Consumo di suolo: considerazioni elementari

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Foto J. B. Hunter

Sul cemento non si coltiva nulla, sull’asfalto neppure, e se si pianta una cosa poi è difficile raccoglierne un’altra. Sembra persino troppo ovvio e banale, ma a quanto pare chi prende le decisioni importanti in un modo o nell’altro finisce per dimenticarselo. Così, grazie a una lunga trafila di decisioni sbagliate, il suolo agricolo continua a scomparire nel nulla, ricoperto da funzioni urbane e da altri usi che ne compromettono in modo più o meno irreversibile la capacità di produrre alimenti. Lo ricorda da tempo anche l’Agenzia Europea dell’Ambiente, che però sembra localizzata su un altro pianeta rispetto ad altri grandi decisori. Esemplare la vicenda della genesi del sito Expo 2015 di Milano, dove a un grande orto per nutrire il pianeta si è deciso di sostituire simbolicamente un bel moderno supermercato, magari coi carrelli a motore che fanno brum-brum! E l’orto per produrre le cose che poi stanno sulle scansie del supermercato, da mettere nei carrelli brum-brum, dove lo mettiamo?

Ma in campagna, rispondono un po’ scocciati certi geni che hanno pilotato in quella direzione lo spazio principale dell’evento espositivo, e indicano un vago lontano orizzonte, che diventa sempre più vago e lontano man mano si costruiscono altri e più massicci supermercati. Ormai lo sanno tutti, anche i gruppi pop come i canadesi Arcade Fire, con l’album Suburbs dedicato proprio alla non-città senza fine che si chiama sprawl. Chissà che ascoltando musica, facendosi la barba o sotto la doccia, un po’ di personaggi troppo duri di comprendonio non riescano a intuire ciò che non riescono proprio a capire! Del resto è dura, soprattutto per chi da sempre si dichiara adoratore non-pensante di feticci che chiama di solito impropriamente “mercato”, capire qualcosa che vada al di là di certe formulette.

Confermano l’idea da liberisti caricaturali anche oltremanica, le politiche dei Conservatori inglesi – sedicenti fans della campagna come radice di identità nazionale – che da quando è entrato in carica il governo di coalizione Cameron-Clegg non perdono occasione per mettere in secondo piano tutto ciò che riguarda ambiente e sostenibilità, usando a classico paravento la crisi economica. Come se fare oculati investimenti fosse un lusso, insomma. Spesso negli anni scorsi urbanisti e ambientalisti non avevano risparmiato critiche alle scelte del New Labour in materia di pianificazione territoriale, ad esempio sulle eco-town o la legge obiettivo per le grandi opere, ma ora i tories con gli alleati liberaldemocratici stanno davvero facendo rimpiangere anche certi strafalcioni dei sottosegretari di Gordon Brown.

Per quanto riguarda specificamente il consumo di suolo agricolo, nell’era ormai tramontata delle eco-città si accusavano i laburisti di concedere troppo a progetti su aree libere anziché concentrare al 100% i nuovi quartieri su aree di recupero e densificazione locale. Oggi con la scusa tutta elettorale del decentramento locale e delega di poteri sta succedendo di molto, ma molto peggio. Ovvero che le piccole amministrazioni sono abbandonate tra le spietate fauci di quelli che qualche giornalista ha giustamente definito «squali del territorio», e che negli anni dell’urbanistica più attenta avevano ammassato proprietà agricole in attesa del momento buono.
Ora il momento è arrivato: c’è una crescente tensione abitativa, il governo centrale sembra lavarsi le mani della sostenibilità, salvo naturalmente usarla in abbondanza a parole, e al primo posto è tornato il portafoglio, o meglio per usare le parole del responsabile per l’economia nazionale Osborne la classicissima «creazione di posti di lavoro». In edilizia e settori connessi of course.

Tanti saluti alla greenbelt, o almeno a grosse fette di campagna, la stessa campagna che i tories (come del resto i rappresentanti delle destre di tutto il mondo) spergiurano di adorare e sventolano in ogni momento come suolo patrio intangibile fonte di identità. Salvo poi rafforzare questa identità con casette, capannoni, svincoli. Il tutto condito con valanghe di riferimenti alla democrazia locale, come quando poco tempo fa si sono abolite le autorità (e i piani territoriali) regionali, consegnando la programmazione del territorio a enti che non sono certo in grado di gestire a dimensione adeguata i problemi. Con la scusa della responsabilità diretta del cittadino, scaricando sulle municipalità e le circoscrizioni ogni onere decisionale, specie nell’affrontare i pescecani dell’edilizia, sempre pronti a verniciare di verde qualunque progetto: un buon ufficio stampa costa meno di qualche metro quadro di verde. Tutto il dibattito sulla densità, l’identità locale … ? Finito: lo dice il mercato. Chi poi interpreti l’oracolo del mercato, lo sappiamo bene.

Le cose – per fortuna del pianeta, che è sempre lo stesso – sembrerebbero andare un po’ meglio agli antipodi. Pare davvero curioso che in posti come l’Australia con tutto quello spazio a disposizione lo sprawl sia da decenni considerato un problema. Ma come mostrano i dati scientifici, anche se in effetti di spazio ce n’è tanto, il ritmo con cui si riescono a consumare migliaia e migliaia di ettari agricoli e naturali è davvero preoccupante. E il tema pare uscito dal solo ambito del dibattito ambientalista e progressista per diventare mainstream da quando si discute di crisi energetica e cambiamento climatico. Fino a produrre impensabili ribaltamenti di senso che ribaltano in modo ironicamente umoristico una vicenda italiana di qualche anno fa. In Italia qualche tempo fa a Milano, di fronte alle forti perplessità e opposizioni degli abitanti a un grosso progetto di riqualificazione con grattacieli firmati da archistar, un sindaco liberista e chiacchierino aveva replicato a mezzo stampa che lui là dentro a dire il vero non ci vedeva molti grattacieli, ma soprattutto tanto verde, o meglio un “ central park”. Ma va?

Agli antipodi però succedono cose davvero antipodali, e Central Park è il nome di una cosa che col verde sembrerebbe entrarci ancora di meno. Ovvero un grande progetto edilizio nel bel mezzo di Sydney, area metropolitana che insieme a tante altre ha visto negli ultimi decenni estendersi esageratamente la fascia urbanizzata a scapito del territorio e della produzione agricola. Oggi la parola d’ordine è densificare per essere più sostenibili, ma la sostenibilità come insegna il buon senso non può essere solo una parola da spendere con gli uffici stampa. Vuol dire qualità, ambientale, urbana, sociale.
Il progetto di riqualificazione, dove ancora abbondano le archistar internazionali, punta molto sulle nuove tecnologie, sulla possibilità di modificarsi nel tempo, e si inserisce nel quadro del piano strategico Sydney Sostenibile 2030.

Gli obiettivi di sostenibilità partono da soglie massime di emissioni programmate, e poi (come successo ad esempio con alcune leggi ambientali approvate in California dall’amministrazione Schwarzeneger) si articolano in campo territoriale, energetico, edilizio, dei trasporti. La domanda cosa diavolo ci sia di così “verde” in un progettone del genere, trova una facile risposta proprio nell’inserimento dentro al piano strategico: se si vuole risparmiare suolo, e aumentano comunque i consumi di spazio, tocca concentrarsi su un modello insediativo più urbano. Ovvero più concentrazione in un posto, più spazio aperto altrove, altro che occupare il territorio con la scusa del «villaggio ecologico e sostenibile» che non è sostenibile affatto. Qui tra l’altro entra in campo davvero la capacità degli architetti di interpretare al meglio il rapporto spazio-funzione-sostenibilità, almeno su piccola scala. E non certo perdendosi in chiacchiere, o disegnando turbine a vento ornamentali sopra l’insegna di un supermercato a precompressi in mezzo a un parcheggio in mezzo alla campagna …

Riferimenti:

Central Park Sydney

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