Il centro commerciale non è naturale: e quindi?

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Foto F. Bottini

Da un certo punto di vista esiste una grande e insopprimibile bisogno degli sputasentenze, in senso lato. Si tratta degli esperti di settore (settori più o meno ampi, ma che di solito mediaticamente si propongono come ragionevole sintesi dell’universo) pronti a bollare come follia qualunque cosa si discosti dalla propria prospettiva. Nel nostro paese ad esempio si è recentemente inventato il termine di “professoroni” proprio per provare a classificare e indirettamente confutare critiche del genere a varie cose di grande respiro, che vanno dalle scelte di organizzazione istituzionale all’economia, al lavoro, alla ricerca scientifica e via dicendo. E poi giù giù anche a cose più tangibili e immediate, come il ruolo dei beni culturali in rapporto ai territori locali, il pendolarismo delle opere d’arte, o il classicissimo conflitto ambiente/sviluppo quando si declina sul sottile crinale fra argomentazioni di carattere strategico (pienamente discutibili, naturalmente) e quel sintomo vagamente nimby dietro al quale si nasconde di tutto, e il contrario di tutto. Non siamo ovviamente i soli al mondo a condividere questo destino di dipendenza dagli sputasentenze in senso buono.

Il premio Peggior Architettura Escrescente

La britannica Carbuncle Cup viene assegnata ogni anno al progetto di architettura giudicato in assoluto il peggiore dai lettori del sito Building Design e da una qualificata giuria. Tempo fa il poco ambito riconoscimento è stato assegnato a un complesso voluto dal gigante della grande distribuzione commerciale, Tesco, nell’area di Woolwich a Londra. Si tratta di una variante urbana sul tema del supermercato, mescolata a funzioni residenziali, e onestamente buttando l’occhio su una foto del complesso è difficile dar proprio torto agli estetizzanti critici che ci rovesciano sopra ogni genere di eleganti improperi, fino naturalmente a concludere che se queste sono le trasformazioni urbane, meglio non trasformare assolutamente nulla, meglio tenersi aree dismesse, vuoti, distributori di benzina arrugginiti con pensilina grigiastra eccetera eccetera. Ma dargli torto è difficile, non impossibile, magari partendo da una considerazione sulla prospettiva focalizzante in cui i critici ci vogliono trascinare a forza: l’aspetto estetico, che dovrebbe riassumere tante cose. Ma non le riassumeva evidentemente per l’amministrazione locale, gli abitanti del quartiere, gli assunti del nuovo supermercato, e infine chi ci andrà ad abitare sopra, inquilino o proprietario di uno delle centinaia di appartamenti.

Lo scambio tra supermercato e posti di lavoro

Ecco, proviamo a osservare quel complesso, diciamo pure quell’orribile escrescenza urbana per usare le parole di Hank Dittmar (mano armata architettonica del Principe Carlo) e dell’ex presidente dell’Istituto professionale, dal punto di vista del solito, un po’ triste, scambio fra metri cubi e posti di lavoro. Succede sempre così, no? Nelle beghe quotidiane locali, negli scontri più o meno ideologici o nimby fra residenti, comitati, amministrazioni, e grande distribuzione commerciale, l’oggetto del contendere principale, spesso l’asso nella manica vincente, è quello del lavoro. La Tesco nel caso specifico ci mette anche qualcosa di più, probabilmente molto di più, e vediamo nell’ordine cosa. Primo, oltre ai posti di lavoro ci sono le case, quelle case sopra il supermercato che secondo i critici di architettura rendono il tutto incombente, orribilmente oppressivo su tutto quanto gli sta attorno. Una sensazione diversa magari la potrebbero provare gli abitanti di quelle case, specie se inquilini di abitazioni sociali concordate con l’amministrazione, o comunque economiche, e ancor meglio se lavorano nei dintorni, o addirittura dentro lo stesso supermercato. Perché qui c’è qualcosa di inedito, che i nostri sprezzanti critici tradizionalisti sorvolano: il decantato mixed-use diventa solida realtà, e in una forma del tutto innovativa e diversa dal solito pianterreno con portici e botteghe. Ma non è finita, perché lo fa in una logica di riuso di superficie dismessa, altra cosa rispetto a quegli americani lifestyle centers.

Le sfumature della riqualificazione

Perché quell’escrescenza architettonica orrenda incombe sulla sensibilità estetica degli implacabili giudici? Si può provare a spiegare la cosa anche così: è l’approccio brownfield first, baby! Ovvero, restando nel campo dell’architettura, esattamente ciò che aveva indicato come risposta alla crisi urbana il Libro Bianco della commissione presieduta da Richard Rogers: per fare case, realizzare servizi commerciali e non, specie in un paese dove l’urbanizzato ormai travalica ogni proporzione ragionevole, bisogna densificare, riqualificare, trasformare ciò che è già città. Ed è esattamente quel che fa Tesco, con nuove funzioni composite in un sito precedentemente a usi militari, già infrastrutturato, inserito nelle maglie metropolitane, udite udite risparmiando all’aperta campagna tutte le centinaia di migliaia di metri quadrati di asfaltatura e cementificazione (in senso stretto) che avrebbero significato un supermercato scatolone tradizionale, e tutte le villette o palazzine sparse per metterci gli alloggi equivalenti a quanto ora sta sopra l’Escrescenza Architettonica di Woolwich. Non è neppure finita, perché come sappiamo bene realizzare separatamente residenza e commercio induce per forza una diversa mobilità dei consumatori, rendendo indispensabili altre strade, parcheggi, sia per loro che per i fornitori. Ma questo i critici di architettura non sono proprio interessati a raccontarcelo.

Viva i professoroni!

Ed è giusto così. Si può benissimo lasciare che un paio di architetti dal gusto tradizionale, che apprezzano e promuovono la forma del villaggio cara ai professionisti riformisti sin dai tempi degli abbaini di Raymond Unwin, vedano in tutto ciò che la contraddice una distorsione delle aspirazioni umane a un mondo migliore. Perché il loro gusto non è certamente campato per aria, e ha solide radici culturali, in grado di cogliere i vistosi svarioni del Foruncolo Tesco mixed-use. Cos’hanno capito, benissimo, i lettori di Building Design e la qualificata giuria coi loro sprezzanti strali? Che per costruire città, per comporre funzioni in modo intelligente e integrato, approfittando al meglio di ciò che l’approccio brownfield first sa offrire (e che sta ancora alla base del cosiddetto approccio sequenziale alle trasformazioni poco amato dagli operatori), non basta prendere uno scatolone classico introverso, metterci sopra le scatoline degli alloggi, e provare a limare un po’ gli attriti reciproci e con l’intorno. Bisogna ragionare in termini probabilmente più radicali, e su quel versante siamo ancora parecchio indietro.

Il formato urbano si chiama città

Lo si capisce benissimo da un po’ di anni, che le chiacchiere sul formato urbano della grande distribuzione sono ancora un po’ troppo chiuse nel formato chiacchiera, e poco aperte allo stimolo della città. In tantissimi casi, quel che si vede è l’organismo geneticamente modificato dello scatolone suburbano, cresciuto per mezzo secolo e passa in mezzo al suo svincolo, che atterra in un quartiere consolidato alla ricerca di nuova clientela, ma non vuole o non sa rinunciare ad essere sé stesso. Così si vedono micidiali stravaganze, impatti inutili, congestione evitabile, proprio perché quel coso non ha senso in quel posto, in quegli stili di vita, in fondo anche in quelle aspirazioni. Ma di sicuro c’è che per non trasformare gli ambienti extraurbani, si devono per forza trasformare quelli urbani, e farlo con criteri urbani. L’alternativa sarebbe di non trasformare assolutamente nulla. La vogliamo, la Pietrificazione Felice? Salvo qualcuno che la predica per motivi suoi personalissimi, pare di no. E allora ascoltando produttivamente le critiche dei professoroni schizzinosi, aggiungiamoci costruttivamente anche le nostre.

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