S.T.R.O.N.Z.I. (Siamo Talentuosi Ricercatori Oppure Normali Zotici Ignoranti?)

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Foto F. Bottini

Anni prima, qualcuno l’aveva definito “un sigaro toscano rotante su un mollusco”. Al momento si presentava come ombra indefinita su sfondo altamente drammatico. E stava recitando alla grande la sua parte di star audiovisiva. La scenografia della recitazione era senza dubbio spettacolare: nubi nere e rossastre che correvano all’orizzonte, cielo ricco di toni come un catalogo di moquette, e a far da cornice un paio di campanili e varie falde di tetti gotici con antenne paraboliche. Il mollusco toscano, con grande gusto e misura, si era sistemato in posizione laterale rispetto alla scenografia, e lasciava che altri si muovessero come comparse su quello sfondo, caracollando verso i cessi o la sezione fumatori vicino alla finestra. Le prime stelle, stavano a guardare. L’audio della performance era genialmente complementare alla scenografia. Con il sottofondo di lampi, tuoni, saette, vi sareste aspettati dichiarazioni violente, o messianiche, magari semplicemente interessanti. Lui invece rincoglioniva l’uditorio con l’onda lunga di incisi senza fine, che trascinavano la vita di ognuno dei presenti in un mondo senza ieri e senza domani.

In questo meraviglioso limbo aspettavano, in fila come attaccapanni nello spogliatoio, Do, Re, Mi, Fa, Sol. Avrebbe potuto essere un bellissimo concerto, ma come tutti sanno le note non bastano per fare musica, e nessun possessore di vocabolario è mai diventato automaticamente romanziere. Il mollusco toscano, che per brevità e analogia potremmo chiamare l’Etrusco, non era musicista, né direttore, né qualunque cosa. Al massimo, un incubo per le sue vittime, un amico per chi non lo conosceva, oppure uno scarabocchio su una carta. Rigorosamente intestata. Nel caso in questione, la carta intestata era quella di un convegno. Non è importante il tema o il contenuto, quanto il fatto che su quella carta intestata le note stavano allineate per bene, e per i distratti che affollavano la sezione fumatori o si imboscavano al cesso, quell’allineamento valeva un concerto. I palati più fini, beh, quelli avevano troppe pretese, no? Comunque, dopo l’ ouverture etrusca un malaticcio torpore aveva iniziato a ottundere i sensi degli astanti. In questo dormiveglia congelato dalle luci al neon, si aprirono le danze con l’intervento di Do. Un forte fastidio scosse orecchie e meningi.

“Do” non era altro che il diminutivo di “Dolores”: quelli che provocava il suo modo di schiarirsi la voce, come dimostrava l’agitazione che prese a salire tra i presenti. I più masochisti, addirittura, sciamavano dai cessi verso le poltroncine di plastica, e dopo aver sistemato i sederi iniziarono a prendere frenetici appunti. Ovviamente non avevano capito un acca, anche se alimentavano non poco l’industria cartaria e degli inchiostri. Ma questa è un’altra storia. Dolores non si schiariva la voce come fanno tutti gli altri, raspando la propria gola. Lei raschiava l’anima del prossimo, in lenti, o fulminei, salti di tono, concetto, tempi e metodi. Qualunque fosse l’oggetto del suo dissertare, l’incipit rimaneva lo stesso, sadico raspino urbi et orbi. I doloranti dovevano sorbirsi per parecchi minuti frasi sconnesse, toni dal baritonale all’usignolo rauco, punti di domanda ad interrompere certezze, puntualizzazioni galleggianti nel nulla.

Come la maggior parte dei diesel da cantiere, dopo un po’ Dolores iniziava a carburare, e la sua carta vetrata a diminuire la pressione sul prossimo. Le parole diventavano frasi, le frasi diventavano discorso … ma ci voleva un certo allenamento, o una fede incrollabile, per sopravvivere alle fasi di raspino universale e apprezzare il seguito. Stavolta, la voce dell’Etrusco, che ringraziava per l’importante contributo scientifico, colse di sorpresa tutti quelli che stavano ascoltando, proprio mentre iniziavano a capire qualcosa. I pasdaran degli appunti a rotta di collo, ne approfittarono per una puntata al cesso. Dolores aveva finito di raccontare chissà cosa, e il cielo fuori si stava sgombrando di nubi, lampi, tonalità da catalogo di moquette. Forse anche lui era stato sottoposto al raspino universale.

Era il turno di “Re”, che stava schiarendosi la voce a modo suo: in silenzio, rigirando lo sguardo benevolo sul pubblico, pronunciava a fil di labbra un incipit apparentemente innocuo e incolore: “intendo”. E chi non ha orecchie, per intendere “intendo”? Lui intendeva da pazzi, era una Triplice Intesa incarnata, e quel “Re” che gli assegnava la scaletta degli interventi non aveva nessun bisogno di spiegazioni. Re, appunto, l’Etat c’est moi, voilà!Sul suo particolare regno il sole poteva anche tramontare, come dimostravano le luci accese in sala, ma la cosa non lo toccava minimamente. La serie degli “intendo” continuava imperterrita, mente il brusìo in sala diminuiva se non altro per curiosità. La strategia del disco rotto sfociò nell’inevitabile trionfo alla dodicesima botta, quando nel ritrovato silenzio il discorso della corona spiccò il volo da un “intendo dimostrare che …”. Le armi pesanti erano regolate ad alzo zero, i fanatici degli appunti scribacchiavano furiosamente, e i cessi erano apparentemente deserti. Cominciava il rito della tautologia.

Qualcuno degli appuntisti cominciava a fare puntate fuori porta, tornando con pacchi di carta bianca che i colleghi si distribuivano democraticamente. Per i veri appassionati l’intervento di Re era assolutamente irresistibile: si potevano dare anche i titoletti ai paragrafi, e magari numerarli “1.a”, “1.b”, “Premessa”, “Inciso 1.2.1.a”, senza timore di perdersi qualcosa. Anche quei continui “intendo qui sottolineare …”, sembravano fatti apposta per lasciarti girare pagina, o guardare l’orologio. Finalmente, in un’atmosfera da ingresso al campeggio dopo duemila chilometri di autostrada, Re pronunciò le parole chiave del suo contributo alla scienza: “… e con la conclusione, intendo concludere”. Gli appuntisti pennellavano gli ultimi ritocchi sui loro fogli, sbirciando l’opera altrui. Qualcuno aveva costruito un organigramma, qualcun altro l’indice di un libro fatto solo di numeri in sequenza, la maggior parte aveva disegnato il calendario di Frate Indovino, con tanto di proverbi, ricette, e scarabocchi florovivaistici. L’Etrusco bofonchiò qualcosa, che assomigliava in tutto e per tutto al bofonchiamento di venti minuti prima, quando Dolores aveva appena finito di grattare l’anima. Esaurito il playback, stiracchiò il sigaro toscano contro il cielo nero, mentre introduceva la relazione di Mi. Nel frattempo, Mi lo guardava come se l’introduzione fosse tutt’altra cosa, in tutt’altro posto e contesto. Naturalmente, aveva ragione da vendere, ma nessuno voleva comprarla.

“Mi” era veneto, profondamente, per quel che può significare. L’espressione “Son Mi” assumeva in lui un senso nobile, sicuramente diverso da quello delle barzellette sui ministri cinesi. Aveva la faccia da carabiniere di film neorealista, di quelli che dicono solo “Son Mi. Comandi!”. Altrettanto ovviamente, quella faccia da Son Mi era solo di facciata, come si addice a tutte le facce, perché altrimenti si chiamerebbero in un altro modo. Gli appuntisti ronfavano, estenuati dalle chilometriche scribacchiature sulla relazione precedente, e Mi da par suo approfittava dell’atmosfera rilassata per sciorinare trucchi da commedia dell’arte. Per venti minuti, mentre Re pontificava sull’essere “uno” l’esatta metà di “due”, sottolineando l’intuizione con squilli tenorili, la tensione era stata spasmodica. Adesso era come guardare i filmini delle vacanze: sapevi già con largo anticipo dove sarebbero andate a finire tutte le frasi, una per una. Ma il tono da Arlechìn Batòcio ti rendeva la vita leggera e simpatica, anche quando la platea si svegliava un attimo per ascoltare scoperte come “la città era piena di edifici”, oppure che “per fare economia bisogna risparmiare i soldi”. Le ombre della sera erano calate da un pezzo, e il pensiero di molti stava correndo inevitabilmente a tavole imbandite e piatti fumanti:“Ohi mama, che tociade! Ma perché non mi ami più?”. Fu un vero peccato, interrompere quella nenia, e soprattutto spazzare via l’immagine dei piatti fumanti che ormai galleggiavano a portata di mano. L’unica cosa fumante rimasta, ora, era quel sigaro toscano piantato al centro di un mollusco, proprio sotto la scritta VIETATO FUMARE.

L’Etrusco sbuffò un sentito “Grazie a ti, Mi!”, fingendo di restare nella nuance corrente, giusto prima di lanciarsi in una micidiale serie di incisi. Citava i nomi degli intervenuti, e qualche volta anche intere frasi degli interventi, solo per ficcarle in una sua weltänschauung, che teneva gelosamente appesa allo schienale della poltroncina. Dolores, esterrefatta, tentava di sfogarsi raschiando l’anima di un malcapitato appuntista. Re annuiva calmo e pensoso, ma la faccia color ciliegia lasciava supporre qualche forma di imperiale travaglio. Mi si era travestito da appuntista, e scribacchiando furiosamente cambiava di posto ad ogni sillaba, avvicinandosi gradatamente all’uscita. Sfumate le atmosfere da filmini delle vacanze, in pochi minuti l’Etrusco si esibì in uno dei suoi capolavori: far incazzare come bestie quasi tutti i presenti, e sventolare all’orizzonte l’imminente fine di tutte le incazzature, sotto forma di pace, piatti fumanti, armonia eterna, polenta e baccalà. Mi, aveva finalmente raggiunto l’uscita, e fingendo di andare al cesso svicolò verso la stazione, il primo treno, la libertà. Gli altri si stavano godendo una meritata pausa. Esclusi gli appuntisti, naturalmente, che avevano capito trattarsi di una finta pausa.

Pausa finta come una vacanza da cui torni per scoprire che ti hanno licenziato, la casa è bruciata, l’abbronzatura non è più di moda. Quella che tutti ci stavamo godendo tesissimi era una finta pausa per tirarla lunga, piena di brusio fastidioso, subappaltata dall’Etrusco ai locali molluschi, organizzati in Grande Barriera, come si usa in queste occasioni. Il sistema stava funzionando alla grande, soprattutto con gli appuntisti, che ricominciarono il viavai fuori porta per l’approvvigionamento cartaceo. I molluschi in barriera avevano indubbiamente un certo fascino, soprattutto se pensavi ai fantastici meccanismi che li avevano ammassati in quel modo. C’era un enorme oceano, fuori, e avresti potuto viaggiare per milioni di anni senza notarli, nemmeno se li incontravi in ascensore. Loro, del resto, ignoravano l’uno l’esistenza dell’altro, con qualche rara e misteriosa eccezione. Ma bastava indicare un luogo, un tempo, una ragione qualunque, e te li saresti trovati a sciamare in massa a formare la barriera, incrostati su qualunque struttura a carico del contribuente, ad annuirsi addosso, o magari a tirarsi pubblicamente ciabattate l’uno contro l’altro: the show must go on! Stavolta la consegna doveva essere implicitamente quella solidale: una grande barriera difensiva, ad evitare che le scemenze travestite da scienze tracimassero all’esterno. Dopo pochi minuti, la finta pausa evaporava, di colpo com’era cominciata. Non senza aver rilanciato l’esca degli imminenti piatti fumanti, l’Etrusco introdusse la nota “Fa”, prima di abbarbicarsi provvisoriamente alla Grande Barriera. Sullo schienale della poltroncina, ostentava una weltänschauung traboccante.

“Fa” stava per “Fatevoi”: la delega cosmica. Iniziò a parlare, o meglio a bofonchiare, buttando verso l’uditorio una fila di “hum”, “ecco”, “più o meno”, “va bene così?”, “magari avremmo potuto parlarne un’altra volta”. In questo modo se ne andarono circa dieci minuti, punteggiati da battute di dubbio gusto. L’eloquio di Fatevoi ricordava, a pensarci bene, certi vezzi dell’Etrusco: voce monotona, periodi lunghi, incisi alla moviola. A distinguerlo dal lìder maximodella locale ammucchiata, c’era però l’orrenda mania del volo pindarico all’assalto della metafora curiosa. Anche lui, spesso, detestava ascoltarsi in quelle cazzate. Per l’occasione, tediava l’uditorio con il camion di cocomeri, nel senso di usarlo ogni due frasi come metro di paragone universale. Per gli appuntisti era una vera benedizione: Fatevoi li aveva liberati da qualunque sudditanza, visto che non si capiva quasi niente dei suoi bofonchiamenti, delle frasi che serpeggiavano come una pisciata di cane dal lampione al tombino. L’unico stilema ricorrente era quel “camion di cocomeri” ( con queste qualifiche professionali si potrebbe al massimo scaricare un camion di cocomeri; sarebbe come chiedere a vostra zia infartuata di guidare un camion di cocomeri coast-to-coast). Gli appuntisti cominciarono diligentemente a disegnare furgoni con o senza rimorchio, completando gli schemi florovivaistici alla Frate Indovino che avevano tracciato per l’intervento di Re. Questo sì che era coordinamento!  Dalle finestre socchiuse iniziò ad arrivare il suono delle campane, insieme a un vago odore di pesce grigliato, o incendio doloso. Era ora di cena, e tra espliciti sospiri di sollievo Fatevoi stava ringraziando gli astanti per la gentile attenzione. Concluse con: “è stato come compilare lapacking list di un camion di cocomeri”.

Gli appuntisti, diligentemente, scarabocchiarono la bolla di consegna nel taschino del camionista, preparandosi all’inevitabile saluto conclusivo, che non richiedeva appunti. Ma non avevano fatto i conti con l’Etrusco, con il suo inesorabile coefficiente di dilatazione dei tempi altrui. Come i pianeti ruotano attorno alle stelle solitarie, come metaforicamente gli attributi maschili ruotano attorno a se stessi negli attimi di forte perplessità, così nel suo angolino, stravaccato contro la weltänschauung, il toscano compiva la sua eterna orbita attorno al mollusco. Gelò anche le luci al neon belando: “visto che c’è ancora molto tempo, possiamo comodamente ascoltare l’intervento di Sol, che era previsto per domani”. Sol lo guardò esterrefatta e terrorizzata: aveva un appuntamento tra un quarto d’ora, e non aveva nemmeno portato gli appunti della relazione. Ma lo sguardo di Sol non era niente, paragonato a quello del portiere dello stabile. L’orario di chiusura era passato già da cinque minuti, e il brav’uomo appoggiato allo stipite si stava chiedendo che sapore avessero i molluschi alla griglia. Probabilmente sapevano di portacenere, con quel mozzicone di toscano piantato in mezzo.  La Grande Barriera oscillò, produsse derive, risucchi, sciabordii, e qui e là anche qualche parola tra il lusinghiero e il minaccioso. Sol fu mollemente ma rapidamente pilotata a fare da spegnimoccolo a un microfono, e le si pose l’abituale alternativa di questi casi, su cui non è elegante soffermarsi. Scelse l’impalamento intellettuale, evitando il naufragio contro la grande barriera.

“Sol” non era il diminutivo di niente, ma un incipit capace di agganciare e risistemare desinenze. Non a caso, al momento boccheggiava tra un vago senso di incompresa appartenenza alla grande barriera, e una altrettanto vaga familiarità con i colleghi di pentagramma. In definitiva, Sol era sola, e non certo nell’accezione romanesca del termine. Sembrava rendersene conto, impostando la voce dentro frasi già nette, limpide, che raccontando chissà cosa suonavano comunque come una sigla di Walt Disney. Gli appuntisti frugavano nella propria weltänschauung alla ricerca di qualcosa di colorato, e anche il portinaio, rassegnato, si scelse una poltroncina per guardare le gambe di Dolores, che tentava con alterno successo di raschiare l’anima a un mollusco.

Senza appunti, Sol era obbligata a puntare tutto sulla recitazione, lasciando ai contenuti uno spazio intimo, privato, che traspariva solo dagli sguardi, tesi a palpeggiare la consistenza della grande barriera. L’atmosfera era quella dei grandi eventi rock’n soul: lei sotto la luce al neon, intenta come Gianna Nannini ad accarezzare la propria Solitudine, sperando che qualche vibrazione stabilisse il contatto. Purtroppo qui il modello non era Woodstock, ma Sanremo, e proprio quando gli appuntisti stavano cominciando a combinare i colori, la voce appena sveglia del bravo presentatore bofonchiò: “Grazie Sol, per il grande contributo”. L’ennesima saracinesca era calata, e anche il portinaio cominciò a pensare chi era, da dove veniva, dove sarebbe finito. Poi decise che le gambe di Dolores potevano aspettare, e andò a prendere una boccata d’aria dalla finestra del cesso.

Sol, che ora stava per “Sollevata”, ammiccava alla grande barriera, e il mollusco con l’anima raschiata da Dolores decise di rispondere all’appello. C’erano sguardi, respiri, frusciare di carte: sembrava un posto normale, e anche il portinaio appena tornato dal cesso si infilò in un capannello di conversazione. La sera stava per diventare tarda sera, e il meccanismo era ormai quello ben noto dei film americani sui gruppi di sequestrati: nelle camere iperbariche si deforma la percezione del mondo, e potresti diventare amico per la pelle anche della zanzara che hai zampironato inutilmente per settimane. Ma anche in questa camera iperbarica c’era una tradizione da rispettare, e puntuale l’Etrusco si dimostrò un fiero difensore dell’ortodossia esultando: “E ora, inizia il dibattito!”. Gli appuntisti stavano scarabocchiando vignette a colori ambientate in un cineforum parrocchiale, ma furono interrotti dal silenzio.  Per la prima volta, in quella stanza, c’era silenzio. Il portinaio decise che le gambe di Dolores perdevano parecchio senza colonna sonora, e si avvicinò all’Etrusco per sussurrargli all’orecchio le formule magiche dell’Ultimo Avvertimento.

Dalla grande barriera un mollusco fluttuò verso la sicurezza del microfono. Aveva gli occhi da E.T., e l’aria di uno che ha perso le antenne in un incidente stradale. La voce, comunque, era tonante al punto giusto quando squillò: “Non ho parlato prima perché ero travolto dall’interesse, ma credo di essere stato invitato al congresso sbagliato. Ho un treno che mi aspetta ed è l’ultimo. Per i rimborsi spesa e le eventuali denunce penali mi rivolgerò alle autorità competenti. Ciao. Vi amo”. Raccattò al volo un soprabito firmato, baciò con la lingua una estasiata appuntista, e si allontanò dalla grande barriera navigando solitario verso la portineria. Il titolare di quella soglia, iniziò a fregarsi le mani lanciando sguardi nostalgici alle gambe di Dolores.

Il cinema non è teatro, e nessuno dei due sostituisce la letteratura. Generazioni di maestre avevano martellato i timpani dei malcapitati scolari con le varie declinazioni del tema: “Quando leggi un libro i paesaggi li immagini tu, quando guardi il film li ha scelti il regista”. L’Etrusco, per pura pigrizia, non si era mai posto il problema, e la sua maestra l’aveva uccisa sbuffandole un toscano in faccia. Così tagliò abilmente corto, rivelando una sospetta intimità con il portinaio. Gli ridacchiò qualcosa nell’orecchio, e mentre quello si sbellicava sentenziò: “La pappa è pronta, mentre calano le ultime ombre della sera”.

Non aveva aggiunto il prezzo della quota di partecipazione, a quella “pappa”, ma la grande fuga era iniziata. Fuori dall’edificio, la luna piena illuminava strade e canali verso il caldo rifugio del ristorante. Un grande sollievo aleggiava nell’atmosfera.  Nessuno si accorgeva che, per usare le parole dell’extracomunitario Joseph Conrad, “ l’orizzonte era sbarrato al largo da un nero banco di nuvole, e quel tranquillo corso d’acqua che … fluiva cupo sotto il cielo oscuro – pareva condurre nel cuore di una tenebra immensa”.

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