Il valore dello spazio residenziale privato

mcmansion

Foto M. B. Fashion

I bisogni dell’abitare in fondo si riducono a poche cose: quel che può variare, e moltissimo, è la qualità e articolazione della risposta, ferma restando assai stabile la sostanza. Al puro ricovero fisico dell’individuo e della famiglia, si aggiungono igiene personale, privacy, alcuni tipi di relazione, identità e simboli. Non è un caso, se negli studi forse un po’ troppo meccanici del razionalismo, si arriva a quelle formulazioni di existenzminimum, dove l’alloggio si riduce a un attrezzo che, ergonomicamente, eroga i suoi servizi essenziali quasi fosse un distributore automatico. Pur in questa estrema e quasi sadica sintesi meccanica, la riduzione al minimo vitale se non altro apre scenari di metodo inediti per riflettere su tutto ciò che minimo non è, ma che in un modo o nell’altro finisce per rispondere a qualche tipo di necessità, visto che le persone poi sono disposte a investirci tante aspettative e risorse. Il massimo dispiegamento di questa aspirazione ad occupare spazio per rispondere ad esigenze di realizzazione personale, si ha nella cultura dell’abitare suburbano di massa novecentesco. Non che prima non esistesse, certo, e il medesimo existenzminimum ne sottolineava l’aspirazione, a questo qualcosa che minimo non fosse affatto, ma con la cultura della casetta unifamiliare (e infiniti accessori) piallata sull’universo del desiderabile, l’istinto ha modo di scatenarsi in ogni modo.

Il mercato della domanda e dell’offerta

Pare strano ai nostri giorni, in cui ci si riferisce ai «mercati» con guardingo timore, vuoi reverenziale vuoi con malcelato disprezzo, pensare che dovrebbero definire null’altro che un auspicabile equilibrio tra domanda e offerta. Con la grande ondata della suburbanizzazione di massa nella seconda metà del ventesimo secolo, in effetti a quella corrispondenza ci si avvicina molto: l’abitare in città aveva significato orizzonti chiusi e angusti, da moltissimi punti di vista: gli alloggi piccoli (almeno rispetto alle aspirazioni), l’ambiente industriale degradato, la prossimità coatta di funzioni indesiderate, dalla stessa industria che forniva il reddito ai residenti, al trambusto della mobilità pendolare, alle attività urbane di servizio o tempo libero, tutto era percepito come fastidio per eccesso di densità: aumentare le distanze era un obiettivo filosofico. Con la nuova frontiera del territorio messo a disposizione dalla mobilità automobilistica, era come se fosse stato introdotto un nuovo sistema metrico moltiplicato per tre o quattro. Aumentava la distanza tra una parete e l’altra delle stanze, e anche fra il pavimento e il tetto col moltiplicarsi dei livelli; aumentava la distanza coi vicini e i loro rumori, i loro sguardi, il solo avvertirne la presenza incombente, aumentava la distanza col luogo di lavoro, facendo sì che il tempo libero diventasse più libero di prima, tanto lontano; aumentava la distanza dai comodi servizi, certo, ma anche dal traffico e dal trambusto che provocavano gli utenti. Però c’era un rovescio della medaglia che il «mercato» teneva nascosto.

Padroni solo a casa nostra

Il primo sintomo evidente fu la nascita dello shopping mall suburbano, nelle forme decise dagli operatori commerciali. Gli storici dell’architettura e dell’urbanistica, naturalmente, ci raccontano con abbondanza di particolari quanto il modello di centro commerciale contemporaneo affondi le proprie radici molto lontano, ma come scoprì rapidamente anche l’inventore della tipologia più diffusa al mondo Victor Gruen, già negli anni ’50 le catene commerciali avevano capito la nuova posizione di potere assoluto che avrebbero potuto sfruttare da lì in poi: l’insediamento suburbano-automobilistico aveva completamente cancellato l’idea di spazio pubblico, lasciando loro e i loro contenitori in una situazione inedita di monopolio per rispondere al bisogno inalienabile di socialità e relazioni. Proprio così. Cancellate le vie urbane a flussi misti, trasformate le piazze in svincoli e parcheggi, chiusi i servizi collettivi dentro a edifici circondati dagli spazi di manovra per i veicoli, «tutto» si privatizzava dentro abitazioni sempre più grandi: la piscina, la sala giochi, il cinema, il locale per le feste, addirittura il magazzino delle derrate alimentari surgelate. Ma c’era evidentemente qualcosa d’altro, poco avvertito nella sua importanza ed essenzialità all’epoca in cui lo si considerava normale, ed era il bisogno di comunità allargata. A quello avrebbe dovuto rispondere l’idea originaria di «piazza automobilistica con servizi anche commerciali» di Gruen, ma non andò così, perché operando in regime di monopolio non si intendeva certo sprecare il valore di mercato di certe superfici. Così inizia, inavvertito, il processo inverso: stavolta è il bisogno di riavvicinarsi, a strisciare nella consapevolezza.

Cartina di tornasole mercato

Senza ripercorrere per l’ennesima volta le varie tappe (dalla pura intuizione degli artisti all’inizio, attraverso le letture più sistematiche di sociologi e urbanisti poi, fino agli ambientalisti di recente) della critica al modello suburbano, l’aspetto su cui val certamente la pena soffermarsi è che una delle intuizioni assolutamente corrette dei teorici dell’existenzminimum era stata fortemente sottovalutata: esiste una enorme quantità di bisogni, fondamentali, a cui l’alloggio privato non può e non deve rispondere. Prima espressione «di mercato» in questo senso, sono i villaggi modello del new urbanism originario, come quello famosissimo di Seaside usato a far da sfondo al film «The Truman Show», la cui caratteristica peculiare è il passaggio da una logica di composizione di superfici private secluse, a un luogo di giardini minuscoli, passaggi pedonali su cui affacciano le verande dei villini, arretramenti minimi degli edifici rispetto al filo stradale, a suggerire comunque una forte relazione tra i nuclei familiari e la comunità. L’esatto contrario di quel che sino a quel momento veniva unanimemente considerato il nuovo must assoluto, oggetto di desiderio del sogno americano di realizzazione, e cioè la cosiddetta McMansion e i non-quartieri dentro cui si colloca. Difficile da classificare univocamente anche dagli agenti immobiliari, questo tipo di abitazione, che già nel nomignolo cita la porzione extralarge del cibo suburbano per antonomasia da divorare in solitudine, si caratterizza proprio per il gigantismo da un tanto al quintale: da 300 a 500 metri quadrati di superficie di pavimento principale per un unico alloggio familiare. Concepito sostanzialmente come caricatura della magione nobiliare premoderna di cui addirittura cita alcune forme, nei dettagli architettonici. Ma che oggi, incredibile e come ci racconta abbastanza stupefatto l’esperto nel suo articolo per Bloomberg, sta crollando di valore unitario in modo verticale. Un simbolo, e un sintomo, che vanno letti e interpretati, ma senza dubbio da non ignorare.

Riferimenti:
Patrick Clark, McMansions Define Ugly in a New Way: They’re a Bad Investment, Bloomberg, 23 agosto 2016

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