Infrastrutture urbane startup

capannoni

Foto F. Bottini

Una delle principali attività degli organismi urbani, come di tutti gli organismi, pare quella di ingollare, assimilare ed espellere, ivi compresa l’idea di appetitosità di quanto ingollato, la soddisfazione sonnacchiosa del metabolizzare, l’idea di vago disgusto per quanto espulso, da dimenticare e allontanare al più presto. Nei vari cicli storici di sviluppo e trasformazione, le città hanno attirato a sé e ingurgitato una miriade di soggetti sociali e tipologie di individui, competenze, intere attività da modificare radicalmente o ricontestualizzare, per poi scaraventar fuori malamente altri soggetti, capacità, propensioni, e lasciar così spazio fisico per gli ultimi venuti. L’ultimo ciclo, ancora ampiamente in corso di perfezionamento e non senza vistose eccezioni, è quello che vede la discreta espulsione dei ceti medi verso le fasce metropolitane più esterne per lasciar spazio alle attività terziarie qualificate, o delle ultime attività produttive per riciclare gli spazi così liberati sia in altre lievemente diverse attività terziarie, sia sperimentare nuove idee di mixed-use, vuoi secondo la ricetta un po’ della nonnina (è in fondo dell’epoca della trionfante Maggie Thatcher) dei qualificatissimi professionisti che abitano di fianco all’ufficio, sia nella versione aggiornata della creative class, comunque la si voglia intendere.

Composizioni funzionali finte

Qui entra in campo l’ideologia, e si inizia a ruotare attorno alla parolina magica gentrification. Magia bianca o magia nera, questo è il problema, ma a risolverlo invece di metterci soprattutto sociologi e urbanisti seri, pare abbiano preferito scegliere gente con la parlantina sciolta. Perché la sostituzione sociale radicale nei quartieri, così come fotografata teorizzata e stigmatizzata a suo tempo da Ruth Glass, era giustamente considerata un attentato alla vitalità urbana. E così i chiacchieroni pian piano, dagli anni ’80 della deindustrializzazione a tappe forzate in poi, sono riusciti come per incanto non solo a trasformarla in uno strumento come un altro, anzi nello strumento principe della riqualificazione, ma poi a farla diventare un obiettivo centrale delle politiche urbane pubbliche. Adesso ci sono giunte che tranquillamente dichiarano di perseguirla, la gentrification, e fior di articoli sedicenti scientifici che spaccando il capello in quattro spiegano al colto e all’inclita quanto sia bella e quanto sia buona quella cosa. E così il famoso mixed-use si riduce alle residenze, a volte addirittura organizzate un po’ in stile gated community, agli uffici di terziario dove lavorano questi Fantozzi di lusso, e a una spruzzata di locali di tendenza, gallerie d’arte mica troppo artistiche, e negozietti etnici troppo tirati a lucido per essere veri.

Le radici della città storica

Ma c’è un altro modo per fare riqualificazione, e che consiste in trasformazioni un po’ meno radicali, diciamo in una versione delle discipline del restauro su cose che nessuno si sognerebbe mai di restaurare. Un tempo, restauro urbano voleva dire prendere in carico diciamo un isolato o un gruppo di isolati, e recuperare i manufatti edilizi monumentali ripristinandone le strutture, ma adattate alla nuova domanda sociale ed economica (dai negozi sotto i portici al posto delle botteghe artigiane, ai bagni e riscaldamento negli alloggi, a superfici maggiori o minori dei singoli appartamenti ecc.). Oggi la vera sfida, probabilmente, è quella di unire diciamo così organicamente trasformazioni fisiche anche minimali o comunque secondarie, a una vera rivoluzione sociale e di attività, radicalmente opposta sia ai processi più o meno velati di gentrification, sia al suo ex contrario ovvero l’intervento pubblico nelle abitazioni economiche organizzato per quartieri omogenei integrati. Oggi, la sfida del recupero urbanistico e ambientale sta nel riformulare il concetto di mixed-use interpretando in spazi postindustriali la città antica, con in più un importante fattore di spazio naturale e di produzione-trasformazione-distribuzione alimentare. In sintesi, non pensare semplicemente l’idea di startup come incubatore di impresa in certi settori e segregata in qualche capannone ribattezzato innovation center, ma ricostruire una intera filiera che va dalla casa (per le nuove famiglie comunque intese), al lavoro, al tempo libero, allo spazio verde e agricolo. A partire da piccoli progetti, perché promettere ogni giorno il “nuovo paradigma” è cosa che lasciamo volentieri a profeti e piazzisti.

Riferimenti:

Clifton Burt, A Makerspace with Urban Ambitions, Matropolis magazine, 27 ottobre 2014

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