Il co-housing di mercato e il complesso di Peter Pirla

Foto F. Bottini

Non c’è nulla di più fastidioso che l’essere tormentato da rumori molesti quanto inutili, come una fragorosa partita di pallone giocata in cortile, quando nell’arco di pochi metri esiste (pagata dal contribuente cittadino) un’inflazione di spazi alternativi, attrezzati o ufficiosi, in cui consumarsi tirando calci e urla, senza scocciare nessuno. Più fastidioso ancora, come accade al sottoscritto, andare a dormire il sabato sera dopo una fastidiosa discussione nel proprio, di cortile, per il baccano da palla rimbalzante e urla di tifosi, e svegliarsi la mattina di domenica con la replica nel cortile accanto, salvo alcuni dettagli che meritano riflessione. Innanzitutto i protagonisti, facilmente inquadrabili dai diversi rumori: la palla, i ragazzini calcianti e urlanti, un padre-coach evidentemente affetto dal complesso di Peter Pirla che non vuol crescere, e fingendo di voler stare col figlio e qualche suo amichetto rievoca fasti passati, sbraitando una specie di telecronaca dell’incontro: «…. ecco Pierino velocissimo che scatta …». Una lagna da tortura, e per giunta con poco o nulla da fare, perché se nel cortile condominiale è comunque possibile scendere e chiedere di rispettare le regole di convivenza, magari esplicitate in qualche scolorito cartello in portineria, coi vicini è tutta un’altra storia. Ma non solo.

L’Unitè d’Habitation de noantri

Il fatto è, che quel cortile confinante rappresenta un prodotto, pur imperfetto e goffo, di quello che gli architetti da qualche anno chiamano cultura del co-housing. Sappiamo tutti di cosa si tratta, l’abbiamo letto sia in articoli scientifici, sia in qualche resoconto, più o meno folkloristico o giornalistico: la reazione all’anonimato della vita urbana, unita all’impennarsi dei costi degli spazi residenziali, ha prodotto varie declinazioni di quella che in molti hanno già inserito nel filone sharing economy. Complessi dove si riducono le superfici e il numero di ambienti degli alloggi privati, a favore di luoghi di incontro, o semplicemente da usare privatamente a rotazione, o su prenotazione, o come capita secondo la sensibilità e lo spirito piccolo-comunitario. Ma un’occhiata al tipo di spazio e comportamenti che ha prodotto la specifica declinazione di questa cultura accanto al mio cortile, apre anche altre prospettive. Il mio è un quartiere popolare in via di parziale (molto parziale per adesso) gentrification, sia nella forma di strisciante sostituzione sociale senza trasformazioni edilizie, sia in quella pesante dei nuovi interventi, che comprendono la tipologia di tendenza del loft, quella più classica del complesso condominiale, e questa strana bestia del co-housing interpretato per l’occasione di mercato. Dove gli appartamenti restano in sostanza normalissimi appartamenti di città, ma esiste una certa inusuale abbondanza di spazi condivisi condominiali: verde, atrio, sale comuni ecc.

I Peter Pan dell’architettura

Quel cortile dove il babbo che non vuol crescere tira calci fragorosi alla palla, quell’atrio dove ad ogni compleanno si organizzano delle specie di chiassose sagre paesane con grigliata e megawatt di dee-jay-animatore, sono progettati secondo una logica di chiarissima introversione, ovvero completamente estranei al quartiere, separati da una arcigna muraglia di aspetto quasi militare, porte d’acciaio, nessuna trasparenza. La stessa tipologia a torre, unica in zona, sottolinea l’isolamento, fisico e sociale, di ciò che avviene là dentro. Se il co-housing nasceva dall’idea di allargare il concetto di alloggio e di abitare, insomma, qui una interpretazione securitaria, molto conservatrice e familista (un target di mercato di chi in sostanza la città la teme) produce quella fortezza, molto attenta a non far entrare nulla quanto indifferente ad esportare il proprio inquinamento acustico, nonché la miriade di Suv e monovolume che vanno avanti e indietro, molto molto meno dei pedoni. Forse oltre al papà infantile pallonaro, c’è anche qualcun altro perso nella sua infanzia culturale: sono gli architetti ancora intenti a scimmiottare a modo proprio, per una società che non ha nulla a che vedere con quella razional-industriale del periodo tra le due guerre, una specie di Unitè d’Habitation al cui interno succede tutto, salvo la spesa nell’altrettanto introverso shopping mall lì accanto, raggiungibile in auto senza mettere piede nel quartiere. Se queste stupidaggini fastidiose e provinciali sono sharing economy, io sono Napoleone, ma si sa che come sempre «decide il mercato», no?

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