Immersi in apnea nella natura

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Foto F. Bottini

C’è la vecchia barzelletta dei due galli, che arrapatissimi vanno al supermercato per “vedere le galline nude”. E c’è anche l’altra storiella, non meno diffusa e forse con qualche fondamento, dei bambini convinti che i polli nascano direttamente al supermercato, già spennati e pronti da mettere in padella. Probabilmente la storiella si avvicina molto alla verità, anche se forse con qualche variante nei particolari: oggi i bambini metropolitani non conoscono la natura, non hanno idea di cosa sia, davvero, un ambiente naturale, anche del tipo che le scorse generazioni davano per scontato, quelle cose che si leggono nelle favole, tipo gli animaletti del bosco, i funghi, e non solo. Spesso i bambini urbani del terzo millennio, con l’eccezione delle versioni disneyane ideologicamente filtrate dallo schermo, non hanno la più pallida idea di cosa sia una pianta che cresce secondo i ritmi delle stagioni, o la vita degli animali detti da cortile, che però nei cortili (almeno negli stessi cortili in cui stanno i bambini) non abitano più da tantissimo tempo.

Che si può fare per evitarci generazioni future in gita al supermercato a vedere le galline nude, e quindi inevitabilmente propense a comportamenti innaturali, dannosi per l’ambiente di cui fanno parte in pratica a propria insaputa? Il problema è serio e per nulla aneddotico, come conferma una ricerca scientifica su un ampio campione di piccoli britannici (nazione che fa da sempre vanto della propria cultura campagnola) sviluppata su tre anni dalla Royal Society for the Protection of Birds, e presentata al Parlamento. La cosa vale naturalmente per tutti, bambini e non, britannici e non, coloro che vivono normalmente in contesti artificializzati, ovvero quasi ovunque con pochissime eccezioni. Infatti non solo anche qui va ricordato che enormi e maggioritarie quote della popolazione mondiale abitano (lavorano, studiano, trascorrono il tempo libero, si formano un immaginario) in aree urbane, ma anche le attuali pratiche di coltura agricola, sostenute pure dagli organismi internazionali, tendono a una forte industrializzazione e quindi artificializzazione dei territori.

Monocolture estensive, uso massiccio di additivi e pesticidi, macchinari e organizzazione “meccanica” di campi e allevamenti, tutto fa sì che anche coloro che vivono a stretto contatto, o sperimentano sporadicamente ma direttamente, questo genere di ambienti, non possano toccare con mano alcunché di naturale, ma solo una caricatura distorta. Ancora le galline nude insomma. Ovviamente qui emerge, subito, il dilemma sul che fare, e ci ritroviamo davanti al classico bivio: guardare avanti o rivolgersi al passato? Molti non hanno dubbi: per ricongiungersi alla natura il metodo più semplice è quello dei nostri antenati, che ci abitavano dentro, vivendo i suoi ritmi, usandone con parsimonia le risorse, respirando all’unisono con l’ambiente. Si tratta in buona sostanza del tipo di riconversione spontaneamente “verde” suggerita da molti segmenti di mercato, immobiliare e non solo, e con diramazioni anche a sinistra, ad esempio nei movimenti per la difesa del paesaggio tradizionale, la paesologia, il recupero dei borghi antichi, i bacini alimentari consolidati a chilometro zero attorno ai centri di mercato contadino.

Ma, anche accantonando da subito qualunque perplessità sul modello sociale sotteso (ovvero quasi obbligatoriamente la famiglia tradizionale, e rapporti di produzione altrettanto fatalmente arcaici): è vagamente praticabile sulla scala dei processi di urbanizzazione attuali, questa specie di utopia negativa universale in stile Transition Town? La stessa ricerca scientifica della RSPB, pur non esplicitamente, ci indica in modo chiaro una strada diversa. Ricongiungersi con la natura per la civiltà contemporanea è, deve essere, un fatto culturale e comportamentale complesso e articolato, ben diverso dal solito via dalla pazza folla, un calcio alla città, immersi nel verde a mezz’ora di macchina dall’ufficio. Semplicemente perché questa reazione spontanea è, esattamente, il processo che ha via via allontanato (con le sterminate periferie suburbane residenziali, produttive, infrastrutturali) l’esperienza quotidiana dalla natura.

I percorsi sono schematicamente tre: 1 – rinaturalizzazione delle città, attraverso le cosiddette infrastrutture verdi che mescolano tecnologia avanzata a criteri naturali, e fanno da trait-d’union fra area metropolitana e regione agricolo-naturale; 2 – tutela di questa regione sia dai processi di artificializzazione agricola, sia dall’espansione suburbana a bassa densità che ha trionfato sinora proprio nel vano inseguimento di un rapporto diretto con la natura; 3 – lavoro educativo, diretto e indiretto, nelle scuole e nei mezzi di comunicazione, per promuovere sia conoscenze serie (fra bambini e non bambini), sia esperienze consapevoli di contatto. Perché la ricerca pasticciona di questo ricongiungimento naturale, a furia di immergersi nel verde con lo scafandro dell’automobile e della villetta con giardino, ha solo provocato una micidiale congestione di palombari. Trattiamola naturalmente, la natura, oppure godiamoci lo squallido spettacolo delle galline nude, finché termineranno pure quelle.

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