Effetti collaterali? Sì: l’urbanistica

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G. Paolini, Orizzonti Urbani (particolare)

Chi segue le vicende del governo del territorio visto che ormai dal 2001 la nostra Costituzione la chiama così, l’urbanistica, sa bene quanto sia evanescente la materia, quanta fatica si faccia a focalizzare, nell’ambito professionale, amministrativo, addirittura in quello conviviale, i temi più caldi, e convogliare l’interesse dei cosiddetti “non addetti ai lavori” (in realtà vittime quanto gli altri di una cattiva pianificazione urbanistica).

Spesso si ricorre a trucchetti o strategie intricate, espedienti complessi per mascherare, addolcire, rendere appetibile una materia verso la quale l’interesse dei più pare spento. Che siano cittadini o amministratori poco cambia. Eppure non è sempre stato così! L’urbanistica è stata al centro della nostra storia repubblicana; sul suo altare sono stati sacrificati ministri, sottosegretari e pure governi, maggioranze parlamentari, sindacati, associazioni e istituzioni di varia natura ed estrazione. L’urbanistica è stata per decenni il terreno di uno scontro politico e civile agguerrito, presente sulla stampa e probabilmente nelle discussioni familiari attorno alla tavola domestica del ceto acculturato, quello dei sociologi, dei professori e dei funzionari dello stato. Ma ha coinvolto anche il ceto medio che magari, proprio grazie ai portati pratici del dibattito sull’urbanistica, era riuscito ad avere una casa in qualche bel quartiere di abitazioni economiche. Non c’era bisogno, negli anni ’60, di parlare di partecipazione. La partecipazione c’era già di suo, eccome, forse anche troppa per chi era chiamato ad amministrare e a rendere conto ad una popolazione relativamente informata e agguerrita .

Quanto successo dopo, è in parte fisiologico, in parte patologico. Fisiologico che con l’aumentare del benessere la popolazione, diciamo così imborghesita, non più spinta dalle necessità urgenti di un tetto, si sia lentamente ma inesorabilmente distaccata da battaglie che ora considerava lontane, assopita nelle proprie certezze (purtroppo del loro risveglio si occuperà la crisi). Patologica invece è la proliferazione di procedure, passaggi e adempimenti che hanno reso l’urbanistica una specie di castello fortificato inaccessibile. I tempi di un piano si sono fatti talmente lunghi che nella percezione di un cittadino non c’è alcuna correlazione tra ciò viene pianificato e la trasformazione fisica dell’ambiente in cui vive. L’urbanistica è divenuta una macchina complicata i cui effetti non sono certi, e quando si manifestano ci appaiono quasi sempre casuali. La parte principale della vicenda avviene nei circuiti finanziari e rimane indipendente dalla riuscita del manufatto, come ci spiegava ancora recentemente un osservatore privilegiato del lungo periodo come Leonardo Benevolo.

C’è poi l’aspetto istituzionale, questo né patologico né fisiologico. Le diverse istanze di riforma si sono abbattute dapprima sulla diga eretta dai pronunciamenti della Corte costituzionale, quelli storici del 1968, ma anche quelli recenti del 2006 (sentenze 348 e 349) e della Corte dei diritti umani (Scordino vs Italia, sentenza 29 marzo 2006) che hanno sbarrato definitivamente la strada verso una riforma del regime dei suoli; poi con la regionalizzazione del governo del territorio, il fiume della riforma si è disperso e diluito in 21 rivoli (più le province autonome) rallentando bruscamente in una vasta palude. Vai a coinvolgere un piemontese nella stesura della legge regionale della Basilicata! Tuttavia, se è per certi versi scomparso il dibattito urbanistico, non sono certo scomparsi i problemi, anzi, la crisi che ci viene ricordata quotidianamente, quasi un brand dei nostri tempi, si è scatenata proprio in conseguenza della bolla immobiliare e della speculazione finanziaria in ambito edilizio. Non solo: la crisi attuale delle amministrazioni locali e la necessità di elevati prelievi fiscali attraverso le imposte TARI, TASI e IMU (acronimi che nelle dispute verbali ci fanno sembrare dei marziani) dipendono proprio dall’acuirsi della crisi del settore edilizio, che dal 2005 ha finanziato con i proventi degli oneri la spesa corrente delle amministrazioni, giustificando, nel periodo di vacche grasse, i progressivi tagli dei trasferimenti dello Stato.

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Orizzonti Urbani

In questo panorama l’urbanistica, intesa sia come disciplina che come policy, invece di tornare alla ribalta e contribuire alla soluzione dei molti problemi, è diventata ulteriormente marginale; i suoi progressi ed i suoi regressi sono per lo più, soprattutto a scala nazionale, risultato di effetti collaterali (come quelli lassativi di alcuni farmaci) di misure e politiche esterne al proprio ambito.

Si pensi alle influenze che ha avuto l’evoluzione dei regimi fiscali sulle aree edificabili: in toscana (dalla quale scrivo) sono molte le amministrazioni che ricevono inaspettatamente richieste di cancellazione delle previsioni edificatorie dagli strumenti urbanistici a causa della forte incidenza della tassazione. Le aree edificabili sono considerate appetibili solo a fronte di un reale interesse

imprenditoriale alla trasformazione (come fattore di produzione, per usare il linguaggio economico) e non più come bene rifugio buono per essere monetizzato al bisogno, sul mercato o in banca. Un cambiamento importante, degno delle migliori intenzioni riformiste. Peccato che l’urbanistica non c’entri niente nella sua messa a punto.

Stessa cosa vale per la nuova declinazione giuridica dei diritti edificatori. Protagonisti sono stati i giuristi ed i notai che hanno articolato, rispettivamente, una definizione che vede disgiunto il diritto edificatorio dall’area di generazione del diritto stesso (sending area) e complicati meccanismi per il trasferimento e la compravendita (si vedano le proposte di istituzione della Borsa dei diritti edificatori). Su questo fronte l’urbanistica ha preso atto, sperimentato, manifestato qualche perplessità, in alcuni casi preso pericolose derive deregolative ma raramente ha avanzato proposte e mai ha partecipato alla stesura dei nuovi strumenti giuridici.

Si potrebbe andare avanti dicendo che i protagonisti delle smart city sono diventati gli informatici, quelli della perequazione gli economisti, quelli della pianificazione territoriale gli economisti agrari, quelli dello spazio urbano gli ingegneri trasportisti. Non è tuttavia un problema corporativo, non c’è niente di male nella specializzazione e nella interdisciplinarità, a patto che non si perda d’occhio il senso generale delle cose, il senso della città e soprattutto del governo, inteso come somma di scelte tra loro integrate. Il senso dell’urbanistica. Ho già avuto modo di scrivere (su eddyburg “Lezioni di Piano”) quanto sia importante il linguaggio urbanistico e rinnovo qui l’esortazione affinché gli effetti dell’urbanistica diventino in futuro attesi e non collaterali.

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