Casa: bandolo della matassa politico del nostro tempo

In un percorso solo all’apparenza tortuoso proverò a spiegare per quali ragioni ritengo centrale una politica della casa. Premessa: usando il termine «centrale» non intendo sostenere si tratti di una questione di rilievo in sé, ma più precisamente una questione su cui far perno per rimettere in moto un pensiero di sinistra. Il movimento seguirà. Forse. A sinistra abbiamo vissuto mezzo secolo nel grande equivoco di far parte di un movimento di portata storica. In realtà, di grande rilievo sono stati solo i movimenti sociali sorti sotto il segno della sinistra, primo fra tutti quello del ’68. Assolta la funzione maieutica, soprattutto nel campo dei diritti civili e del rinnovamento culturale, quei movimenti sono rifluiti, o sopravvissuti come schegge fuori controllo. Se passiamo invece al pensiero politico ed economico, la dialettica reale delle forze in campo ha sempre oscillato tra un liberalismo che si ostinava a non voler morire, e risorgenti concezioni «neo corporative» che, spoglie del più sinistro abito nazionalistico, si insediavano stabilmente anche a sinistra.

Un abbaglio analogo a quello subito da molti pensatori riguardo al periodo della grande depressione tra 1872 e 1898, ben illustrato da Schumpeter. La conferma è data dalla caduta verticale della credibilità delle posizioni che si richiamano al marxismo a seguito del crollo del socialismo sovietico. Così come i progressi del movimento socialista di fine ottocento coprivano di uno spesso velo il sorgere di un’idea politica molto più potente e pericolosa, lo stato nazionale. «Qui abbiamo contemplato le radici del moderno totalitarismo», scrive Schumpeter di quel periodo. A noi accade qualcosa di simile. Pensavamo fosse in atto un epocale confronto tra liberisti e socialisti, e invece stavamo «solo» assistendo alla fine di un’epoca. Ma l’epoca più difficile da comprendere – continua Schumpeter – è proprio quella in cui vivi. Certamente il nostro tempo somiglia all’ultimo quarto del diciannovesimo secolo nell’atteggiamento verso il pensiero liberale. Il liberalismo è morto e sepolto, ma continua ad esistere: come ideale fantasma o come nemico da abbattere.

Il liberalismo dogmatico ottocentesco, sconfitto dall’ascesa dello stato nazionale e poi dall’avvento del totalitarismo, non era morto, ma stava fluendo carsicamente, stavolta in maniera meno dogmatica e più riflessiva, per riaffiorare poi sul finire della seconda guerra mondiale. Un liberalismo rinnovato, da laboratorio, che si offriva alle élite europee chiamate a ricostruire il nuovo concerto continentale. L’Ordoliberalismo, nel bene e nel male, ha assistito l’occidente europeo per oltre mezzo secolo, accompagnando la nascita dell’Unione. Fin quando la crisi mondiale del 2008 non ha segnato (in maniera simbolica perché l’erosione di credibilità era già in atto da tempo) la fine per consunzione della razionalità ordoliberale, che sopravviveva come lingua franca della politica economica europea solo perché la cassetta degli attrezzi non offriva altro.

Oggi siamo esattamente in questo limbo. Non solo la fine delle ideologie, tanto meno la sconfitta epocale della sinistra, che almeno per quanto riguarda l’ambito delle teorie è pari a quella della destra. È stata una Babele, e l’economia politica non esiste più nemmeno come falsa coscienza. Nella diaspora delle ideologie vano sarebbe distinguerne una buona. Certo lo stato nazionale può avere ancora un certo successo: semplifica la vita e il lavoro del cervello. Ma non è la soluzione, in un mondo dove gli intrecci economici e finanziari sovrastano di molto le possibilità di governo della politica. Anche a sinistra si va verso la semplificazione, verso le cose concrete. Questo non è sbagliato, anzi è del tutto comprensibile. Solo, occorre che la scelta dei progetti concreti da rendere operativi avvenga con un certo raziocinio. Bisogna guardare nella direzione giusta. Per riavvolgere la matassa bisogna trovare il bandolo, altrimenti si fanno solo pasticci e non si avanza di un centimetro. Da qui la «centralità della casa».

La casa è il bandolo della matassa. Categoria, o se si vuole parola d’ordine, che più di ogni altra unisce politica e sindacalismo, presente e futuro, conscio e inconscio. A partire dal diritto all’abitazione si può ricostruire un’economia politica all’altezza del nostro tempo, coniugare il diritto al lavoro ai diritti del lavoro, riannodare i fili spezzati delle lotte alle rendite. Forse addirittura riavviare un pensiero economico complesso coerente coi nostri tempi. Del resto Karl Polanyi, l’interprete della «Grande trasformazione», aveva proprio intitolato uno dei capitoli centrali del suo libro ABITAZIONE E PROGRESSO.

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