Confessioni di un saltacordoli

Foto F. Bottini

Ora che è arrivata la primavera vado di più in bicicletta. Vorrei spiegare le mie abitudini da ciclista: sono un saltacordoli, ovvero uno che quando capita pedala sul marciapiede, o si muove contromano nei sensi unici: ho addirittura attraversato dei semafori rossi. Non mi piace fare tutte queste cose, ma sin quando ci sarà il traffico attuale a mettere in pericolo i ciclisti, farò tutto quello che devo per evitare di farmi stritolare sotto un camion perché un autista non riesce a vedermi.

Nessun ciclista vuole spostarsi lungo i marciapiedi, si va lenti ed è pieno di ostacoli, ma quando l’alternativa è di essere feriti o magari ammazzati da un’auto, io vado dove devo andare. E per quelli che mi gridano «si chiama marcia-piede» lasciatemi replicare questo: se avete mai camminato distrattamente, avete perso ogni diritto di irritarvi. Nove volte su dieci il ciclista sta sul marciapiede per evitare pericoli, mentre tutti i pedoni distratti si mettono in pericolo per puro opportunismo (devo ancora vederlo un ciclista che grida a un pedone nel mezzo della via «si chiama strada!»). Ho anche incrociato pedoni che mi stavano davanti sulla strada senza muoversi, cercando un varco nel traffico e obbligandomi a deviare e infilarmici dentro in profondità, solo per evitarli.

Un’altra ragione per cui faccio il saltacordoli è che io vado in bicicletta. C’è un atteggiamento sbagliato, secondo cui bicicletta e veicoli a motore sono la stessa cosa. Una persona in bici ha molto più in comune con un pedone che con un automobilista. Mettete qualcuno sopra una bicicletta, e avrete aumentato il suo peso forse di 20 chili, con una velocità massima di 30 chilometri l’ora e nessuna protezione aggiunta eccetto un piccolo casco. Mettete qualcuno in auto e ne avrete aumentato il peso di circa una tonnellata, a una velocità massima di 120 chilometri all’ora, avvolto in un guscio d’acciaio.

Non sto dicendo che i ciclisti possano viaggiare sul marciapiede come si spostano sulla strada; devono rispettare la gente che cammina. Ma non c’è motivo perché i pedoni trattino le biciclette come fossero un enorme pericolo; le statistiche più recenti che ho potuto trovare dicono che in media in Canada i veicoli uccidono un pedone al giorno. Le biciclette non vi uccidono, le macchine sì: rapidamente venendovi addosso, o lentamente avvelenandovi i polmoni.
I governi, nel frattempo, continuano a sostenere l’andare in bicicletta come un divertimento o un’alternativa economica, ma si rifiutano di costruire piste ciclabili adatte per renderlo più sicuro. É l’equivalente di dire alla gente di camminare nel traffico, però indossando un casco. Quello di cui un ciclista ha bisogno è una corsia continua separata dal traffico e dai pedoni. Vorrei tanto che le strisce segnaletiche fossero sufficienti, ma gli automobilisti o non le vedono, o non ci badano.

Purtroppo, il ciclismo riceve solo buone parole dai governi. Dunque ho pensato tre cose che i ciclisti possono fare per accendere un po’ di fuoco sotto la sedia dei politici: Smettetela di chiamare la bicicletta un trasporto «alternativo». La fa suonare bizzarra e pericolosa. Da ora in avanti, riferirsi alla bici semplicemente come mezzo di trasporto, o trasporto non inquinante.
Indossate sempre un mascherina antismog. Non solo vi fa bene ai polmoni, ma è un ottimo promemoria per gli automobilisti di quanto sia cattiva l’aria. Fatevi una foto con la mascherina davanti a un monumento locale e mandatene una copia all’ufficio turismo della vostra città, avvisandoli che state diffondendo quella foto attraverso internet. Visto che le amministrazioni non ascoltano i ciclisti, magari il settore turistico li può incoraggiare a rendere l’andare in bici più sicuro (già che ci siete, compratevi una trombetta a bombola, fa pensare che siate un’automobile, e il rumore è l’unica arma d’offesa a disposizione dei ciclisti).

Molti ciclisti partecipano a un evento che si chiama Critical Mass, dove un grosso gruppo di persone va in bicicletta insieme. Gli automobilisti non la prendono sul serio, la vedono solo come n fastidio passeggero. Se vogliamo davvero far valutare cosa fanno, i ciclisti, dovremmo prendere in considerazione il trasformare Critical Mass da manifestazione in bici a manifestazione in auto. Il primo giorno lavorativo di ogni mese, ciascun ciclista va in città con l’auto, per mostrare all’amministrazione quante automobili per strada si evitano quando la gente prende la bici.

Un articolo sulla stampa che mi è capitato di leggere calcolava che ci sono più di 930.000 ciclisti nell’area metropolitana di Toronto. Se anche solo il 10% di questi volesse partecipare, ci sarebbero ancora ben 93.000 auto aggiunte al traffico: questo attirerebbe qualche attenzione. Ciò, spero, farebbe gridare chi si muove ogni giorno per lavoro, e i politici a quanto pare ascoltano di più loro che i ciclisti. Per rendere più esplicita la cosa, si potrebbe mettere un segnale sul finestrino dell’auto che dice “Quando farete una pista ciclabile prenderò la bicicletta».

Molta gente crede che i ciclisti costituiscano una piccola minoranza, e non meritino molta attenzione. Beh, siamo più di quanto si creda, e sin quando benzina, assicurazione e parcheggi continueranno ad aumentare di prezzo, i ranghi degli elettori ciclisti continueranno ad infittirsi.

Non sono anti-automobile per principio, ne possiedo anche una; andare in bicicletta semplicemente è un modo più facile per muoversi nel mio quartiere. Solo, non credo di dover rischiare la vita solo per andare in giro, finché l’amministrazione non la renderà più sicura, e farò qualunque cosa necessaria ad evitare di essere aggiunto alla lista già troppo lunga di ciclisti uccisi nel traffico.
Solo una nota a margine: guidatori, quando un ciclista vi fissa dritti negli occhi non è un insulto, o un’aggressione. Stiamo solo guardandovi per vedere cosa volete fare. Se voi fate un errore nel traffico, sono spese; se lo fa un ciclista, sono molti dolori e magari la morte. E, pedoni: quando il ciclista suona il campanello, non vi sta minacciando, ma semplicemente vi fa sapere che è lì.

da: The Globe and Mail, 11 aprile 2006; Titolo originale: Revelations of a curb-hopper – Traduzione di Fabrizio Bottini

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