Spazialismo reazionario o progressista

aramengo

Foto J. B. Hunter

Si ascoltano spesso chiare esplicite a addirittura programmatiche, le sparate «religioso-naturaliste» soprattutto della mediatica destra americana, ma in fondo allargabili a tutte le analoghe ideologie e movimenti del mondo. La panoplia di argomentazioni dell’internazionale reazionaria è un po’ come l’amato (da loro) sistema tolemaico, dove tutto gira attorno a un unico motore immobile, e quindi tematiche come la vita, la morte, i rapporti umani, tutto quanto affrontato a mascella tesa da questi buzzurri dell’anima si risolve anche lessicalmente sempre dalle stesse parti: ognuno al suo posto, senza tanto cianciare di diritti, bisogni, trasformazioni. Tutto fissato per omnia secula seculorum: amen.

Il passaggio diretto da questi temi sociali e culturali a quelli socio-territoriali di maggiore interesse locale, si esprime sia nei negazionismi scientifico-ambientali che nelle opposizioni ideologiche forsennate a qualunque idea considerata una ingerenza «esterna» (cioè eretica rispetto a questa specie di religione di destra) a condizionare subdolamente i rapporti dell’uomo con l’ambiente fissati dalla divinità di turno. L’argomentazione, sostenuta a volte anche da sedicenti prezzolati studiosi, è che dietro certi concetti come l’idea di sostenibilità o il cambiamento climatico, si nasconda un progetto satanico-dittatoriale per privare l’individuo di libertà irrinunciabili. Superfluo osservare come gira e rigira si scopre poi che le famose libertà irrinunciabili si riducono in pratica al diritto di inquinare fuori dalla proprietà individuale, eventualmente pagando, e di occupare tanto spazio quanto il proprio reddito riesce a comprarsi, facendone quello che si vuole.

Ovunque nel mondo certi pensieri non mancano di svolazzare come piume di piombo nell’aria, e poi di atterrare nelle culture e nei programmi politici. Che si sostanziano ancora nell’idea di costruirsi ciò che si vuole dove si vuole, farci arrivare tutte le infrastrutture possibili per il massimo comfort; consumare tutto ciò che si desidera e che ci si può permettere; intrattenere relazioni sociali e umane improntate a precisi rapporti gerarchici «naturali».

Tradotto banalmente in spazio quotidiano: villetta monofamiliare in proprietà (o piccolissima palazzina con una specie di modello condominiale da famiglia allargata), singoli nuclei meglio se con parecchi figli che sono dono di dio; varie auto in garage per scarrozzare la famigliona su e giù per le autostrade, verso tutto ciò che non si è potuto privatizzare nel cortile o dentro la villetta; svincoli, bretelle, strisce attrezzate multicorsia, entro cui collocare le suddette mete, dal centro commerciale, al complesso sportivo, al centro uffici, alla fabbrica, centro scolastico integrato ecc. Il tutto garantito da un modello di produzione e consumo energetico anch’esso ispirato al modello «dio me l’ha dato e io me lo piglio». Dentro questo modello di casa fortezza con siepe fossato, chi produce reddito ha un potere quasi assoluto su chi non ne produce, i genitori sui figli, sulla loro mobilità, socialità, consumi di qualunque genere. Dentro a questa caricatura di ambiente naturale al cemento-petrolio, non penetrano le cosiddette fratture dello sviluppo, i nuovi diritti, bisogni, relazioni. Al massimo, c’è qualche effetto diretto o indiretto dei consumi: il figlio ciccione, la casalinga sexy, il manager dallo psicanalista ma solo dopo i quarant’anni.

Non si creda che il modello così delineato sia una indebita semplificazione del sottoscritto. Risulta facilmente leggibile quasi alla lettera ad esempio in un programma ufficiale del Partito Repubblicano Usa di qualche anno fa, quando un candidato della potentissima corrente Tea Party traduceva in immagini comunicabili direttamente al grande pubblico la propria filosofia politica-esistenziale. A fronte del linguaggio adamantino e brutale, ma chiarissimo, dei reazionari, non si capisce però invece dove voglia andare a parare l’idea progressista di città. Meglio ancora, se ne esista una, di idea progressista di città. Un tempo le elaborazioni cultural-spaziali, pur articolate e perfettibili, erano ovvie: prima risanamento e igiene, più tardi la città razionale e la città giardino. A unire idealmente i due modelli complementari, ad alta e bassa densità, l’idea di quartiere coordinato, non a caso teorizzato molto prima sul versante sociale che su quello spaziale. Adesso, pare che per la legge dei corsi e ricorsi la città progressista sia rispuntata nel centro storico, da cui era partita qualche generazione fa verso nuove frontiere. Perché, esplose prima le magagne del quartiere alveare, poi appunto l’insostenibilità della dispersione, si è cercato rifugio nel modello teorico della città che fu. Spazi tradizionali, ma è il caso di chiedersi: sono davvero adeguati alla vita moderna, come avrebbero posta la questione i primissimi conservazionisti? Vita moderna non intesa terra terra, come diritto a scorazzare a motore su e giù per antichi vicoli, ma più in generale a produrre e vivere una città di diritti e relazioni aperte.

Con tutti i loro difetti, le città ideali autentiche non sono mai nate dalla matita di qualche ingegnere svizzero in vena di elucubrazioni universali, ma da un’idea condivisa di società, magari filtrata e schematizzata da qualche disegno. Solo i modelli autoritari, per quanto travestiti da pacioccona accoglienza come la paradimatica ultratecnologica Epcot di Walt Disney (o cloni simili su scala minore)  pretendono in buona misura di adattare il contenuto al contenitore. Lo stesso potrebbe accadere se si cascasse nell’equivoco di individuare appunto la città storica con quella ideale, convinti che l’errore sia stato quello di allontanarsene. Senza chiedersi, così en passant, quanto compatibili possano risultare, che so, il diritto alle pari opportunità con il tipo di erogazione dei servizi garantito da un centro storico (privo del complemento attuale di quanto sta parcheggiato nella dispersione), il diritto alla mobilità e comunque alla prossimità qualsivoglia, alla salute, all’igiene, alla cultura. E in senso allargato, magari anche alla sessualità, o al fine vita, tanto per citare qualche tema caro ai reazionari, che non salta subito all’occhio nel rapporti con lo spazio, ma prima o poi c’entra. Ecco insomma alcune domande, che di solito vengono prima delle risposte. Anche se non sembra il caso oggi, con la sinistra o sedicente tale impegnata a guardare alle campagne anziché alle città.

Commenti

commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *