Il romanzo di formazione urbano cancellato dalla speculazione

Foto M. B. Fashion

Chi ha avuto la fortuna di studiare all’università lontano dalla casa dei genitori (ovvero moltissime persone, forse la maggior parte), sa molto bene cosa possa significare in termini di esperienza individuale e di relazione, il solo fatto di diventare responsabili di sé stessi, anche se si tratta di piccole cose come gestire un bilancio spese prefissato, badando a non restare senza l’indispensabile, oppure facendosi in una misura minima o meno minima «casalinghi». Aspetto così importante, quest’ultimo, da fare in qualche modo apparire (a molti se non a tutti, certo) inadeguate al bisogno anche le migliori strutture di ospitalità istituzionali organizzate dalle università, nonostante la relativa libertà di cui possono godere là dentro, ufficialmente o ufficiosamente, gli ospiti. Addirittura, in moltissimi casi, proprio la differenza tra la sperimentazione di vita adulta dell’appartamento, magari condiviso, e l’esistenza spuria delle strutture residenziali di studentato, è ciò che spinge a cercarsi lavoretti e lavori extra, quelli che inevitabilmente se non sono pura formalità distolgono dai magari amatissimi studi, o comunque dall’investimento personale principale di quell’arco di esistenza. Il passaggio dalla fase adolescenziale a quella successiva, ciò che in letteratura costituisce un intero filone raccolto dal termine «Bildungsroman», diventa così anche la ricerca del proprio posto nella società e nella città.

Il quartiere camera di decompressione

E qui entrano dilaganti in campo le miriadi di studi sociologici e urbanistici accumulati soprattutto nel secolo scorso, sul ruolo di un quartiere onestamente urbano nel costruire un adeguato interfaccia tra la dimensione infantile e privata delle relazioni spazio-sociali (e umane, e economiche, e ambientali), e quella più ampia che chiamiamo, mondo, ma che inizia per così dire proprio sul limite del parco, oltre quel buio che si profila sempre dietro le siepi di secondo e terzo grado. Il quartiere integrato, per svolgere questo ruolo, deve innanzitutto costituire ambiente e identità definiti, pur senza esagerare, e al tempo stesso contenere qualche campione assaggio di diversità universale, nelle quantità e qualità variabili del caso. È per questo che nel tempo, nello spazio, nei contesti poi sono così cambiate anche le teorie su cui si basava la progettazione o riqualificazione, o forma di governo e «bonifica», di tanti quartieri, salvo forse nella tipologia borghese o suburbana monoclasse: proprio la stessa che alla fin fine ha sempre prodotto la gran parte degli studenti che, almeno con l’occasione dell’università, cercano esattamente quell’esperienza, la anelano. Ostacolati in ciò prima dai genitori stessi, che li hanno imprigionati dalla nascita in un luogo inadeguato, troppo «protetto» dagli stimoli, poi dal «mercato» di cui non sono ancora protagonisti pieni, e di cui non riescono a capire né sfruttare in pieno le opportunità. Adesso una minaccia ancora peggiore, pare profilarsi all’orizzonte delle generazioni attuali e future che guardano con interesse a quel buio oltre la siepe di casa (o di pensionato).

Apprendistato sociale obbligatorio: il college coatto

Quando l’allora sindaco di New York City, Micheal Bloomberg, inaugurava i primi microappartamenti offerti a un prezzo abbordabile a giovani pimpanti nell’altrimenti inavvicinabile centro di Manhattan, riteneva in ottima fede di aver avuto un’idea straordinaria, sviluppata con l’aiuto dell’altrettanto intelligente e innovativa responsabile all’urbanistica, Amanda Burden (un’economista cresciuta alla scuola partecipativa di William Whyte). Sembrava davvero, perlomeno l’inizio di un percorso virtuoso, di adeguamento del «mercato» alla necessità, sempre più impellente, di evitare che nella piena ripresa di interesse ruolo e valore dei nuclei centrali urbani, anche come luoghi di residenza oltre che di affari, fosse evitata la desertificazione di ceti sociali e fasce demografiche. Ridurre la superficie degli alloggi per ridurne il costo unitario, poteva rappresentare se non altro un espediente, se accompagnato da studi sul nuovo mercato del lavoro, la mobilità, i bisogni, le tecniche costruttive e di trasporto, nonché altri fattori tecnologici e relazionali. Non a caso in prima fila c’era la signora Burden, e non poniamo un delegato alle politiche per la casa, o peggio l’ennesimo archistar o designer di soluzioni neu-existenzminimum: perché appariva essenziale che lo spazio di intervento e prospettiva per queste formule residenziali, fosse un quartiere mixed use, un sistema di spazi pubblici efficienti e adeguati (a fungere da complemento o surrogato a quelli privati cancellati nei microalloggi), una esperienza di città e società piena insomma. E invece, come spesso accade quando si ripone troppa fiducia nelle «mani invisibili», il mercato privato interpreta molto a modo suo questa tendenza: propone cioè, delle specie di prolungamenti degli studentati universitari, rivolti ai giovani lavoratori, l’esatto contrario del quartiere camera di decompressione che cercavano anche senza saperlo. Niente Bildungsroman per i giovani del futuro: il debutto in società bisogna comprarselo con denaro sonante, sembrano dirci i signori della rendita (come raccontato dall’articolo di un loro periodico di settore) . Almeno se non si prova a tagliargli le unghie anche su quel versante, facendo urbanistica seria e organica, che non è affatto tecnica edilizia con un pizzico di ideali politici.

Riferimenti:
John Caulfield, Coliving apartments look to fill affordability and availability gaps for urban workers, Building, Design and Construction, 20 giugno 2017

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