Eataly, un sandwich fra città e campagna immaginate

La corrente di destra di Eataly

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Foto F. Bottini

Cosa è progressista e cosa non lo è? Una bella domanda, a cui corrispondono una valanga di risposte, tante quante sono le possibili direzioni in cui “progredire”. Proprio oggi intervistata sui giornali una anziana femminista storica francese stigmatizzava come la sinistra europea, col suo solidarismo un po’ troppo abbagliato dal disorientamento culturale postmoderno, finisca per avallare di fatto pratiche di regressione sociale, come la segregazione delle donne immigrate nel chiuso del contesto familiare. Mentre al contrario, osserva la medesima signora, nei paesi da cui proviene la stessa migrazione globale, i modelli di liberazione magari ideologici europei-illuministi la fanno da padroni in tutte le varie primavere spuntate qui e là.

Pare sul medesimo tono, anche se a livelli di qualche anno luce più bassi, la puntata della polemica su Expo 2015, che sul Corriere della Sera metteva l’un contro l’altro armati un paio di classici della tuttologia profetica contemporanea come Umberto Veronesi e Oscar Farinetti. Oggetto del contendere, e del banalizzare ben oltre i limiti di tolleranza media, nientepopodimeno che gli OGM. La posizione del professor Veronesi pare assolutamente identica a quella che ha già manifestato su altri grandi temi, ad esempio l’energia nucleare quando pontificava col solito sorriso smagliante di essere preparatissimo sull’argomento, e di fidarsi a dormire in camera con le scorie radioattive delle centrali. Anche con i baccelloni geneticamente modificati la solfa non cambia: la scienza salverà il pianeta, l’uomo, la natura, l’universo, basta fidarsi e andare avanti così, magari meglio se aprendo le porte agli stessi grandi investitori che sostengono qualche ricerca o progetto dello stesso professore, o di suoi amici e sodali. Per fortuna, al momento, Salvatore Ligresti sembra fuori gioco.

Ma l’oscar della cazzata stavolta spetta senza ombra di dubbio al king maker del postcomunismo gastronomico Farinetti, che sostiene una rivoluzionaria tesi a millimetro zero. Expo 2015 dovrà essere No OGM, secondo il megaesercente dell’angolo, perché solo mantenendo le radici nel territorio il rapporto della società e dell’economia con l’ambiente può risultare equilibrato e vincente. Fin qui siamo ancora su terreno solido, ma ecco la sparata davvero galattica: l’ideale sarebbe che tutto il mondo adottasse strategie di sviluppo OGM (sic), in modo tale da far convergere sul sistema Italia OGM-free la gigantesca clientela rappresentata dai consumatori orientati alla tradizione. In pratica, che si fotta il pianeta se questo gonfia il mio fatturato e rafforza il territorio che controllo e mi identifica.

Davanti a questa, ehm, contrapposizione dialettica (verrebbe da dire dialettale) fra giganti del pensiero contemporaneo, non è solo impossibile schierarsi, ma anche solo provare a interpretare la linea del Corriere della Sera che li mette fianco a fianco. Di Veronesi in fondo già si conosce, da un lato l’approccio liberale e positivista a qualunque argomento, dall’altro le sue prospettive avulse, per biografia e propensione, da quelle che considera cose di bassa cucina, ma che rappresentano invece spesso proprio l’oggetto del contendere. Perché parlare di scienza in una logica da laboratorio, quando invece ci sono in ballo esperimenti dispersi e incontrollati sulla società e il territorio, vuol dire davvero chiudersi in una torre di fette di salame. Il giornale dei capitalisti italiani vuole contrapporre argomentazioni note e condivise, quelle di Veronesi, alle palesi sciocchezze del neomilionario ruspante Farinetti?

Probabilmente no. L’immagine che emerge davvero leggendo le due interviste sui destini di Expo e del pianeta che vuole nutrire, risulta assai più chiara pensandoci un istante. E fa un po’ impressione nella nostra povera Italia in cui pare tutti i ragazzini vogliano studiare da cuoco cordon bleu. Il grande evento padano-nazionale, per essere davvero un momento di rilancio del tema agricolo, ambientale, nutrizionale, dovrà (secondo la tesi del Corriere che ipotizzo io), far convivere in modo equilibrato due aspetti. Da un lato i grandi investimenti in ricerca e produzione legati alle strategie delle multinazionali classiche, ovvero organismi geneticamente modificati, industrializzazione delle pratiche, ovvero sistemi estensivi, ovvero land grabbing, ovvero tutto ciò che denunciano migliaia di organizzazioni non governative da lustri. Dall’altro coprire tutto col velo pietoso dell’ideologia localista e particolare, che “progredisce” nella direzione opposta fingendo di cercare radici naturali.

Che altro sono, quei paesucoli dei campanelli per spennare il turista delineati dall’Oscar Farinetti nazionale? Attorno il mondo OGM che produce contraddizioni enormi, magari sta condannando migliaia di specie all’estinzione, magari sta giocando d’azzardo col pianeta che dice di voler nutrire, ma chi se ne frega? Qui da noi, nella nostra bottega, nella nostra gated community, dentro le sacre mura del protezionismo ideologico, facciamo affari d’oro col vino a denominazione supergarantita, con le tecniche di allevamento dei polli a noccioline locali, la lattuga che cresce fuori dalla finestra del ristorante dove la servono, nell’orto piantato dal trisavolo dell’oste … C’è tutta la vulgata Slow Food distorta dall’interpretazione mercatista, e insieme quella visione vernacolare ma disinvoltamente globalizzata che ha fatto la fortuna del marchio Eataly, versione contemporanea dell’eterno sapore perduto dei gnocchi della nonna. Che si assaggiano giusto a Natale, ma poi tutti fuori nel mondo vero a fare a cazzotti.

Ecco, più o meno, cosa vorrebbero rifilarci davvero con questa Smart Expo, che tradotta in italiano vuol dire esposizione internazionale furbetta, un po’ sull’antica traccia degli stilisti trasformati in ideologhi nelle assemblee postmoderne del socialismo craxiano: i contenuti decisi da apprendisti stregoni in private stanze, e per il popolo bue patinate manfrine e un po’ di appello all’egoismo, al localismo, al particolarismo. Che tristezza, la Chanson Egocentrique come inno nazionale, anzi come inno strapaesano, come virtuale dito medio alzato contro il pianeta: vuoi nutrirti? prima paga, po taci, e fottiti!

Una corrente americana di sinistra di Eataly?

Spesso non ci rendiamo conto esattamente di cosa significhi un salto di scala, o meglio applicare senza pensarci troppo un criterio specifico a cose assai generali. Si chiama induzione, e la praticano in tanti, troppi, con risultati che sarebbero solo ridicoli se avessimo un minimo senso della misura e istinto di autocritica. Invece. Invece succedono cose che noi umani purtroppo crediamo senza problemi, come quell’urbanista che anni fa metteva per iscritto in un libro assai diffuso, come la caduta del muro di Berlino avesse determinato (giusto qualche mese dopo) una sostanziale revisione del suo piano regolatore per un piccolo comune emiliano. La medesima cosa vale ad esempio per i grandi temi ambientali, tipicamente cose come il cambiamento climatico: praticamente tutti colleghiamo d’istinto le nostre convinzioni generali, magari lungamente maturate, a certe vaghe e fuggevoli impressioni e sensazioni. Come quella signora inglese che, dopo un paio di gelate che le avevano rovinato per due stagioni di seguito le aiuole di petunie, tempestava i giornali di lettere infuriate contro la “menzogna degli scienziati internazionali”. Senza rendersi conto che nessun organismo sul cambiamento climatico aveva mai detto che avrebbe fatto più caldo nel suo giardino di petunie.

Ora si rischia uno svarione del genere col famoso slogan Nutrire il Pianeta che ha fatto vincere alla pianura padana l’Expo 2015: da un lato, ma forse è solo una contraddizione collaterale, pare che molti dei responsabili vogliano alimentare quel pianeta di solido calcestruzzo, notoriamente indigesto, dall’altro, e soprattutto, appare vistoso un vuoto quanto a solide e coerenti proposte in grado di costituire uno zoccolo duro territoriale-alimentare, ovvero essere coerenti col progetto. Vero, c’è l’intera storia della fertile padania in cui da millenni convivono e prosperano campi, villaggi, metropoli, binari del tram e fossi, dove i casali si chiamano ancor oggi “Cascina delle Tette” a significare virtuoso connubio di natura e artificio. Ma se l’idea di nutrire il pianeta non la intendiamo in forma assai generica e pubblicitaria, ovvero se raschiamo un po’ sotto questa patina storica quasi leggendaria, troviamo ad esempio sempre meno superfici coltivate, sempre meno biodiversità, sempre più dipendenza da importazioni sempre più lontane. Quelle sì che evocano il Pianeta, ma in negativo se ragioniamo in termini di cosiddetta sostenibilità: benzina bruciata nei trasporti, e chissà quali tecniche di sfruttamento nei luoghi di produzione …

Ecco, come l’urbanista geometra della geopolitica, o la casalinga macroclimatologa della domenica, anche noi dovremmo chiederci, in fondo, qualcosa di intermedio fra quel che finisce nella nostra pancia, e la assai remota alimentazione del pianeta. Qui ci viene in soccorso, se possibile, uno dei classici gradini del passaggio dalla dimensione individuale a quella collettiva, quel contesto che ormai da parecchi decenni è stato individuato da tutti gli studiosi come primo momento di identità complessa oltre l’individuo e gli spontanei affetti familiari: il quartiere. Nutrire il quartiere? Certo, si tratta di una domanda del tutto ovvia, che non a caso trova già risposte generali e di metodo nella natura stessa di questo spazio domestico allargato: non è forse il quartiere il luogo tradizionale di quei servizi quotidiani di prossimità a cui appartengono gli esercizi alimentari? E non è forse il quartiere, in tempi recenti e ambiti post-moderni, il luogo privilegiato per le pratiche ambientali, sociali, produttive, degli orti urbani e iniziative assimilate? Si potrebbe continuare a lungo con questo elenco di qualità, ma per restare coi piedi per terra (per evitare un ennesimo involontario balzo satellitare di prospettiva) meglio raccontare un caso concreto.

Bene, esiste una esperienza pratica in corso, dove ci si pone esattamente questo tipo di domanda, e lo si fa nel contesto assai stimolante, a modo suo, proprio del passaggio dalla condizione moderna della città industriale, dei quartieri di epoca razionalista, al mistero del terzo millennio, quello appunto in cui dovremmo nutrire il pianeta in qualche modo. La città moderna fra le sue infinite contraddizioni ha prodotto quelli che oggi chiamiamo deserti alimentari, ovvero immense aree ambientalmente ed economicamente sterilizzate, in cui il cibo non si produce e non si importa. Non si produce perché la città artificiale non prevede di auto-alimentarsi, ma di prelevare all’esterno ciò che le è necessario. Non si importa neppure, perché il dominio assoluto del cosiddetto libero mercato ha reso poco conveniente per le strategie della distribuzione alimentare commerciale, costruire una rete di presenza in alcuni contesti di quartiere. In molte aree metropolitane si sono cercate soluzioni varie, con relativi successi, a questo problema, in forma di incentivi economici e urbanistici alla localizzazione di supermercati, nella convinzione che si trattasse unicamente di un (pur grave) problema socio-sanitario, ad esempio legato a problemi come l’obesità o altre patologie. E però, come ha osservato un giornalista americano molto attento a questi temi, Christopher Weber, “i problemi posti da una cattiva alimentazione non sono del tipo che si risolve mettendo qui e là dei supermercati: è un po’ come voler risolvere il problema della povertà installando dei bancomat”. Tranchant ma efficace, la metafora.

L’alimentazione, specie quella urbana e metropolitana, è un tema che a scala di quartiere deve essere posto in forma fisica e concettuale di “nodo”, ben oltre la rete dei negozi o simili: i cittadini devono almeno avere a disposizione anche strumenti critici, alternative, conoscenze, per costruirsi percorsi personalizzati di consumo e di vita in generale. Un caso emblematico è quello di Cornucopia a Cleveland, nel quartiere amministrativamente denominato Ward 5, e altrettanto significativamente promosso da una associazione senza scopo di lucro che da anni promuove partecipazione diffusa e iniziative locali legate al tema della casa allargato a società e ambiente. Dato che siamo di fronte alla pragmatica e per nulla ideologica cultura americana, nessuno a Cornucopia si sogna di farcire di hegeliane titaniche categorie e dichiarazioni universali un piccolo nocciolo di quasi nulla, per il gusto di essere in perfetta coerenza. Macché: la forma fisica della cornucopia di quartiere farebbe rabbrividire i nostri puristi della sostenibilità parolaia, visto che assomiglia parecchio a un centro commerciale.

Però dentro al centro commerciale invece dei negozi (o meglio, oltre ai negozi) c’è l’equivalente della massima di Confucio, quella che dice non dare al povero il pesce, ma insegnagli a pescare. Lo stesso si fa con l’alimentazione: corsi di cucina e igiene, prodotti di alta qualità, farmers’ market a rifornire e informare sul rapporto fra quartiere, metropoli, bacino agricolo-alimentare regionale, tante iniziative speciali di divulgazione e culturali. Per esempio la ristorazione e intrattenimento è coperta dal Bridgeport Cafè (il nome è semplicemente quello della via) con tanto di musica dal vivo, menu vegetariani, a chilometro zero eccetera. Il tutto in uno di quei posti dove di norma ci sono gli abitanti delle case popolari che magari non hanno mai mangiato in vita loro altro che polpette surgelate e patatine fritte con ketchup, e la cosa si vede dalle analisi del sangue e dal giro vita XXL. Perché è facile parlare di nuove sensibilità, tendenze, sostenibilità, guardando solo ai propri vicini di pianerottolo creative class, con un paio di lauree e centomila dollari l’anno solo per pasticciare schemi finanziari o pubblicitari sul tablet al bar dell’angolo. Altro è pensare davvero al pianeta, fatto al 99,9% da gente normale, di solito pure male informata.

Riferimenti: Il sito di Cornucopia

Eataly: solo chiacchiere e distintivo?

Come noto, ci sono due tipi di atteggiamenti di massa rispetto alla grande distribuzione organizzata e alle trasformazioni che induce nelle nostre città: l’odio e contrapposizione frontale, o l’accettazione più o meno a scatola chiusa, come fatto ineluttabile magari con qualche fastidio da superare. Divisione piuttosto schematica ovviamente, a sua volta articolabile per varie sfumature, e che dovrebbe trovare ricomposizione in un apolitica in grado di esprimere visioni future di medio lungo periodo, che come sappiamo quasi sempre latitano, o riguardano percorsi personali del tutto soggettivi e opinabili.

Per essere più precisi, la contrapposizione frontale all’insediamento di supermercati, centri commerciali, ristorazione veloce e in genere delle grandi catene di qualunque cosa, nasce dal sospetto (a volte dalla certezza) che si tratti di una frattura rispetto al passato. Anche l’altro atteggiamento parte dai medesimi presupposti, ma ritiene che in fondo quella frattura sia ineluttabile e addirittura auspicabile. Atterra l’astronave del grande marchio, e si sparigliano gli equilibri locali, si ribaltano i flussi, i valori, si crea incertezza: tra gli abitanti così come tra gli altri operatori più o meno concorrenti. Naturalmente ci sono tantissimi modi di vedere la questione, dal principio di libera concorrenza contro l’autotutela della comunità locale, dalla conservazione di alcune qualità spaziali cittadine alla loro più o meno radicale trasformazione, vissuta vuoi come devastazione da cui difendersi strenuamente, che come modernizzazione a cui adeguarsi.

I limiti della politica stanno qui sia nella ricerca di consenso sul breve periodo, sia nella citata assenza di una idea di città precisa, come spesso rivelano più o meno chiaramente certe banalizzazioni, dalla ormai comica “misura d’uomo” al sostanziale svuotamento per usura del concetto di sostenibilità. Resta da vedere invece quale sia l’atteggiamento della stessa grande distribuzione organizzata a proposito: è in grado di esprimere in qualche modo una propria idea di città e società con caratteri strategici? Questione affatto peregrina, e che in fondo starebbe anche strutturalmente accoppiata alla famosa funzione sociale dell’impresa, fosse anche solo per scelte di mercato e relativi segmenti. Per fare un esempio del genere, basta rileggersi in una prospettiva ampia i due senza dubbio faziosi ma interessanti lavori sulla catena Esselunga pubblicati in coppia qualche anno fa da Marsilio: Falce & Carrello, del fondatore Bernardo Caprotti, e La spesa è uguale per tutti, della storica Emanuela Scarpellini.

La tesi, ovviamente assai discutibile e contestabile nel merito, è che introdurre in un paese come l’Italia dei lontani anni ’50 il modello del supermercato self service abbia contribuito non poco, sia alla modernizzazione di tutta la filiera dal produttore al consumatore, sia a innovare virtuosamente stili di vita e assetti urbani. La contrapposizione, così come raccontata, sarebbe fra un’idea corporativa e chiusa di commercio, basato su clientele politiche e rendite di posizione, e quindi per nulla propenso a migliorare l’offerta, e un’altra di libera concorrenza, che irrompe con un posto pulito e illuminato bene nell’ambiente oppressivo delle oscure botteghe tradizionali a gestione familiare. Portando ad esempio non solo nuovi prodotti e prezzi assai più convenienti, ma una rivoluzione sociale nei ruoli all’interno della famiglia, nei tempi e modi di uso dello spazio urbano, delle stesse aspettative di realizzazione personale. Il fatto poi che entrambi gli autori sostengano – più o meno – che così si è contribuito a salvare l’Italia da un pericoloso scivolamento verso l’area di influenza sovietica, è del tutto opinabile, e non influisce gran che sul resto.

Perché comunque la si pensi a proposito, certamente l’ingresso nei mercati di questi soggetti cambia le carte in tavola. Pensiamo ad esempio, in tempi molto recenti, al marchio Eataly, che ha iniziato il proprio percorso come una specie di prodotto collaterale delle idee Slow Food, forte radicamento nei territori, distanza rispetto a certi bruschi metodi di atterraggio di un contenitore standard chiavi in mano, offerta invece molto articolata e variabile, integrazione ai contesti sociali e cittadini. Ad esempio a partire dalla tendenza al riuso di spazi anziché occupazione di superfici greenfield extraurbane con uno scatolone al neon, e all’interno qualche vero tentativo di diversificazione dell’offerta: ristoranti, negozi, attività culturali di complemento. Non si può negare che tutto questo, insieme a una costruzione dell’immagine abbastanza lontana dai criteri consolidati dei grandi marchi, abbia costituito un punto a favore per imporre molto rapidamente Eataly e il suo modello in tutto il mondo.

Oggi, affetta dalle classiche malattie della crescita, Eataly si attira tutte le possibili critiche da parte di chi vede evaporati tutti quei valori probabilmente assunti solo a parole, e solo strumentalmente. L’accusa, riassunta per sommi capi, è di aver ridotto il rapporto con le economie e l’ambiente del territorio a pura immagine, agendo invece come gli altri marchi nell’omogeneizzate e condizionare le filiere dei fornitori. In modo macroscopico imitando certi prodotti industriali che per rifarsi il look appiccicano etichette in carta grezza con immagini agresti, dietro a cui si nascondono null’altro che capannoni, globalizzazione, magari cinico sfruttamento dei produttori più deboli.

Sulle pagine economiche del Corriere della Sera, spicca la notizia secondo cui proprio il marchio Eataly sarebbe disponibile per la realizzazione e gestione di un grande “parco tematico alimentare” sugli 80 ettari (è una superficie immensa, per chi non coglie subito il dato) degli ex mercati generali di Bologna. Si tratta di una sfida enorme, perché riguarda contemporaneamente moltissime questioni all’ordine del giorno: la riqualificazione economico-sociale-urbanistica delle città centrali, direttamente legata al contenimento dei consumi di suolo agricolo metropolitano, ovvero in qualche modo alle culture del cosiddetto chilometro zero dall’inizio fiore all’occhiello della proposta eco-alimentare di Oscar Farinetti; la sperimentazione di un modello tutto da scoprire nei portati di vitalità, come quello a funzioni composite su larghissima scala, del quartiere post-fieristico, che comprende sia produzione, che esposizione, che commercio e servizi.

Ci troveremmo in buona sostanza di fronte a una possibili risposta tangibile al fumoso orizzonte della città post-industriale, sia negli equilibri intra moenia che nei rapporti con la regione urbana, corone e cunei di verde agricolo, qualità e stili di vita, abitabilità e sviluppo economico. Questo, naturalmente, a parole e in teoria. Sulle pagine del Corriere, la veduta proposta a corredo dell’articolo lascia però quantomeno perplessi: una classicissima composizione di parallelepipedi organizzati attorno a un parcheggio. Ovvero, per fare un parallelo semiserio, la versione locale del tetragono campo militare romano di Giulio Cesare, scaraventato sulle tasta della fronzuta Gallia felix di Asterix e Obelix. Da dove viene quello schizzo? Davvero ineluttabile, il modello insediativo e intuibilmente quello di impresa e rapporto col contesto che si tira dietro? Siamo di fronte, chiacchiere e propaganda a parte, di un progetto sostanzialmente schematico e autoritario di riuso tutto gestito fra la discrezionalità degli attori forti pubblico-privati sui versanti immobiliare e finanziario? Sicuramente un caso esemplare per scoprirlo, e anche per scoprire le nuove, post-ideologiche, sfumature del conflitto fra cittadini e sedicenti salvatori della patria venuti a costruire la città del futuro. Qui non basteranno, forse, un po’ di etichette Eataly a ricoprire ottanta ettari di contraddizioni.

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