Il problema anagrafico-sociale della città nel terzo millennio

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Foto J. B. Hunter

C’era una volta la città industriale del capofamiglia: due cose distinte ma legate da un patto di ferro non scritto, solo che qualcuno era stato escluso dal conto. Ma partiamo dall’idea di famiglia che evoca quel capo, anzi da quel concetto di famiglia allargata recentemente ripreso anche dal presidente Obama quando ha ricordato come «it takes a village to raise a child». Come tutti i proverbi, anche questo da un lato contiene una verità valida in assoluto, ma deve essere contestualizzato. Anche nel villaggio, inteso in genere come villaggio al centro di una regione agricola tradizionale, ci sono le famiglie, ma si tratta di formazioni piuttosto diverse dal modello nucleare chiuso affermatosi via via nell’organizzazione meccanica e consumista dentro cui ancora abitiamo. Si tratta di famiglie allargate, nei ruoli e nello spazio, a volte con gerarchie piuttosto odiose dal nostro punto di vista, ma che appunto mettono a disposizione di quel «bambino che cresce» tante cose diverse, da un po’ di servizi variamente materni e di cura, agli stimoli paterni dell’apprendimento tecnico, artistico, di maturazione personale, alla qualità e sicurezza dello spazio entro cui si sviluppano quelle dinamiche relazionali. La frattura dell’industrializzazione, lo strappare brutalmente i contadini all’adorato idiotismo della vita rustica come si soleva dire, significa anche spezzare quei legami spazio società, creando la famiglia nucleare: papà, mamma, bambini, la loro casa a fare da contenitore/prigione, e un mondo artificialmente classificato «esterno».

Case circondariali

L’idea del capofamiglia, rispetto al patriarca di villaggio onnipotente sul territorio e le gerarchie inferiori, al tempo stesso nella città industriale si rafforza e si ridimensiona. Il suo regno non è più il sistema complesso di intrecci fra nuore, parenti, generazioni varie, arti, mestieri, ruoli, ma si chiude dentro le anguste pareti domestiche, anche se lì lui diventa una specie di divinità insostituibile perché fa da unico raccordo con l’esterno, dall’esterno protegge e al contempo torna, da quei territori alieni, portando di che vivere. Divinità minore il cosiddetto angelo del focolare, che trasforma la materia prima del reddito in prodotti e servizi, e soprattutto la riproduce nella bozza di generazioni future. Forme e funzioni della casa cambiano radicalmente, incorporando in modo mutante quelle vecchie del villaggio, ma molto semplificate, come si capirà bene con il cosiddetto «ritorno alla campagna» della suburbanizzazione, anche quando si pretendono di scimmiottare le forme dei villaggi abbandonati qualche generazione prima. Adesso tutto, nella logica organizzativa industriale, è diviso a pezzettini gestibili ciascuno per proprio conto: gli spazi specializzati di vita, lavoro, studio, tempo libero, produzione e riproduzione, e i corrispondenti soggetti e momenti dell’esistenza, tutto legato dal solo flusso di reddito e spesa. Nel suburbio, esattamente come nelle antiche campagne del disagio e della povertà materiale, qualcosa però si spezza sotto la spinta di stimoli esterni, e il «nuovo idiotismo» si manifesta nel confronto con la città postmoderna che nel frattempo si è evoluta su altri binari meno meccanicamente segregati, ma solo apparentemente.

L’eterno ritorno dell’identico

Come ci hanno raccontato infiniti studi e cronache, oggi le mille luci della metropoli elettronica dei flussi attirano come falene i giovani millennials offrendo posti di lavoro qualificati nelle imprese creative, stili di vita culturalmente stimolanti e apparentemente lontani mille miglia dalla segregazione suburbana automobilistica, modelli abitativi che mettendo al centro lo spazio pubblico rispetto all’alloggio, interpretano il nuovo bisogno di scambi, relazioni, promiscuità. Ma se vale come vale l’antico «it takes a village to raise a child», non ci vuol molto a capire che anche stavolta dal suburbio ci si è tirati appresso qualche tara con cui fare i conti alla svelta, in particolare quella della segregazione. Certo non ci sono più le villette monofamiliari ermetiche da casalinghe disperate per mestiere, né l’alienazione dell’abitacolo negli infiniti ingorghi da lungo pendolarismo per fare qualsiasi cosa diversa dal dormire, e neppure la solitudine coatta del divano in soggiorno. Ma guardiamoci attorno, e noteremo che del famoso villaggio, prolungato in certe virtuose esperienze di quartieri novecenteschi con tante fatiche pubbliche o cooperative, nella città della creative class mancano quasi tutte le componenti sociali, salvo i nuovi giovanilisti capifamiglia, a regnare incontrastati stavolta sul proprio ego e il reddito che garantisce. Lo spazio pubblico non è pubblico perché sostanzialmente chiuso a chi non condivide certa segmentazione economica, anagrafica, culturale, e anche quello privato complementare dei microappartamenti (accessibili proprio perché micro, in una logica liberista pura da un tanto al chilo) taglia fuori, tanto per capirci, mamme, papà, bambini, anziani. Che in fondo vorrebbero, partecipare a questa interessante nuova città, ma ne sono brutalmente respinti, e non a caso l’offerta segregata del suburbio sta lì, in agguato, appena il puro scorrere del tempo priva il giovane creativo della sua giovanile creatività e capacità di adattamento elastico. Sicuramente, sulla scorta di quanto compreso nelle fasi precedenti di questo viaggio dall’idiotismo ruralista al neoidiotismo nerd, hipster, & Co., possiamo almeno provare a fare qualcosa. Ne vale certamente la pena.

Riferimenti:
Joseph Berger, Eager to Move to the City, but Stranded in the Suburbs, The New York Times, 26 febbraio 2016

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