Figli delle Città

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Foto M. B. Style

C’è uno stereotipo consolidato, che attraversa l’immaginario e la fiction da parecchi decenni: il ragazzino di campagna in fondo buono, anche se magari monello; quello di città malevolo e vizioso, o quando va proprio bene un perlomeno po’ viziato e malaticcio. Ognuno se li immagini come vuole, questi antenati o protagonisti della devianza urbana simil-punk, ma di solito è difficile sfuggire all’automatismo. Cosa del resto abbastanza ovvia se consideriamo la contrapposizione città campagna nei classici termini del pensiero tradizionale, dimenticandoci ahimè in un colpo solo tante letture dei testi utopici, o il fulminante marchio delle Tre Calamite di Ebenezer Howard.

Ai limiti dell’involontaria comicità ancora il contemporaneo, sussiegoso bestseller Triumph of the City dell’economista urbano ma mica troppo Edward Glaeser, quando alla fine di un lungo peana sull’eccellenza del modello ad alta densità dei grattacieli (Manhattan ‘900 o Shanghai, per intenderci), diceva che certo, quando si tratta di tirar su famiglia e figli in età scolare, un po’ di sano suburban flight non può fare che bene … Il brillante professorino di Harvard, forse col suo stipendio e le lucrose consulenze può permettersi anche qualche contraddizione in più, rispetto alla media dei contadini inurbati di qualche megalopoli terzomondiale, o semplicemente dei ceti operai e impiegatizi che abitano le città occidentali. Loro, anche coi figli piccoli, al massimo possono cercare di allevarli nel massimo della salute e del benessere possibili nella cosiddetta giungla d’asfalto. O meglio, cercare di trasformarla: un po’ meno asfalto, e un po’ meno giungla.

La questione urbana come questione infantile-adolescenziale? Come no! Niente di strano, e ben oltre il pur benemerito dibattito che ogni tanto si leva dagli specialisti di varie discipline su una ipotetica «città dei bambini». Le famose statistiche sullo storico scavalcamento del 50% di popolazione urbana globale, anche solo disaggregate per fasce di età ci raccontano (pare ovvio, ma non ci si pensa mai) una gigantesca quota di giovani e giovanissimi, dunque la città dei bambini possiamo considerarla in fondo la città e basta. Quanto sia importante questo punto di vista lo confermava qualche anno fa il rapporto UNICEF Children in an Urban World. A sottolineare che gli aggregati urbani non sono soprattutto poli di sviluppo economico, ma rappresentano il nostro mondo in tutti gli aspetti (anche quando non si suda a produrre ricchezza insomma), e che le decisioni di piano e programma devono essere più che mai orientate alla produzione di spazi e servizi pubblici che almeno provino a mettere sul medesimo piano i figli di famiglie ricche e quelli di famiglie un po’ meno ricche.

L’infanzia nello slum, ad esempio, è proprio il percorso caratteristico che attraverso tutta la narrativa ottocentesca ha cristallizzato il personaggio del giovane deviante. Per forza, viene da dire: se l’adulto immigrato da altri luoghi nel quartiere degradato e informale ha in qualche modo sviluppato degli anticorpi rispetto alle influenze nefaste dell’ambiente, il bambino ne è totalmente privo. Si aggiunga all’equazione ciò che nell’ambiente urbano rappresenta di solito un vero e proprio asset vincente: la straordinaria opportunità di relazioni quotidiane. E la frittata è fatta. Violenza, malattie, sopraffazione, ignoranza, competitività accentuata, assenza di regole diverse da quelle del più forte o del più elastico. Sono questi i riferimenti che rischia di avere in esclusiva chi cresce sostanzialmente recluso entro l’orizzonte dello slum.

E senza farla troppo lunga su questioni specifiche abbastanza note e/o intuibili, dalle strutture sanitarie a quelle scolastiche, al verde, alla casa ecc., appare chiaro come quello delle fasce di età più giovani sia un punto di riferimento essenziale e centrale (ad esempio, il ruolo chiave dell’informazione e innovazione) per qualunque politica urbana. Come aveva intuito un secolo fa Charles Wacker, segretario della Commissione per il Piano di Chicago (quello di Daniel Burnham che «rimescolava il sangue nelle vene») sono i ragazzi il futuro della città. A quell’epoca si pensava solo ai figli della borghesia, della middle class, e soltanto in seconda battuta ai ceti operai e al sottoproletariato. Nel terzo millennio, di fronte alle varie crisi globali che ormai si legano l’una all’altra, intrecciando economia, ambiente, sviluppo, urbanizzazione, non solo il nuovo patto generazionale deve estendersi anche agli ex reietti, diventati maggioranza di diritto, ma farne il fuoco dell’azione, partenza e arrivo di qualunque strategia. Mica per spirito caritatevole: pura sopravvivenza.

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