La Bonifica Integrale delle anime urbane

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Foto M. B. Fashion

C’erano una volta i grandi programmi di iniziativa pubblica che, come ben si addice alla complessità dell’esistenza, prendevano in carico dalla culla alla tomba i destini di una società e un territorio. A differenza di quanto avviene nella distorta (ideologicamente e strumentalmente distorta, ovvio) immagine del welfare nazionale, di un approccio sostanzialmente assistenziale e di servizio agli individui e al loro benessere, il programma territorialmente integrato e delimitato comprendeva comunque parecchie interazioni, per nulla assistenziali e per nulla passive, col privato e l’individuale, pur a gestione e responsabilità soprattutto pubblica. Immaginiamo per esempio quei grandi piani di colonizzazione o modernizzazione tanto in voga nei paesi industrializzati nel periodo tra le due guerre mondiali, poi variamente e con successi altrettanto variabili imitati in altre epoche. Prevedevano in sostanza che l’ente pubblico si facesse carico di una serie di grandi investimenti, infrastrutturali (strade, canalizzazioni, reti tecniche) e di servizi (scuole, sanità, formazione), nonché di fissare certe regole e obiettivi generali. Dentro questa cornice avevano ampio modo di dispiegarsi le iniziative imprenditoriali così come familiari e di sviluppo individuale, coltivando campi, mettendo su casa, aumentando la ricchezza singola e collettiva.

Ideologie e superstizioni

Venne poi il culto del mercato assoluto, quello che appunto come accennato sopra considera il welfare un peccato mortale di assistenza, che inibisce la sana iniziativa privata, salvo poi di fatto pretendere di campare di rendita sui medesimi investimenti pubblici che dice di disprezzare. Si insediano, questi sacerdoti a senso unico della libera intrapresa senza rete, proprio là dove generazioni di quella «bonifica integrale urbana» hanno dissodato il terreno, preparandolo al balzo successivo, o comunque a fasi ulteriori di sviluppo. Constatano, con studi e ricerche autogestite e a tesi precostituita, che lì esiste solo degrado, problemi, miseria, e si propongono di salvare il mondo da quell’abominio, se solo messi in grado di agire. Ovvero sostenuti da risorse pubbliche erogate in bianco, ovvero senza né regole né partecipazione alle scelte, quello sarebbe un altro peccato mortale: il decisionismo burocratico pubblico che porta solo male. Così nasce tutta la retorica scientifica e mediatica sulla gentrification che non è più tale, ovvero non ha più di per sé le caratteristiche tutte negative implicite al termine, di creare un problema e spostarne un altro altrove. Per i nostri liberisti esistono invece una gentrification fatta bene (che accresce i valori immobiliari), e una fatta male, che non li accresce abbastanza o addirittura li fa crollare per errori di attuazione. Il problema creato e spostato, ovvero le famiglie e le piccole imprese espulse e disperse altrove, semplicemente è espunto dall’equazione.

Nuove ideologie speculari (anche se non speculatrici)

Dato che però i casi di questa gentrification monca, di bonifica privata che le malsane paludi le crea anziché prosciugarle, si moltiplicano, è cresciuto anche un pensiero alternativo. Guarda un po’ a un passato mitico, o forse realistico ma comunque passato, al vecchio quartiere dove convivevano tutti i ceti sociali, le arti e i mestieri, dove c’era solidarietà di vicinato e dove anche l’impresa privata in fondo campava di utilità sociale. Mai esistito qualcosa del genere, ma a quanto pare sono in parecchi a pensarlo, e non ci vuol molto a individuare una ideologia, una fede piuttosto cieca, speculare e contraria a quella dei liberisti della «gentrification buona». In fondo questa idea del quartiere per così dire solidale e tradizionale può poggiarsi su basi relativamente solide, da certa cultura conservazionista che a quell’antico modello in fondo fa riferimento, ad altre idee di partecipazione vagamente nimby contro i grandi (o anche piccoli) progetti che mettono in dubbio gli equilibri esistenti, a un’ultima particolarmente perniciosa idea moralistica, con strascichi addirittura religiosi. E se si guarda meglio, anche in questo caso come con gli ideologi del libero mercato a senso unico, stiamo ancora dalle parti del detto e non detto: il divenire della città non viene concordato su un piano trasparente, magari conflittuale, tra risorse, progettualità, interessi particolari e collettivi, ma guardato attraverso lenti melense e fuorvianti. Non scontriamoci, vogliamoci bene, tanto qualcuno paga sempre, pare l’idea di fondo. A suo modo tanto orrenda e irrealistica quanto l’altra. Fanno quasi rimpiangere quello che chiamano (sbagliando ormai tutti) «stato assistenziale» e decisionista.

Riferimenti:
Reverendo Donté L. Hickman, Redeveloping urban America without gentrification, The Baltimore Sun, 28 febbraio 2016

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