Il Futuro della città (1955)

stuyvesant

Il complesso Stuyvesant-Peter Cooper realizzato a metà ‘900 nel quadro della discussa «abolizione dello slum»

Per secoli l’uomo ha vissuto nella città senza riflettere troppo sul suo futuro. Quando pensava al cambiamento pensava alla crescita, a innovazioni tecniche, alla bellezza. Non aveva né il desiderio, né la visione, di un’esistenza urbana sostanzialmente diversa. Fu solo poco prima dell’inizio del XX secolo, che si iniziò a mettere in discussione la città in quanto tale, a mettere in dubbio le sue possibilità di sopravvivenza, a predisporre piani per una radicale trasformazione fisica e (almeno conseguentemente) sociale degli insediamenti. Ci sono stati, e ancora ci sono, molti profeti di sventura, come Spengler, il più perentorio degli accusatori, che considera la città un male in sé, che tutto distrugge e si autodistruggerà coi suoi peccati: «Nella nascita della città c’è già la sua morte». Un pensiero che discende direttamente da quello di Marx (e di Hegel); richiama l’idea della borghesia che produce chi le scaverà la fossa; ma trova una irrefutabile contraddizione sia nella storia passata che in tutto quanto ci indicano le rilevabili tendenze future. Nessuna città si è mai autodistrutta; e al giorno d’oggi le città continuano a crescere di numero e dimensioni.

Il principale esponente del pessimismo in America è Lewis Mumford. Anche se con una visione meno apocalittica, critiche più meditate, previsioni meno fataliste. Si concentra sulla «grandezza e potere» di alcuni tipi di città e stadi di sviluppo, che definisce metropoli, megalopoli, tirannopoli, necropoli; tutte forme che a parere di Mumford intaccano la civiltà, sono causa di guerre, distruggono arti e scienze. Il fatto che la città come artificio, o l’urbanesimo come stile di vita, possa essere responsabile di simili catastrofi, non ha alcun fondamento scientifico. Anche un osservatore assai più cauto, esperto e ottimista come Henry Churchill giudica che «le nostre città grandi e piccole … crollano, si disgregano». Osservazione inesatta, anche in quei casi vittima della peggiore corruzione locale e pessima amministrazione. Nemmeno una bancarotta può «disgregare».

Contro ogni previsione, il fatto indiscutibile è che le città prosperano, che la popolazione urbana mostra forza e vitalità. Certo esistono gravi problemi urbani, causa di intense sofferenze umane, difficoltà sociali, peso sulle risorse economiche. Ma non mettono a rischio l’esistenza delle città. L’urbanesimo c’è e resterà, non sta morendo ma espandendosi. È stato più volte sottolineato come lo stile di vita urbano non sia più monopolio della città. E si potrebbe sostenere che è piuttosto la società rurale a scomparire, visto che adotta sempre di più atteggiamenti, abitudini e tecniche della città perdendo di peso relativo. Viviamo un’epoca di transizione in un mondo dinamico che accelera i ritmi; come ogni altra cosa, anche la città subirà una metamorfosi. Una trasformazione che almeno in parte deriverà da forze sociali che non siamo in grado di controllare; ma in parte anche da una nostra consapevole programmazione, in grado di orientare gli sviluppi futuri. Qualunque programma o piano sottende alcune idee e giudizi di valore riguardanti le forme più auspicabili di vita urbana. Una analisi degli obiettivi finali di questi programmi fornisce un quadro della nostra società; chiarisce le implicazioni sociologiche di alcune tendenze dell’idea di città.

Il caso di Canberra

Canberra, probabilmente, è la città più dettagliatamente progettata del mondo, e un esempio di filosofia moderna della vita urbana, o quantomeno delle opinioni prevalenti fra i principali esperti di urbanistica. Canberra è la capitale politica dell’Australia, ed è stata fondata nelle condizioni più favorevoli possibili, in un paese dove si poteva trovare tutto lo spazio necessario alle volontà dei pianificatori. Dopo dieci anni di indagini, nel corso dei quali erano state prese in esame quaranta possibili localizzazioni, si decise per quella definitiva. Il luogo era di grande bellezza panoramica, in una zona rurale a popolazione molto sparsa, che consentiva molta libertà di espansione. Dopo la scelta del sito, si tenne un concorso internazionale di urbanistica al quale parteciparono 137 architetti. Dopo sette anni di lavoro sui progetti selezionati, fu adottata una stesura finale nel 1918 e su quello schema venne realizzata la città. Altro vantaggio di Canberra è la totale assenza di problemi finanziari; viene costruita a spese del governo, proprietario di terreni, senza alcuna interferenza di speculatori. Poi c’è la relativa omogeneità della popolazione. Gli abitanti erano (e ancora sono) soprattutto dipendenti pubblici, impiegati di ceto medio. Dunque non esiste la possibilità che emerga alcuna «élite», né che si formi una fascia di proletariato industriale a basso reddito. Povertà, criminalità, slum, tutto eliminato sin dall’inizio.

Il piano urbano di Canberra è determinato da due considerazioni base: bassa densità di popolazione, rigida separazione delle funzioni. La bassa densità è ottenuta in modo non usuale. Il modo più semplice usato da molti urbanisti è quello di costruire le case su lotti grandi, destinando gran parte della superficie a giardini privati. Ma il governo non poteva costruire certo grandi case su lotti da mezzo ettaro [l’Autore qui si riferisce alle proporzioni della Broadacre di F.L. Wright, citata per altri aspetti più avanti, n.d.t.] senza sovvenzionare i suoi dipendenti. Così si realizzarono case più piccole, e la densità secondo Higgins «è del tutto paragonabile a un sobborgo canadese di ceto medio». Mentre invece quella assai più bassa che appare nelle tabelle si deve a un’altra particolarità urbanistica. La città, che misura più o meno undici chilometri per otto, è divisa in due parti quasi uguali dal fiume Molonglo, che attraversa il centro. Su entrambe le sponde del fiume, prati, parchi e giardini, alcuni usati a campo da golf, e un ippodromo.

Canberra probabilmente è l’unica città del mondo che ha un galoppatoio al proprio centro. E il solo fatto che il governo abbia ritenuto adeguato realizzare una struttura del genere in una città relativamente piccola dà l’idea della composizione sociale di riferimento. Quindi non esiste qui un centro geografico in cui si vive o si lavora, né esiste quella che è stata definita Zona di Transizione. Queste due aree urbane, così come le individua Burgess, qui mancano. E dato che poi esistono anche spazi aperti altrove, la densità statisticamente parlando risulta estremamente bassa. Si è prevista una popolazione di 40.000 abitanti, con una densità di circa 17 ab/ha; al momento attuale gli abitanti effettivi sono solo 18.000, e nella circoscrizione propriamente urbana la densità si calcola addirittura a 2 persone ettaro. Quanto si tratti di una cifra fuorviante è già stato accennato: il grosso dei cittadini abita in zone residenziali di tipo suburbano non diverse dai tradizionali quartieri dormitorio. Detto in altri termini, per godere di tutti questi spazi aperti, gli abitanti devono uscire di casa.

L’articolazione funzionale è tripartita: «Capital Hill» ospita il Parlamento e gli altri edifici governativi, a sud del corso del fiume. A nord di questo, tre chilometri più in là e oltre la fascia non edificata, sta «City Hill», la zona commerciale che ospita gran parte delle attività, negozi, uffici, alberghi, banche. Altri negozi, molto sparsi e molto piccoli, anche nelle aree dei quartieri esclusivamente residenziali di tipo suburbano. Quindi una separazione funzionale nello spazio portata alle estreme conseguenze. Dato che queste caratteristiche di bassa densità, quartieri giardino, separazione funzionale, grandi parchi, assenza di industrie e altri fattori «inquinanti», sono state tutte programmate dagli urbanisti, dovremmo trovarci di fronte a un luogo ideale per abitare. Ma Higgins la definisce «la più scomoda piccola città del mondo». E il motivo sta in quella separazione funzionale estrema, come ci spiega:

«In una città di 18.000 persone dovrebbe essere possibile a molti abitanti vivere in modo da poter raggiungere a piedi il posto di lavoro o i negozi o i luoghi per il tempo libero. O almeno stare vicini ad almeno uno di questi nodi essenziali. E chi non può arrivare a piedi negli spazi più importanti per la vita quotidiana, dovrebbe poterci arrivare rapidamente e semplicemente coi mezzi pubblici»

Invece, qui, ci si deve spostare anche di sette o otto chilometri da casa all’ufficio. Per il tipo di organizzazione urbanistica, che poi tende a sovraffollare gli autobus e a provocare problemi di traffico. Prosegue Higgins:

«Stare in piedi venti minuti su un autobus affollato, dopo una faticosa giornata in un ufficio senza aria condizionata, e poi ancora camminare per un lungo tratto di strada battuta dal sole estivo, è un’esperienza sfibrante. Anche spostarsi da un ufficio all’altro nel corso di una giornata lavorativa, fa perdere parecchio tempo e fatica. […] La casalinga di Canberra abita a un paio di chilometri dal negozio più vicino, e se è così sfortunata da stare nelle fasce più esterne del sobborgo residenziale meridionale, per far shopping può dover coprire complessivamente anche venti chilometri […]. Una famiglia per star davvero comoda a Canberra, ha bisogno di due auto».

Dunque Canberra sarà un meraviglioso giardino, ma i suoi abitanti devono percorrere chilometri per andare a lavorare, far spese, vedere un film, visitare degli amici, andare a nuotare il piscina. Bella città, ma non troppo «abitabile». E si tratta di problemi che non derivano certo da una realizzazione troppo affrettata, da mancanza di spazi, o da ristrettezze economiche. Derivano da una precisa intenzione, basata su una convinzione errata: separare totalmente il lavoro dalla vita domestica.

Il problema della separazione di funzioni

Ma non c’è alcun dubbio che le tendenze urbanistiche attuali la favoriscano, questa separazione. Sta nel concetto originale della città giardino di Howard, e ancora più marcato nelle evoluzioni successive. Lo si vede chiaramente nella Broadacre City di Frank Lloyd Wright, dove ciascuna abitazione è costruita su mezzo ettaro di terreno; si manifesta nell’affermarsi di sempre nuovi sobborghi rigidamente residenziali, e sta alla base delle norme di zoning contemporanee. L’obiettivo finale, parrebbe quello di sparpagliare ogni attività, concentrarne alcune in nodi particolari, e disperdere il suburbio residenziale così che tutti possano abitare in una città giardino.

Ma ci sono molti segnali che il sogno non si avvererà. In primo luogo, perché non è detto che le idee di tecnici e studiosi corrispondano necessariamente alle preferenze delle persone. Il gusto suburbano e la città giardino non vanno molto oltre i confini dei paesi anglosassoni. E appare sempre più chiaro come il modello della casetta unifamiliare non sia affatto perfetto per le fasce a reddito più basso. Non c’è certo alcun rischio che Venezia si trasformi in una città giardino, ma lo stesso vale probabilmente per tutte le città del Vecchio Mondo; la cui storia non si riassume in alcuni edifici, ma è fatta di intere strade, quartieri: una resistenza emotiva, un rispetto per il passato, impediranno trasformazioni radicali della realtà. Anche in America, ci sarà un altro elemento a ostacolare tutti i tentativi di abbassare le densità oltre certi limiti, e si tratta dei costi crescenti, perché l’espansione a case unifamiliari viene sostenuta per una zona da tutta la città.

E non è finita. Trasformare grandi città in grappoli di sobborghi giardino richiede il decentramento dei grandi poli commerciali, e la realizzazione di nuclei minori di negozi per ciascun quartiere. In questo modo la zona centrale perde affari; crollano i guadagni, i valori immobiliari, il gettito fiscale nelle zone oggi più ricche. È l’amministrazione cittadina a perdere in tasse, la stessa amministrazione che sta sostenendo quelle spese sempre più elevate per servire le zone di espansione. Crescono così le imposte locali per gli abitanti, fino al punto in cui certe fasce sociali non saranno più in grado di sostenere la casetta unifamiliare, tornando all’edificio multiappartamento. È materialmente impossibile alloggiare quei milioni di abitanti delle grandi città in case unifamiliari, anche se su lotti da poche centinaia di metri quadrati, figuriamoci su broadacre da mezzo ettaro. A meno che non si introducano nuovi mezzi di spostamento rapido, pare anche improbabile che la grande città possa allargarsi col suburbio oltre un certo limite: il tempo massimo di viaggio tra casa e ufficio non può andare molto oltre l’ora.

Resta la dispersione industriale. Certo alcuni spostamenti e decentramenti paiono ragionevoli e auspicabili, ma una radicale dispersione è quasi impossibile. Ad esempio, levare l’industria automobilistica da Detroit significherebbe perdere le centinaia di milioni di dollari investiti negli stabilimenti, diventati inutili e deserti. Il decentramento provocherebbe la crisi fiscale della città, che perderebbe i suoi grandi contribuenti, oltre a centinaia di migliaia di abitanti. E ci sono anche motivazioni più tecniche. Una indagine condotta dal Twentieth Century Fund evidenzia come per disperdere anche solo i principali centri metropolitani occorrerebbero oltre dieci anni di lavoro a tempo pieno da parte dell’intero settore edilizio. Ci mancano la forza lavoro e le risorse finanziarie, per un cambiamento così radicale dell’organizzazione urbana. Quindi pare più prudente prevedere che le tendenze attuali siano abbastanza stabilizzate da spingere verso una ulteriore suburbanizzazione, trasferire e decentrare alcune industrie, specie i nuovi impianti, ma che l’organizzazione futura delle città non sarà radicalmente diversa da quanto esiste oggi.

Valori superiori e futuro della civiltà urbana

Aspetto ancora più importante dell’organizzazione fisica della città futura, è il problema del ruolo di alcuni valori immateriali nella civiltà urbana. Per capire cosa accadrà, anche se con riserva, possiamo esaminare e discutere brevemente alcune tendenze attuali. La separazione funzionale tra quartieri residenziali e di attività economiche-amministrative probabilmente si farà più marcata. La divisione delle funzioni indica in primo luogo ambienti diversi, che obbligano le persone a svolgere l’attività economica lontano dalla residenza. Ma non è tutto. È necessario stare in luoghi diversi, di fatto si vive e si lavora in città diverse. Questa avversione per quartieri residenziali dove sci si possa spostare a piedi, la preferenza per le case di tipo suburbano, rivelano un atteggiamento. In realtà non esiste un solo motivo, ma parecchi, a spingere le persone verso la periferia e oltre. Dagli affitti troppo alti alla difficoltà di trovare alloggi adatti, certo la grande città non risponde alle esigenze di tutti. Ma esistono motivazioni più profonde per questo esodo dalla città al suburbio. Un tempo la città, specie il centro della città, era qualcosa di molto simile a una grande casa per tutti gli abitanti. La gente se poteva passeggiava per le strade per guardare i luoghi conosciuti e incontrare conoscenti.

Lo si fa ancora, nel Vecchio Mondo. Il londinese passeggia attraversando Piccadilly o lungo lo Strand, il parigino ha i suoi ampi boulevards o gli Champs Elysees, il berlinese la Unter den Linden, i veneziani Piazza San Marco. Gli americani non hanno più posti per passeggiare in centro, e per farlo devono rivolgersi altrove. Le vie delle città vengono usate solo come arterie di comunicazione per raggiungere determinati punti; ci sono solo i visitatori a guardare certi angoli significativi, o le signore che guardano le vetrine. Di conseguenza le vie – salvo le zone dei divertimenti – diventano deserte dopo la chiusura delle attività. La città in quanto tale non vive più: la vita si è ritirata dentro le pareti domestiche: il moderno cittadino americano detesta la città, e comunque sia non si tratta di un bel segnale per la civiltà urbana.

La tendenza ad abitare quanto più lontano possibile da dove si lavora, certo non sempre ma molto spesso, è simbolica: la distanza spaziale come distanza psicologica. Nono solo si respinge la città come luogo per vivere, ma anche il lavoro ha perduto la sua centralità nell’animo umano. In molti casi ciò si deve a fattori esterni specie alla meccanizzazione e specializzazione del lavoro, che tolgono al lavoratore la soddisfazione psicologica. Ma non si tratta di qualcosa che riguardi soltanto i tipo di lavoro più noiosi e ripetitivi. E continuerà, la tendenza, rivelandosi di importanza cruciale per l’intera civiltà urbana futura.

La produttività è in crescita costante, più ben in meno tempo, il che rende anche possibile accorciare l’orario di lavoro. In alcuni casi si sono già raggiunte le 35 ore la settimana, e altri se ne aggiungeranno in futuro. Per la prima volta (dall’invenzione dell’agricoltura) l’uomo ha la possibilità di scegliere come vivere. Appare chiaro che esistano anche occasioni per sviluppi culturali immateriali enormi. Che poi le persone li colgano o meno, è altra questione, ma ci sono segnali che danno speranza. Sale la quota di persone con un titolo di studio superiore, e alcuni gruppi, specie a bassi redditi, che non hanno mai mandato i figli alle scuole superiori adesso lo fanno, sempre di più. Ma pare anche che sempre più persone vogliano soltanto una formazione professionale, con scarso interesse a quelle di carattere più generale. Calano gli iscritti alle materie umanistiche e artistiche, e ciò è indicativo. Gli individui creativi sono sempre stati pochi, anche nelle epoche in cui le civiltà raggiungevano l’apice, e non c’è alcun motivo per ritenere che lo si diventi di più solo perché si ha a disposizione più tempo libero.

Il successo del genio dipende in gran parte dall’ascolto che trova, dall’interesse del pubblico e dal suo sostegno. Da questo punto di vista si colgono sintomi allarmanti. Finiti i tempi del generoso supporto privato ad arti e scienze a causa del livellamento del contributo fiscale. Non è più possibile che un privato sia proprietario di un teatro dell’opera, come accadeva con gli imperatori, o con gli aristocratici e le grandi orchestre, o finanziare studiosi come nel caso di Adam Smith che in quel modo riuscì a scrivere il suo capolavoro. I tempi in cui ricchi magnati destinavano milioni a istituti superiori (caratteristica del periodo fino alla Grade Depressione del 1929) sono tramontati per sempre. Al privato è subentrato di solito il sostegno pubblico, ma governi centrali e cittadini — soprattutto per pressioni degli abitanti — favoriscono tutto ciò che è mediocre e convenzionale. Peggio ancora, esiste una marcata tendenza a sfruttare questo tipo di sostegni per finalità di controllo e promozione politica.

Un controllo che è completo nella Russia sovietica, ci sono sintomi crescenti di interferenze politiche nelle arti e nelle scienze anche in altri paesi. Mentre le masse non danno alcun segnale di sostegno per l’attività culturale, e la cosa vale anche per chi possiede un’istruzione di livello superiore. L’esperienza indica che una università fatica molto meno per raccogliere i fondi necessari a realizzare uno stadio, di quanto non succeda per un laboratorio di ricerca. Certe attività culturali da sempre con difficoltà economica oggi non hanno più il patrocinio privato e mancano altri sostegni: produrre una nuova opera diventa sempre più raro; la poesia non arriva al grande pubblico se non raramente; cresce la difficoltà di pubblicare lavori scientifici non destinati alle scuole. Non è mancanza di soldi, ma mancanza di interesse, a determinare questi sintomi di crisi culturale. Basta un singolo incontro di pugilato per mobilitare un milione di dollari, una somma che sarebbe sufficiente a finanziare mille libri di poesia. Ne possiamo solo concludere che la gran maggioranza delle persone non è interessata ad arti e scienze. Ma senza di esse non esiste civiltà vitale.

Cosa fa la gente nel tempo libero? Si risponde «ricreazione», ma è un termine che sta cambiando il proprio significato originario. Quando il tempo di lavoro era lungo e gravoso, sino all’esaurimento fisico, diventava necessario «ri-creare» la propria capacità produttiva attraverso il riposo, il gioco, l’intrattenimento. Con un orario più breve e occupazioni meno faticose, l’accento ha iniziato a spostarsi dalla ricreazione fisica verso quella psicologica, ancora necessaria ad assicurare equilibrio mentale e capacità lavorativa. Ma minore il tempo occupato dall’attività economica, meno importate diventa la ricreazione in quanto processo rigenerativo, mentre contemporaneamente cresce il suo ruolo. Esistono parecchi segnali che l’uso del tempo libero stia diventando l’interesse centrale dell’attività umana. Un conto è trascorrere una o due ore rilassandosi, altro conto se i pensieri della gente corrono principalmente verso il gioco, le carte, le scommesse, le attività «sociali», e si passa gran parte del tempo a intrattenersi pigramente.

La mancanza di interesse nei problemi vitali non solo è un freno al progresso culturale, ma anche un pericolo per la democrazia e la libertà. Alcuni di questi aspetti minacciosi delle masse urbane moderne hanno già suscitato diffuso interesse. C’è consenso sui pericoli, tra i vari studiosi, che pure divergono su altri aspetti, come Ortega y Gasset, molto aristocratico, e Emil Lederer, con una forte propensione socialista. E non è l’unico rischio, l’apatia delle masse: esiste anche quella dei ceti superiori. Apatia ben simboleggiata dall’ideale della «città giardino», giustamente criticato da urbanisti come Cecil Stewart: «L’ideale di Howard, di unire i piaceri dell’esistenza urbana a quelli della campagna viene ridotto all’accostare una casetta e un giardino». Ma la svista ha radici più profonde, e poggia su un’idea sbagliata di vita urbana.

La città non è natura, ma il suo opposto, a sua volta la natura non è un giardino. Il giardino, con la sua pace, la sua armonia, la sua bellezza contenuta di fiori coltivati artificialmente, è il simbolo di quella società economicamente ed emotivamente sicura, che ha smesso di esistere con la fine dell’era Vittoriana. Nella nostra epoca rappresenta una triplice fuga: dalla città, dal lavoro, dai problemi del mondo. Chiusa la porta dell’ufficio, il distinto gentiluomo e chi lo vuole imitare si ritira a curare le proprie rose, mentre il mondo esterno sobbolle di lotte e conflitti. Se la popolazione urbana respinge la città, disprezza il mondo, trascura i valori culturali, rifiuta di affrontare i problemi mentre si dedica invece alla ricreazione, che si tratti di sport, intrattenimenti o giardinaggio, allora la vita civile ha dei problemi. Ma non è il caso di diventare troppo pessimisti. Ci aspetta un grosso lavoro di ri-orientamento e educativo, ma si può fare. Pare necessario sgonfiare gli aspetti più materialisti della nostra civiltà urbana, la concentrazione sulle forme più banali di piacere, su cose facili e giocattoli, rafforzando il senso della responsabilità individuale, promuovendo l’interesse per i valori culturali,il rispetto per le arti e le scienze, la consapevolezza dei problemi sociali. Il destino della civiltà urbana sta appeso alla riuscita di questo tentativo. La città non è solo una congerie di strade e case, pietre e alberi; è fatta di persone. Ed è dall’uomo, comunque, che dipende il suo significato.

da: Urban Sociology, McGraw Hill, New York 1955 – Estratti e traduzione a cura di Fabrizio Bottini

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