Il contenimento del consumo di suolo in pratica

urban_sectionCi sono cose fini a sé stesse, e altre dotate di senso più generale: anche la famigerata «cementificazione» come la chiamano i conservazionisti a prescindere, appartiene potenzialmente a entrambe le categorie. I primi cementificatori sono gli stessi eroi della storia umana a cui il conservazionismo guarda con religioso rispetto, i costruttori di centro storici, monumenti, fortificazioni tradizionali, opere di irreggimentazione idraulica, argini, borghi agricoli. Sono che quel genere di cementificazione, a differenza di quello oggi additato con schifatissimo orrore, probabilmente possedeva una qualità in gran parte perduta: aveva, e poteva facilmente dimostrare, una propria indiscutibile utilità a qualche scopo, proprio in quel posto e fatto così, più o meno. La casa o palazzo, pur a modo loro brutalmente scaraventati sopra ex prati, boschi, tane di simpatici animaletti e distese di fiorellini, servivano e ancora servono evidentemente a tenere all’asciutto gli abitanti. Le imponenti bastionature di terrapieni e opere murarie, con o senza fossato pieno d’acqua, erano il supporto per le batterie di cannoni schierate contro gli invasori, tipo i Tartari contro la Fortezza Bastiani, e già che c’erano segnavano anche fisicamente un confine tra la città vera e propria e la campagna. Dentro la quale altre cementificazioni un po’ più sparse parevano e ci paiono tutt’ora utilissime a evitare inondazioni e devastazioni dei campi, o proteggere i raccolti e gli attrezzi agricoli dalle intemperie. Ma poi arrivò la modernità, ovvero possibilità di moltiplicare all’infinito quelle cementificazioni, ben oltre la loro utilità visibile, per farci invece dell’utile in senso monetario.

C’è e ce la teniamo

Visto che la cosa è durata qualche secolo, diciamo pure attraverso varie generazioni umane, tecnologiche, socioeconomiche, questa cementificazione fine a sé stessa presumibilmente dovremo tenercela ancora per un po’, esattamente come ci teniamo le pubblicità più o meno ingannevoli, o le promesse elettorali spudoratamente gonfiate. Ma come con tutte le cose inevitabilmente fastidiose del mondo, ci si possono costruire degli efficaci anticorpi: non per cancellarle dalla faccia della terra, ma per poterci ragionevolmente convivere, e magari accettarne qualche collaterale portato utile, che di solito c’è. L’anticorpo sperimentatamente più efficace contro la terribile cementificazione fine a sé stessa, si chiama da parecchi decenni pianificazione pubblica del territorio, cosa assai diversa dalla maledizione divina che si abbatte sui peccatori, invocata a suo tempo dal profeta Isaia per chi costruisce troppo e ovunque. Questa pianificazione, detto in breve, individua dei modelli di massima per le grandi trasformazioni, la crescita degli insediamenti, che possa corrispondere ad alcuni obiettivi sociali, di efficienza, ambientali. Nel tempo e nello spazio, certamente possono cambiare gli equilibri, sia di carattere sociale (il pubblico-privato ad esempio), sia di ordine ambientale, come accade oggi proprio nel modo così evidenziato dall’emergere di quel termine sprezzante: «cementificazione». Perché se l’obiettivo centrale è ambientale, e in particolare arginare o bloccare del tutto il consumo di suolo agricolo, automaticamente assume valore negativo ogni trasformazione che ne sottrae all’attività primaria.

Un modello

Ma a evitare di essere del tutto discrezionali, come capita fin troppo spesso, occorre capire quel che si vuole, oltre a gridare dei grandi NO. E comprendere innanzitutto che agire a piccola scala al massimo serve per affermare un principio in linea teorica, non certo a combinare qualcosa di utilità pratica: anzi spesso certe azioni locali, se restano isolate da un contesto più ampio di intervento finiscono per spostare il problema e a volte amplificarlo. Quindi diciamo che la dimensione del nostro piano territoriale sarà un bacino regionale, di regione urbanizzata che comprende di solito diverse circoscrizioni amministrative di tipo comunale o analogo. Di norma tutte queste circoscrizioni avranno uno o più nuclei compatti «storici» e altre forme di sviluppo più moderno, in genere a densità decrescente o addirittura a sprawl suburbano (che tanti ancora confondono ottusamente con la campagna). Questa varia miscela di natura, agricoltura, trasformazioni urbane hard e anche soft come il verde a elevata artificializzazione, va capita e interpretata, collettivamente parlando, prima di inventarsi qualunque idea di sviluppo locale. Perché di questo si tratta: le azioni di eventuale vincolo, divieto, orientamento promozione, devono corrispondere a un disegno generale, basato su quanto avvenuto sino a quel momento e proiettato sul futuro. E la domanda suona, più o meno: siamo arrivati fin qui, dove vogliamo andare adesso? Di questi tempi, pare che tutti vogliano «tornare» a un passato di pura invenzione, cartolina virata seppia del mondo reale che i nostri padri e nonni si sono virtuosamente lasciati alle spalle. Ecco, forse riflettere su cos’era in realtà, e cosa siamo oggi, è il metodo migliore per iniziare a pianificare il futuro.

Riferimenti:
Planning for Health, Prosperity and Growth in the Greater Golden Horseshoe: 2015-2041 (area metropolitana di Toronto, rapporto 2015 sulla variante al Piano Territoriale)

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