Il decentramento nell’industria (1937)

brugolaIl fenomeno del decentramento non è nuovo; qualche cosa di simile ad esso si trova anche nella vita e nella storia. Noi continuamente immobilizziamo e disperdiamo; accumuliamo e distribuiamo; concentriamo e diffondiamo; e questi movimenti complementari o compensatori governano il progresso umano come l’azione diastolica e sistolica del cuore controlla la circolazione del sangue. Sembra che ora noi si sia in un periodo sistolico, un periodo di contrazione contrario alla centralizzazione. Nel campo umano, abbiamo già visto un gran numero di stranieri ritornare alle loro dimore di origine: si è pure avuto un grande sciamare dalle città alle campagne e a piccoli villaggi. Questo movimento va sempre continuando. Gli elementi che sono suscettibili di essere decentrati non sono gli stessi elementi che furono in un primo tempo accentrati, o che furono sviluppati e differenziati per un processo di ammasso.

Attirata verso le città dall’allettamento di alti stipendi, una moltitudine ha subito la disciplina della vita cittadina e della cooperazione industriale, ha imparato l’arte di vivere insieme in condizioni di vita più sane e salubri e ha constatato sul lavoro le possibilità della coordinazione degli sforzi. Se sorgessero condizioni tali da rendere necessario o desiderabile il ritorno di queste masse alle fattorie di montagna o di campagna, esse porterebbero seco molti vantaggi sociali ed igienici che la vita cittadina deve sviluppare in ragione della propria possibilità di esistenza. Non c’è bisogno di sottolineare il grande vantaggio che è risultato a molte provincie lontane di campagna, dai 5 o 10 anni di soggiorno nelle città di centinaia di migliaia dei loro abitanti. Dean Waughan, del collegio di medicina dell’Università di Michigan, soleva dire che c’era abbondanza di aria fresca in campagna, perché tutta l’aria cattiva era rinchiusa nelle case dei contadini. Ora questo non è più così vero come lo era una volta. Centinaia di migliaia di contadini, hanno trasportata la loro esperienza cittadina nelle fattorie e nei paesi, e hanno con questo elevato il loro livello di vita.

La produzione in serie rende possibile il decentramento

Lo stesso avviene per quello che noi chiamiamo il decentramento dell’industria: ciò che noi possiamo decentrare è assai differente da ciò che è stato prima centralizzato. Quanto noi abbiamo imparato nella produzione in serie rende possibile il decentramento.Non bisogna pensare che il decentramento sia stato inventato come correttivo dell’errore fatto nello sviluppo della produzione in serie; è stato invece creato e reso possibile dalla nostra esperienza della produzione in serie. Ambedue i movimenti sono giustificati. L’azione di riunire in un centro ha il vantaggio di coordinare le varie parti in un tutto di cooperazione; il fatto poi di diffonderle di nuovo completa il vantaggio di portarle ad un’ulteriore perfezione come unità separate. Ambedue i movimenti devono essere visti come parti di un tutto, in continuo progresso: ambedue sono naturali e utili come il flusso e il riflusso.

Il decentramento dell’industria comincia ora ad essere realizzato. È cosa certa che un inquieto movimento di va e vieni è sempre presente negli affari. In un anno, qualcosa come 200 e più commercianti hanno lasciato Detroit, e in qualunque altro luogo si possono trovare per una ragione o per l’altra uomini d’affari in movimento. Essi si muovono per fuggire, se i locali esattori hanno loro confiscato i beni; oppure si muovono a causa dell’aperta ostilità del governo locale; oppure perché quella città è divenuta infetta di una particolare forma di filosofia sociale e politica o unionistica a quale confonde il progresso con la persecuzione dell’industria; essi si muovono perché la popolazione di certi luoghi fa loro capire nettamente che essa non accorderà all’industria i diritti e la protezione della legge di cui godono gli altri cittadini.

Ciò che io voglio chiarire è che questo non è decentramento. Bisogna assolutamente porre una netta distinzione fra decentramento e puro cambiamento di località. Allo stesso modo, il fatto di muovere una fabbrica verso il sud per ritrarre, ad esempio, vantaggio da più basse condizioni di paga non deve essere confuso con il decentramento. Decentramento vuol dire staccare una o più parti di una grande organizzazione e situare queste parti separate in altri luoghi dove esse operino indipendenti le une dalle altre. Questo presuppone in un primo momento un forte grado di centralizzazione che poi, per ragioni necessarie e sufficienti, viene qua e là rotta in un secondo tempo con la separazione e il trasporto di certi reparti suscettibili di subire questo spostamento.

I piccoli impianti della Ford Motor Company come esatto esempio di decentramento

Mi spiace non poter chiarire la mia idea all’esterno della Ford Motor Company, dato che, per quel che io sappia, il decentramento non è largamente applicato in pratica altrove. Sono ormai 20 anni da quando Ford si occupò attivamente dell’esperienza del decentramento. Potrei anche aggiungere che se ne occupò personalmente, perché ogni problema, dalla selezione delle località alla direzione della costruzione degli impianti e a tutto ciò che ne deriva, ha sempre avuto la sua più personale attenzione. Tale idea venne in origine a Ford durante le sue frequenti passeggiate attraverso la campagna, quando egli passava per i luoghi dove i primi coloni avevano fissato i loro primi mulini azionati dalla forza dell’acqua. Egli aveva una grande ammirazione per l’abilità di quei coloni nello scegliere il punto migliore.

I suoi primi esperimenti incominciarono nel 1918 con un vecchio mulino per grano conosciuto come Mulino di Wankin, situato sul fiume Rouge, che nel suo corso superiore è ancora un piccolo fiume. Da quel tempo, egli ha fondato lungo il Rouge otto industrie, che impiegano da 15 a 400 operai; la maggior parte è sistemata in moderni impianti che, invece di portare una nota industriale in contrasto con la campagna, formano con il paesaggio un tutto armonico. Queste industrie in piccoli villaggi di campagna sono bellissime. Vi sono altri tre impianti situati sul fiume Huron e quattro sul Raisin, piccolo e insignificante fiumicello. Uno degli scopi di Ford è quello di mostrare come anche un ruscello possa essere utilizzato con profitto per motivi industriali.

In tutto, 25 impianti sono previsti nel nostro programma di decentramento, quattro dei quali sono forse troppo grandi per poter essere considerati industrie di campagna, e nove sono in fase di completamento. Tredici piccoli impianti sono ora in funzione entro un raggio di 50 miglia da Detroit. Essi fanno una gran varietà di cose, come pezzi saldati, lampade, trapani, valvole, rubinetti, generatori, commutatori e altri simili prodotti. Un impianto è azionato completamente da 94 donne, che producono interruttori e commutatori a contatto. Un altro impianto è adibito alla fabbricazione dei blocchetti Johansson. Tutti questi impianti sono facilmente accessibili da Dearbon; le materie prime vengono distribuite per ferrovia e i prodotti finiti portati al centro principale con lo stesso mezzo. Quattro impianti sono situati in vecchi mulini ricostruiti, uno dei quali ha almeno cento anni, e tutti si trovano in luoghi pittoreschi.

Aspetti utilitari e sociali

A che cosa mira tutto ciò? Cercherò di porre il problema nella maniera più attuale possibile. Posso dire con certezza che il motivo di Ford era umanitario, che cioè egli voleva procurare al popolo un mezzo perché esso potesse abbandonare i centri industriali congestionati per vivere e lavorare in campagna, ottenendo per sé e per la propria famiglia tutti i vantaggi della vita di campagna congiunti con una paga cittadina. Mi ricordo un riformatore sociale di altissima mente e pieno di zelo stupirsi davanti alla gran quantità di luce ed alla grande pulizia della fabbrica di Ford, e cercare di convincere Ford stesso ad ammettere che se aveva insistito per una maggiore quantità di luce era per una maggior salubrità. No – rispose Ford – noi abbiamo voluto la maggior quantità di luce perché si possono così sistemare le macchine più vicine le une alle altre e metterne di più a parità di spazio. Ma – insisteva il visitatore – … la salute, gli organi visivi degli operai … lei sa benissimo cosa vuol dire … allegria, rendimento … Si – disse Ford – ma si risparmia spazio: più luce si ha e più spazio si utilizza, niente angoli oscuri. E questo è stato tutto quello che il visitatore ha potuto ottenere da lui. L’utilità sembrava escludere del tutto il carattere sociale e nascondeva l’aspetto filantropico; così, naturalmente, Ford distruggeva da sé il proprio aspetto di filantropo.

In questi tipi di piccole industrie di campagna decentrate dalla grande industria, le varie cause venivano a mescolarsi tra di loro. Chi può dire quale di esse è la più importante? C’era ugual interesse nello sviluppo dell’energia idraulica, in operazioni economiche, nell’elemento umano e, ognuno di questi scopi essendo giusto, tutti apparivano giusti. Tutto ciò che è pratico e passibile di attuazione appare di solito anche umanamente e socialmente utile; mentre incominciando con un motivo puramente umano non sempre si può essere sicuri che il piano sbocchi in un risultato pratico e sufficiente a se stesso. Io credo che la genesi naturale nella mente di Ford sia stata probabilmente questa: 1 – La fede nell’utilizzazione economica dell’energia idraulica; 2 – il desiderio di voler dimostrare l’utilità dei piccoli corsi d’acqua; 3 – La persuasione che ne sarebbero seguiti dei vantaggi industriali e sociali.

Ho già indicato il numero e il carattere di quegli impianti in cui questa idea si è finora realizzata. Resta soltanto da indicare qualcuno dei vantaggi che noi abbiamo raggiunti. Non vi è dirigente della Ford Motor Company, e nessuno è direttamente interessato a queste industrie di campagna, che non sia entusiasta dei risultati ottenuti da questo esperimento. Da parte dell’operaio i vantaggi sono ovvii. Egli lavora in una piccola fabbrica dove i rumori e gli sforzi sono ridotti al minimo; vive in un villaggio o in un piccolo appezzamento di terreno vicino al villaggio. La sua famiglia ha il vantaggio dell’aria più pura, di condizioni di vita più naturali, di un livello di vita più alto di quello normale dei vicini. È a meno di un’ora e mezzo dalla grande città; quasi sempre ha una inclinazione per il giardinaggio e per l’allevamento migliorando le sue entrate. Il suo lavoro è di solito più regolare, per varie ragioni che un industriale comprenderà benissimo. Un grande numero di impiegati e operai costantemente ci assedia per ottenere lavoro in queste industrie di campagna. Attualmente noi abbiamo posto soltanto per circa 4000 persone. Ma è certo che essi sono i nostri operai meglio pagati.

I vantaggi che derivano all’industria dal decentramento

Quanto ai vantaggi che derivano all’industria stessa, essi sono ugualmente ben definiti. Crediamo di poter affermare che in questi impianti di campagna si lavora molto meglio. Un piccolo reparto, o anche uno leggermente più grande, isolato, si sviluppa tecnicamente come non pare possa avvenire quando questo reparto è compreso in una grande fabbrica centralizzata, contenente molti reparti che si toccano l’un l’altro. Gli uomini hanno maggior interesse nel loro lavoro, perché ne hanno una più chiara visione. Perdono meno tempo a loro proprio vantaggio. I cambiamenti di lavoro sono pochi. Il capo reparto ha un solo compito da assolvere: egli può concentrarsi su ciò esperimentando vari metodi; e i risultati che consegue sono spesso degni di nota. I costi unitari sono diminuiti in modo da giustificare perfettamente la ragione di tale economia. È questa una delle cose più soddisfacenti che Ford abbia fatto in ogni campo. Ha il vantaggio anche di realizzare una maggiore intimità fra gli impiegati e operai e la direzione, un’intimità che si era purtroppo perduta con l’ingrandirsi della nostra produzione in gran serie.

Naturalmente un decentramento su larga scala non è ancora realizzato. Ciò che noi abbiamo fatto è soltanto un piccolo esperimento. La centralizzazione potrà sempre esistere fino alle più complicate operazioni industriali, ma, nei reparti secondari, il decentramento cammina più rapidamente che nel passato. Si tratta semplicemente di una industria diventata abbastanza grande e che abbia sufficienti ragioni per questo passo, che studia quali reparti e quali operazioni si possano con vantaggio sistemare in una sotto-fabbrica in campagna, preferibilmente presso qualche sorgente di energia idraulica (noi abbiamo però già usato il vapore con risultati egualmente buoni); e che poco a poco sposti quel reparto o quell’operazione, osservando che cosa comporti il puro atto dello spostamento e quello del controllo separato.

Come ho detto in principio, questo richiede una considerevole attenzione personale, e sovente la direzione non è desiderosa di aggiungere altro lavoro a quello già pesante del presente. Richiede una possibilità di previsione, che in seguito diventerà il suo stesso piacere e la sua stessa ricompensa. Masse ammucchiate di impiegati nei nostri grandi centri industriali costituiscono un disonore per il progresso. E ciò è provato anche, troppo spesso forse, dalla disunione familiare che nessun progresso tecnico potrà controbilanciare. Sembra sia giunto il momento di spostare l’operaio là dove la vita può essere da lui vissuta in condizioni migliori. La produzione in serie non era e non è un errore, ma costituisce soltanto un gradino di una scala.

L’industria riformatrice e plasmatrice

Concludo con una osservazione: dai miei studi di storia industriale ho tratto la conclusione che nessun progresso industriale di grande importanza è mai venuto da altra sorgente che non sia l’industria stessa. Tutti i grandi progressi e miglioramenti nel tempo, stipendi, condizioni di lavoro, sicurezza o in ogni altra cosa che abbia attinenza con la vita industriale, sono venuti non come il risultato di una pressione esterna sopra l’industria stessa, ma come il risultato della pressione interna dell’industria sui propri problemi. Nella storia industriale, l’atmosfera è oggi piena di falsi studi sotto questo aspetto. Le riforme, che tutti i documenti e rapporti mostrano essere state una grande vittoria della industria sopra la inerzia morale e mentale della società, sono invece descritte come una grande vittoria della società sopra l’industria.

Io ho desiderato di poter affrancare alcuni industriali, che il più delle volte prendono le loro idee da questi scritti di seconda mano, dal diluvio di menzogne che li rendevano nemici del progresso sociale, invece di quello che essi realmente sono, invece di quello che la storia industriale prova che essi sono: i creatori della maggior parte delle riforme sociali dell’ultimo secolo e mezzo di tutte le riforme industriali. Perché noi certamente non possiamo dimenticare una cosa, vale a dire che, mentre noi stiamo fabbricando prodotti utili, noi stiamo anche plasmando la vita umana e le condizioni di vita della società; meglio noi lavoriamo, migliori condizioni noi dobbiamo stabilire per lavorare meglio; e così noi fissiamo il primo anello di una catena senza fine, da cui nessun elemento di vita può essere escluso.

Estratto da: Tecnica e Organizzazione, novembre 1937
Immagine di copertina: inserzione pubblicitaria della Officine Emilio Brugola, Lissone

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