fabbricato, Niemeyer evita per quanto possibile suddivisioni convenzionali o porte, e l’ha invece scandita variando i livelli, ma nelle parti più interne e private – sala da pranzo, biblioteche, uffici – le suddivisioni sono più efficaci, e al piano superiore l’architetto ha riconosciuto l’impellente necessità umana di privacy realizzando comuni porte e pareti per stanze da letto e bagni. Qui, restiamo per un po’ stupiti, credo come tutti i turisti, davanti alla stanza da letto, bagno presidenziale e altre camere per la famiglia che appaiono vissute, se non proprio accoglienti. É piuttosto difficile ottenere un effetto di intimità in questi spazi tanto vasti e pieni di echi, anche se abbiamo intravisto le pantofole Presidenziali sotto il letto Presidenziale.

Dopo aver guardato i quadri alle pareti e fatto qualche commento sulle tendine e gli accostamenti di colori, veniamo accompagnati di nuovo da basso, a vedere la cappella del Palazzo, collocata alla fine della struttura principale come un’alta e sottile tenda indiana di pietra. La croce che la sormonta è l’unico segnale della funzione dell’edificio, e riflettendoci mentre la guardo mi viene in mente che tra tutti i popoli cattolici i brasiliani sono i più adatti ad accettare una simile eccentricità senza complicazioni. Comunque, apprenderò più tardi che nonostante l’apertura mentale dei suoi connazionali, Niemeyer ha avuto qualche occasionale scontro con le autorità ecclesiastiche locali; una cattedrale che ha realizzato a São Paulo ha dovuto aspettare anni la consacrazione, perché il clero la riteneva eccessiva. Comunque alla fine è stata benedetta, e la sensibilità ecclesiastica a quanto pare si è adattata, visto che non si sa di proteste riguardo al progetto di Niemeyer per la cattedrale di Brasilia, edificio molto più improbabile di quello già discusso per São Paulo; guardando il modello, essa appare come un bouquet circolare di mazze da hockey tenute insieme dal vetro, con ingresso «da sottoterra», almeno da quanto leggo in un opuscolo su Brasilia, che prosegue «Di fronte, sul lato sinistro, possiamo notare un oggetto dalla forma curiosa. É il fonte battesimale».

Ho ammirato immensamente il Palazzo, ma non si può negare che facesse molto caldo quel giorno, dentro l’edificio. L’ho detto a Roberto, mentre ci accodavamo ai deputati che commentavano educatamente entusiasti fermandosi qui e là in posa per i fotografi, dopo essersi asciugati il viso. «Tutto questo vetro» ho detto perplessa. «Mi sento come un’orchidea». «È una giornata particolarmente calda» mi ha spiegato Roberto. «Non ci si ricorda un’annata così calda a Brasilia. L’altitudine di solito mantiene il fresco. Normalmente il caldo non è un problema». Alla fine usciamo dal Palazzo, in sciolta e sparpagliata processione, qualcuno che si sposta su un fianco ad ammirare per l’ultima volta il colonnato, altri che tornano per un’altra occhiata perplessa alla cappella. Per quanto mi riguarda faccio pausa nella sala d’ingresso, luminosa con le sue piastrelle dorate, e sfoglio il mio opuscolo. Il Palazzo è stato usato in un primo tempo, dice, come sede provvisoria del governo, e nel libro c’è una foto del Presidente sulla rampa all’ingresso che si rivolge a un gruppo di deputati. Tento di immaginare la sensazione di questi uomini mentre si guardano in giro in quel momento. Che siano stati favorevoli o contrari a Brasilia, sono certa non possano fare a meno di sentirsi fieri.

«Molti hanno criticato il costo degli edifici» recita l’opuscolo sulla difensiva. «Comunque, i costi sostenuti per tutte le costruzioni dalla novacap saranno … coperti dalla vendita di ottantamila lotti di terreno residenziali e di migliaia di piccole fattorie attorno alla capitale». Roberto ha letto il paragrafo da sopra la mia spalla. «Può darsi, ma la cosa non vale per le ambasciate» dice. «I lotti per quelle sono offerti gratuitamente alle nazioni interessate, per attutire il colpo del trasferimento da Rio. Il vostro governo, per esempio, ha terminato solo pochi anni fa un nuovo edificio dell’ambasciata a Rio, e spostarsi sarà un’impresa, nel migliore dei casi. Ma varrà la pena di vederla, questa città, una volta terminata». Ci muoviamo verso le auto in attesa, che ci porteranno fino al Brasilia Palace Hotel per il pranzo.

I finestrini della limousine sono chiusi per via della polvere che soffia dappertutto e che altrimenti ci coprirebbe face e abiti. Non è uno spostamento lungo fino all’hotel, che l’opuscolo descrive «da centottanta appartamenti di lusso, costruito in meno di un anno» e «l’albergo più moderno dell’America Latina». Ancora, Niemeyer ha realizzato una cosa sottile e lunga, stavolta che fa sporgere la propria struttura su un pendio, così che un’estremità poggia su pilastri alti a sufficienza per lasciare abbastanza posto a un parcheggio di sotto. L’altra estremità è dedicata a una sala da pranzo vetrata, bar e soggiorno, mentre al centro sta la zona della reception : in gran parte al di sotto della superficie del terreno in pendenza. Le camere sono distribuite fra i piani superiori in tre nitidi strati, tutti con una facciata in vetro. Dietro le camere, lungo l’intero sviluppo di 230 metri dell’edificio, girano corridoi le cui finestre consistono in una moltitudine di piccoli buchi tondi scavati di traverso nella parete, chiusi da lastre spesse e opache, come fondi di bottiglia.

Una volta arrivati, veniamo guidati giù dall’ingresso al pianterreno attraverso una scalinata, senza corrimano e staccato dalla parete interna, che porta con grazia, anche se pericolosamente, sino al livello dell’anticamera e del banco di registrazione. Ma «livello» probabilmente è una parola che non si usa, parlando di un edificio di Niemeyer. In questo, ci sono varie scale che portano da una parte all’altra del pianterreno. Sia queste che le superfici dei pavimenti sono di marmo lucido. Dove non c’è copertura, come sui pianerottoli, sono brillanti e scivolose. Credo che il tutto sia adorabile e pericoloso, con tante ripide rupi artificiali e scale senza corrimano. «Come faranno gli anziani sulle sedie e rotelle?» chiedo a Roberto. «Ne avrete qualcuno, a Brasilia? E la gente con le stampelle? Quanto tempo credete che dureranno i bambini, a giocare a nascondino qui attorno? Avrete una bella quantità di ossa rotte appena questo posto comincerà a funzionare davvero». Roberto si è grattato la testa, e ha risposto, «Deve ammettere che è bellissimo».

Dopo il pranzo insieme al gruppo dei Congresso, parecchi deputati sono portati via per un giro di ricognizione in elicottero, che finirà all’aeroporto. Quando il resto del gruppo di visitatori li raggiunge in auto per il viaggio di ritorno verso Rio, insieme a Roberto ci uniamo a loro per salutare. Mentre il gruppo sale a bordo dell’aereo presidenziale, una signora esita quando mi vede restare indietro. «Lei non viene?» chiede. Spiego che non facevo parte del gruppo. «Mi fermerò un po’» aggiungo. «Starò all’albergo per un paio di notti». «Ma l’ha gia visto!» esclama. «Cosa diamine resta da fare? Chi c’è qui?» «Ci sono almeno sessantamila persone, qui» le dice Roberto, con grande dignità.

Guarda esterrefatta la distesa d’erba, poi scuote le spalle ed entra nell’aereo. Che vola via, mentre io e Roberto torniamo all’albergo a ispezionare le nostre stanze, che non abbiamo ancora visto. Quando esco dall’ascensore al mio piano, sembra ci siano chilometri di passaggi in tutte le direzioni. Imbocco quella giusta, superando una porta dopo l’altra. Il sole che brilla attraverso gli oblò tondi ha scaldato il corridoio al punto da farmi pensare che le piccole aperture contengano lenti di ingrandimento, e la chiave della stanza mi cade dalla mano indebolita quando alla fine raggiungo la mia porta. La camera, dal soffitto alto e austeramente lussuosa, è parecchio più fresca del corridoio, ma strizzo gli occhi alla vista dell’enorme parete di vetro. Comunque almeno qui ci sono delle veneziane e una tenda a tutta parete per escludere la luce del primo mattino (e anche l’aria della notte, se è per questo).

Più tardi, mi incontro con Roberto al bar, per scoprire che anche lui, per quanto incrollabile fan di Niemeyer e Brasilia sia, ha visto momentaneamente oscillare il suo entusiasmo. «La stanza e la stanza da bagno con la doccia sono meravigliose» dice, «ma, sa, non sembra ci sia un gran isolamento acustico. Potevo ascoltare ogni parola del tipo nella stanza di fianco al telefono. Beh, dopo tutto, dobbiamo ricordare che è stato tutto costruito ed entrato in funzione nel giro di un anno, e in queste condizioni un architetto può imparare solo sperimentando». Andiamo fuori a sederci ad un tavolo della terrazza. Per chilometri attorno, il terreno appare nudo e piatto come un palcoscenico vuoto. Il sole scende verso l’orizzonte. Mi do’ uno schiaffo sulla caviglia. «Parecchie zanzare» dice Roberto. «Devono ancora trovare il modo di liberarsene. Uno dei motivi per cui hanno scelto questo punto è l’abbondanza di acqua, ma dove c’è acqua ci sono zanzare. Se non altro non attaccano la malaria. Ci siamo liberati della malaria in Brasile».

Ai tavoli vicini ci sono parecchie coppie che parlano in americano. Hanno dei bambini con loro, e ricordando i pericoli nella forma dell’albergo mi aspetto nervosa qualche tipo di incidente. Ma i piccoli, come capisco, è stato detto di giocare solo fuori all’aperto, e così per fortuna la mia teoria non può essere messa alla prova. Uno degli uomini, evidentemente un nuovo arrivato, sta facendo un sacco di domande su Brasilia, alle quali gli altri rispondono prontamente, come esperti. Dopo un po’, lamentandosi per le zanzare, il gruppo richiama i bambini, chiede il conto e se ne va.

«Devono essere gli ingegneri con le loro famiglie» dice Roberto. «Ci sono parecchi americani impegnati nei lavori di costruzione, e parecchi altri che parlano come americani, perché hanno studiato negli Stati Uniti. La maggior parte ha casa nei vari campi e villaggi a chilometri da qui, e si fanno semplicemente un giro in macchina la sera per bere qualcosa. Ah, ecco la cosa che stavo aspettando!» Si sta riferendo a un curioso fenomeno nella pianura. L’aria si è fatta scura, e ora il Palazzo del Presidente, da lontano, improvvisamente brilla come una scatola bianca che fluttua nel cielo. «É arrivato Kubitschek, dopo tutto?» chiedo. Roberto scuote il capo. «No, credo di no» dice, «ma tengono illuminato il Palazzo tutte le sere, comunque. Credono sia di incoraggiamento per chi costruisce, e anche una buona pubblicità per i visitatori come lei, che si fermano a dormire».

Quando rientriamo per la cena, troviamo la sala da pranzo quasi completamente esaurita, e Roberto mi spiega che è per via del sabato sera, con gli ingegneri che vengono dai campi. Vede parecchie persone che conosce, e si alza dal tavolo per fare giri di saluti. Noto l’uomo che avevamo visto prima bere insieme alle coppie americane mentre siede da solo ad un piccolo tavolo, guardando speranzoso ad ogni nuovo ingresso. Quando ci servono il caffè, sta ancora da solo. Poi, quasi rispondendo a un impulso, spinge via la sedia e viene verso di noi.

«Vi spiace se mi unisco a voi?» dice. «Vi ho sentito parlare in inglese sulla terrazza. No, grazie, niente da bere per adesso». Si siede e sospira. «I prezzi della roba in questo posto bastano a ridurti ai debiti. Ma prenderò un caffè, se posso… Ascoltate, siete qui da molto?» Spiego che siamo arrivati solo in mattinata, e lui sospira ancora. «Riuscite a trovarci un senso?» domanda. «Perché io non ci riesco. Anch’io sono arrivato qui stamattina: in volo da Rio. Avevo preso un volo notturno da New York per quello che doveva essere un affare veloce. Lavoro per un’impresa di forniture tecniche che voleva qualche dritta su cosa sta succedendo qui, per la rivista interna. Volevano fare un buon lavoro, così mi hanno mandato insieme un fotografo, e abbiamo organizzato tutto. Almeno, credevo. Ha!» China il capo tra le mani, stanco. «Il ragazzo con la macchina fotografica aveva solo un giorno» continua, «e abbiamo fissato via telegrafo che ci sarebbe stato un funzionario ad accoglierci all’aeroporto per portarci in giro, in modo che potessimo scattare le foto entro sera. Pensavo di raccogliere il mio materiale nello stesso tempo e ripartire per gli States domani, dopo aver steso una prima bozza. Beh, tanto per cominciare, non c’era nessuno ad aspettarci all’aereo. Va bene, qualche contrattempo può succedere ovunque. Abbiamo trovato una jeep che faceva da piccolo autobus, che ci ha portato fin qui. Sembrava non ci fosse altro posto dove potessimo andare. É stato dopo, che ho incominciato a impazzire. Non siamo riusciti a scovare quel funzionario ufficiale da nessuna parte – né a casa sua, né all’ufficio, niente – e passavano le ore. Per non dire del fatto che non parlavamo la lingua e dovevamo dipendere dall’impiegato dell’albergo».

«Credo di poter spiegare …» comincia Roberto, ma l’uomo non si lascia interrompere. «Così alla fine abbiamo deciso di uscire a scattare le foto da soli, e anche l’impiegato ci ha detto che probabilmente era la cosa migliore, tutto considerato. Diceva che ci avrebbe trovato un taxi se riusciva, e quando è arrivato, parecchio tempo dopo, e abbiamo scoperto quanto costava, mi sono reso conto che l’ufficio non avrebbe mai creduto a una cifra del genere sul conto spese. Ma cosa potevamo fare? Siamo stati in giro tutto il pomeriggio a scattare foto, senza nessuno che ci spiegasse cosa stavamo fotografando. Ma il fotografo doveva prendere quell’aereo – doveva – e abbiamo deciso che io avrei potuto trovare più tardi le informazioni per le didascalie. Ora, ad esempio, mi dicono che c’è un plastico che mostra come sarà la città una volta finita».

«C’è», Roberto sembra compiaciuto di essere riuscito a infilare quelle due parole. «Bene. Ottimo. Dov’è?» chiede l’uomo. Roberto risponde che non lo sa ma può scoprirlo facilmente. Chiama una cameriera e chiede. La cameriera è senza espressione, dice di non averne mai sentito parlare, e ci dice di provare col direttore. «Non posso aspettare» dice l’uomo. «Possiamo chiedere al banco. Ora il resto della mia triste storia». «Solo un minuto» dice Roberto, imbaldanzito dal suo modesto successo. «Mi lasci spiegare, signore. Il motivo per cui non c’era nessuno ad aspettarvi all’aereo oggi, sono certo, è che alcuni vostri deputati …». «Certo, lo so. Me l’hanno detto ore fa», L’uomo gesticola impaziente. «E perché non ce l’hanno detto prima, che gli incaricati delle comunicazioni non avrebbero potuto essere d’aiuto?» «É vero che l’ufficio relazioni è a corto di personale» dice Roberto. «In realtà, credo ci sia una sola persona a gestire tutto». «E allora devono aumentare l’organico» dice l’americano. «E un’altra cosa. Guardate quelle machine là fuori: guardatele soltanto. File e file di jeep. La gran parte di proprietà statale, vero? O della novacap, o come diavolo si chiama quella cosa? Dove sono, quando servono? Questo voglio sapere».

«Gli uomini dei campi …» inizia Roberto, ma viene ancora una volta interrotto. «Bene, ho caricato l’altro tizio, e poi mi sono preso una pausa. Ho incontrato alcuni ingegneri americani, la gente con cui mi avete visto prima di cena, e grazie al cielo, faranno qualcosa per me: si sono organizzati per farmi passare la mattinata con loro al campo domani. Manderanno un macchina a prendermi alle nove, e spero di riuscire a trovare risposte ad alcune mie domande prima di pranzo. Volevano che stessi lì tutto il giorno, ma alla fine sono riuscito a prendere contatto con quell’uomo delle pubbliche relazioni, che ha promesso di incontrarci all’una – promesso solennemente – e quindi tornerò qui. Con un po’ di fortuna – e sa Dio quanto ne ho bisogno – potrò ripartire domani entro sera. È un lungo viaggio fino a New York, come se non lo sapessi».Gli abbiamo augurato buona fortuna, e l’abbiamo lasciato col suo caffè.

Mentre usciamo, ci chiama una delle conoscenze di Roberto, e ci sediamo al tavolo dove sta bevendo birra insieme ad alcuni altri uomini. Roberto ha l’aria cupa, e gli dico, «Su con la vita. Non la prenda così sul serio». Scuote la testa. «Fa così una cattiva impressione».
«Non badi a quell’uomo» dico. «Il suo sbaglio è stato quello di concedersi troppo poco tempo, ecco tutto».«Fa una cattiva impressione», ripete Roberto. «Cosa fa una cattiva impressione? Di cosa state parlando?» chiede l’uomo che ci ha invitato a sederci al tavolo. Si chiama Carlos, e Roberto mi ha spiegato che è responsabile di un campo di ingegneri a chilometri di distanza. Carlos si sporge in avanti, all’erta. «C’è qualcuno a cui non piace Brasilia?» chiede incredulo.

Mi precipito in difesa del mio college americano. «É un uomo di città, ecco tutto. Abituato a trovare tutto preciso e soprattutto pronto. Sapete com’è in una città come New York, tutto facile. Semplicemente non valuta le vostre difficoltà». Carlos annuisce e si rilassa. «Capisco, adesso, come deve apparire da quel punto di vista. Se fosse stato qui due anni fa, anche solo un anno fa, la vedrebbe diversamente. Per quanto mi riguarda, non riesco a guardarlo – fa cenno verso il Palazzo illuminato lontano – senza un senso di meraviglia. Faccio cinque ore di macchina fino a Brasilia ogni sabato pomeriggio, solo per passare la sera a guardarlo». Liquida impaziente le varie battute dei suoi compagni sul fatto che, di sicuro, non è quella l’unica ragione per cui viene ogni settimana. «L’ho guardato crescere, sa» continua, «dalla prima palata di terra smossa in poi. È inutile venire a Brasilia se non si riesce a cogliere questo senso di esaltazione». Si gira di nuovo a guardare attraverso la parete a vetri. Il cielo, enorme, brilla di stelle riflesse dal Palazzo.

Carlos sta in silenzio qualche istante, poi si gira entusiasta verso Roberto. «Dai! Mostriamole la Free Town» dice, indicandomi. «Si ferma più a lungo della gran parte di chi viene da fuori; deve vederla. Non ci troverà niente di elegante» aggiunge guardingo. «É solo temporanea, brutta, ma oggi è la grande serata, quando tutti i ragazzi arrivano dai campi. Ci andiamo?» Ci andiamo. C’è un piccolo ritardo fuori dall’albergo, mentre gli uomini cercano le proprie jeep, che sembrano tutte uguali nel buio. Più da vicino, non si fa fatica e distinguerle: alcune sono khaki, altre turchesi, alter gialle o brune; alcune sono aperte agli elementi, altre impermeabili alla polvere o alla pioggia. Mentre gli uomini cercano la propria, passeggio sul retro dell’hotel per osservare la facciata posteriore di notte. La luce risplende attraverso i piccoli pannelli di vetro tondi, e i raggi si mescolano l’uno all’altro sino a che l’edificio sembra un enorme verme fosforescente sullo sfondo dell’oscurità.

Il nostro viaggio nella Free Town (o Centro Pioniere, come ama chiamarlo l’ufficio relazioni della novacap), che sta ad una certa distanza a sud della città vera e propria, prende circa venti minuti. Carlos guida istintivo e baldanzoso, e io sono sballottata qui e là come un litchi secco nel suo guscio. La strada, che naturalmente è nuova di zecca, ha una superficie di argilla a dossi, e posso solo sperare che il ciglio sia più solido di quanto appare. Non sbandiamo, ma ci accorgiamo presto che qualcun altro l’ha fatto, quando vediamo una jeep girata su un fianco, come un animale ferito, un paio di metri più in basso sulla scarpata. Il guidatore se se sta lì di fianco placido, fuma una sigaretta, e quando ci fermiamo ad offrire aiuto scuote il capo, dice che c’è già qualcuno che sta arrivando a prenderlo. Caracolliamo via più veloci di prima. Alla fine, giriamo in una laterale ancora più accidentata, aprendoci la strada fra nuvole di polvere soffocante verso tante luci, e siamo in una delle due vie di Free Town.

Non mi pare che il posto sia brutto, come aveva detto Carlos, anche se certamente è primitiva: le strade sono semplici tracce nel terreno, fiancheggiate da mucchi di argilla spalata via dalle asperità peggiori, e su entrambi i lati si allinea una serie di variopinte capanne di legno. La maggior parte è nuova e linda, comunque, qualcuna anche intonacata. Le più eleganti sono le banche, evidentemente disegnate da qualche architetto e destinate a durare più di una stagione. Il resto degli edifici sono negozi o abitazioni, gran profusione di bar, con insegne al neon rosse gialle e blu acceso, che urlano il proprio messaggio e casualmente servono anche a illuminare la via. Comunque anche con questo aiuto faccio una certa fatica a trovare la strada sul sentiero, dopo che abbiamo parcheggiato la jeep.
I miei compagni mi portano prima in uno dei loro caffè preferiti, dove obbedientemente noto, come mi dicono, quante poche donne ci siano in giro. In realtà ce ne sono solo due: la cameriera, e una matrona dall’aspetto dignitoso che mangia panini insieme a marito e figli in un angolo. Il posto è pieno di uomini, la maggior parte giovani, indossano Levis e camicie a scacchi colorate. Al tavolo vicino al nostro se ne affollano una dozzina, parlano e ridono. Alcuni sono negri, uno è un giapponese dalla forte corporatura, seduto col braccio attorno allo schienale del vicino, in affettuoso stile brasiliano. Una radio suona musica a volume molto alto.

«Vivace, vero?» dice Carlos allegro. «Qui è dove spendiamo i nostri soldi, a parte il cinema. Qualche volta mi chiedo perché ci vengo tutte le settimane, visto che è sempre uguale. Ma ne ho bisogno, dato che vivo da solo nella foresta. Bisogna regolarsi, in queste cose. Preparo ogni minuto, per quando sono a Brasilia; spesso gioco a pallamano e poi vado a nuotare in una delle vasche. Sono solo dighe sui ruscelli, ma è piacevole. Adesso andiamo. Sto cercando qualcuno per organizzare una partita di pallamano domani». Gli atri caffè dove passiamo sono molto simili al primo, ma direi a prima vista che cambiare le cameriere piace ai miei amici, i quali mi raccontano da dove viene ciascuna di loro, a chi è sposata, perché non andava d’accordo col marito. Il nostro ultimo attracco è un posto più elaborato: un vero ristorante, con le tovaglie sui tavoli. C’è una gran folla a cena, anche se ora è mezzanotte.

Tre o quattro hostess dall’aspetto gradevole si muovono attorno, si fermano ai tavoli, salutano cordialmente i membri del mio gruppo. Una di loro, su richiesta di Carlos, scompare qualche istante per andare a prendere qualcosa. «Sta andando a prendere il cappello» mi annuncia Carlos calcando sull’ultima parola. «Serve per un gioco di abilità inventato qui a Brasilia». La ragazza torna con un capello di paglia malridotto, si siede al nostro tavolo, e inizia con aria professionale ad infilare un ago; fa passare qualche centimetro di grosso filo attraverso la parte anteriore della tesa. Poi lega una sigaretta all’estremità del filo e l’accende. Ora si mette il cappello e alza delicatamente la testa così che la sigaretta ciondolante le tocchi la bocca. L’idea è di evitare di scottarsi con l’estremità accesa e afferrare l’altra con le labbra entro un certo tempo. Gli uomini iniziano a seguire il tempo sugli orologi, e dai tavoli attorno arrivano urla di incoraggiamento. Lei afferra la sigaretta molto alla svelto, e soffia fuori un paio di sbuffi trionfanti.

Poi, a turno, ci proviamo tutti noi. Gli altri, che conoscono il gioco, ce la fanno bene, ma io combino un pasticcio e vengo sgridata severamente perché muovo troppo il cappello. «Non siamo a una sfilata di moda» dice severo Carlos. La ragazza porta l’aggeggio al tavolo vicino dove comincia un’altra gara. Carlos svuota il bicchiere e si risiede. «Beh, cosa ne pensa di Brasilia?» mi chiede. «Le piace?» Rispondo che mi è piaciuta molto, e mi stringe la mano. Sembra fiero e soddisfatto, e propone un nuovo gioco. «Scommetto che non riesce a nominare almeno venti degli stati del suo paese» dichiara. Quando indignata rispondo che naturalmente ci riesco, tira fuori carta e penna e mi dice di andare avanti. Sono arrivata a ventidue quando mi chiede scusa e dichiara finito il gioco. Mentre ce ne stiamo andando, Carlos vede un amico all’altra estremità della stanza, va a parlargli e torna sorridente. Dice che ha organizzato la sua partita di pallamano per il giorno dopo. «Questo è il sistema» dice. «Disciplina, esercizio, buon senso».

La mattina successiva, insieme a Roberto passo parecchio tempo nella reception dell’albergo ad aspettare che l’impiegato ci trovi un’auto. La destinazione sarebbe una delle vasche da nuoto di cui ci ha parlato Carlos; Roberto a São Paulo mi aveva detto di portarmi il costume da bagno, e ora ce l’ho sotto il braccio, avvolto in un asciugamano dell’albergo. Le ore passano, e quell’involto diventa decisamente superfluo. Roberto sembra ritenere che la situazione richieda delle scuse. «Davvero, devo ammettere che in Brasile tutto è estremamente complicato. Eccoci qui, a impiegare ore per trovare un’auto per un breve spostamento». Poi alle mie spalle vede avvicinarsi il giornalista di New York, e cade in un prudente silenzio. «Heila» dice l’uomo. «State aspettando anche voi?»  «Credevo stesse passando la mattina coi suoi amici americani» dico, ignorando la domanda. «La macchina non si è fatta vedere» risponde lui. Si siede sulla panca vicina e si asciuga il viso, cupo. «Mai, in vita mia … » comincia, ma non gli escono le parole. Per sollevargli il morale, propongo che potremmo tentare, lì per lì, di cercare il plastico di Brasilia di cui si era parlato il giorno prima. Chiediamo all’impiegato dove sia. Risponde di non averne mai sentito parlare. Roberto telefona a qualcuno della novacap; nemmeno quella persona ne ha mai sentito parlare. Frugo nella mia borsetta per la guida di Brasilia e mostro all’impiegato le foto del modello. Si gratta la testa, a propone la teoria che la cosa si trovi a Rio. Dopo questo, crolliamo tutti sulla panca.

«Ho un’idea» dice Roberto. «Possiamo andare in autobus fino all’aeroporto, e lì – sono sicuro – riusciremo a trovare un’automobile». Salto in piedi, e mi giro verso l’uomo di New York per chiedergli se vuole venire con noi. Scuote il capo, e risponde di avere il morale troppo giù per affrontare il viaggio; resterà qui ad aspettare il funzionario delle pubbliche relazioni fino all’una.
Troviamo il bus dell’albergo, una jeep azzurro brillante, e ci stiamo seduti per un po’, fin quando l’autista non si decide a partire.

Ballonzolando sulla terra battuta arriviamo all’aeroporto, pieno di confusione e allegria mentre si svuota un carico di turisti. I passeggeri indossano vestiti colorati e sventolano striscioni, come me il giorno precedente, che esortano la gente a venire a costruire Brasilia. Non fanno in tempo ad ammucchiarsi sulle varie limousine in attesa, che arriva un altro aereo, che sforna un grosso gruppo di giapponesi. Non ci sono auto di lusso disponibili per questi ultimi; insieme alle loro valigie di cartone vengono caricati su un grande e malmesso autobus. «Sono venuti a stare qui, come coltivatori di ortaggi» spiega Roberto. «Il nostro governo li ha incoraggiati a emigrare dal Giappone. La città avrà bisogno di tutti i loro prodotti. Le altre persone che ha visto erano un volo charter. Passano qui la giornata e stasera tornano a Belo. É di gran moda farsi un giro qui, e la gente risparmia tutto l’anno per venire. È sorprendente, quanti riescono a raccogliere abbastanza. Ora, se aspetta un minuto, vedo cosa posso fare per trovare un’automobile».

Aspetto molto più di un minuto, ma quando torna Roberto è solo per un niente di fatto. Comunque, come nota, non conta molto, visto che praticamente se ne è andata la mattina. «Non avremmo avuto tempo di nuotare prima di pranzo» dice. «E mi hanno promesso assolutamente un’auto per questo pomeriggio. Prendiamo l’autobus per l’albergo». La sala da pranzo è molto piena oggi. Tutti i grandi tavoli vicino alla parete sono occupati da turisti, che indossano bracciali ricordo e spille con la scritta Brasilia. Ci siamo appena seduti quando compare l’uomo di New York che lentamente ci raggiunge. Gli chiedo se l’appuntamento è stato rispettato. Risponde con calma forzata, «L’uomo che dovevo incontrare è quello là, che pranza da solo. Mi ha visto. Finge di non vedermi. Sono stanco di dargli la caccia, e se mi consentite vorrei sedermi qui, dove non può evitare di guardarmi, e dargli la possibilità di chiedere permesso. Se cerca di andarsene …» «Non lo farà» dice Roberto cercando di riportare la calma. »Probabilmente vuole soltanto pranzare, prima, ecco tutto». L’uomo di New York non risponde.

Ordiniamo il pranzo e ci sistemiamo. A metà della portata di pesce, qualcuno suona il bicchiere con un coltello, e da uno dei grandi tavoli un uomo si alza in piedi e comincia a declamare ad alta voce. Non riesco a seguire quello che sta recitando, ma si tratta evidentemente di qualcosa di ritmico e coinvolgente. Ha il tono giusto: una bella voce piena, ampi gesti, nessun eccesso. Va avanti per parecchio. Quando finisce, tutti I brasiliani della sala applaudono, e l’oratore si risiede, arrossato e sorridente. Guado incuriosita Roberto, che dice a mo’ di spiegazione «Poesia». Non è una risposta completa come avrei voluto, ma non c’è tempo per chiedergli qualche informazione in più. Ora si è alzata una donna, da un altro tavolo, e anche lei inizia a recitare. Il suo stile non è flamboyant come quello dell’uomo, ma quando finisce il risultato è altrettanto fragoroso. Faccio un altro cenno interrogativo a Roberto. «Altra poesia» dice. «Cosa dice, la poesia?» chiedo. «Intendo, di cosa parla?» Roberto sembra sorpreso che io chieda. «Come – dice – parla di Brasilia, naturalmente: di quanto sia meravigliosa». L’uomo di New York ordina un doppio whiskey.

Articolo dal New Yorker, marzo 1960 – Titolo originale: Man Decides Where – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini

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