La città: esperienza personale ed esperienza storica

La città nella storia…

La città non è un insieme di case. La città è la casa di una società, di una comunità.

La città, come vedremo meglio più avanti, è il luogo che gli uomini hanno creato quando hanno dovuto vivere insieme per svolgere una serie di funzioni che non potevano svolgere da soli: custodire e difendere i frutti del proprio lavoro, il sovrappiù della loro produzione; scambiare il sovrappiù tra loro, e con gli abitanti di altri luoghi.

La città è originariamente legata alla difesa e allo scambio: le mura e il mercato sono i primi elementi fondativi della città, le prime funzioni urbane. E il luogo della città, il suo sito, è scelto in funzione delle esigenze della difesa e del commercio: le alture, e le isole nei fiumi, l’incrocio di itinerari terrestri e di vie d’acqua sono gli elementi fisici, geografici, che riconosciamo nella prima storia di quasi tutte le città del mondo.

Me le funzioni urbane si sono via via arricchite. Altre necessità e funzioni comuni si sono aggiunte a quelle della difesa e del commercio e si sono via via affermate: la celebrazione dei valori e delle speranze comuni – la religione -, la tutela dei diritti e la decisione sulle liti – la giustizia -, lo scambio di informazioni e di conoscenze e l’apprendimento di esse – la scuola -, la rappresentanza e l’azione nell’interesse della comunità – la politica e il governo.

A queste funzioni hanno corrisposto specifici luoghi: i templi e le cattedrali, la piazza e il foro, il tribunale, il bargello, il palazzo del governo, si sono aggiunti al mercato e alla rocca per costituire i luoghi della comunità in quanto tale: i luoghi che si sono differenziati e distinti dalla casa, dal luogo della famiglia, in quanto erano finalizzati ad esprimere, rappresentare e servire non gli interessi del singolo individuo, ma la comunità in quanto tale; non i consumi individuali, ma i consumi collettivi, dell’uomo in quanto membro della società.

Ecco allora in che senso è giusto affermare che la città non è un ammasso di case, ma è qualcosa di più: è, appunto, la casa della società. E ha, nel suo insieme, un disegno, un’armonia, che ne fa un organismo unitario, riconoscibile, dotato da una sua identità e d’una sua bellezza.

Più esattamente: la città è stata questo, fino a quando sono successi avvenimenti che hanno prodotto uno sconquasso pesante. Poiché la città di oggi è certamente molto diversa da quella che le millenarie vicende della civiltà occidentale hanno formato: da quella che possiamo conoscere, e amare, in ciò che oggi chiamiamo i centri storici1.

…e ai tempi nostri

La città, oggi, è in una crisi profonda. È difficile riconoscerla come la “casa della società”: è più facile definirla il luogo della lacerazione della società. Riferiamo alla nostra esperienza personale. Ricordiamo alcuni aspetti della sua crisi attuale: aspetti che sono presenti nell’esperienza quotidiana di ciascuno di noi.

Ricordiamo la crisi d’identità personale e sociale che si consuma nelle metropoli. Ricordiamo il disagio nella ricerca e nell’accesso ai luoghi indispensabili per l’esistenza dell’homo socialis (dalle scuole agli ospedali, dal verde agli uffici pubblici). Ricordiamo le difficoltà crescenti a usare abitazioni adeguate, per località, tipologia e canone d’uso, alle esigenze delle famiglie. Ricordiamo come la città é divenuta inospitale, e spesso nemica, delle persone appartenenti alle categorie e alle condizioni più deboli: le donne e i bambini, i vecchi e gli immigrati, i malati e i poveri. Ricordiamo l’inquinamento dell’aria e dell’acqua, l’abnorme produzione di rifiuti che minacciano di seppellirci, i rumori che ci assordano e rendono più ardua la riflessione e il colloquio.

E ricordiamo, soprattutto, quell’aspetto della crisi della città che definisco “il paradosso del traffico”. Muoversi, spostarsi è diventato oggi un tormento, un’angosciosa perdita di tempo, un’assurda dissipazione di risorse pubbliche e private, un ingiustificato spreco di spazio e di energia, una preoccupante fonte d’inquinamento. La crisi della mobilità non è solo l’aspetto più appariscente e drammatico della crisi della città; ne é anche l’aspetto più emblematico. La città è stata infatti storicamente – l’ho accennato poco fa – il luogo degli incontri e delle relazioni, dei rapporti tra persone e gruppi diversi: sta degenerando, negli anni della “civiltà dell’automobile”, nel luogo delle segregazioni, dell’isolamento, delle difficoltà di comunicazione.

Le ragioni della crisi della città

Parleremo più ampiamente delle ragioni della crisi della città. Vorrei sottolineare subito che ce n’è una che è centrale e nodale, nel senso che tutte le altre si annodano attorno ad essa e ne sono conseguenze, o aspetti, o riflessi.

La questione può essere sintetizzata nel modo seguente. All’enorme sviluppo della produzione di beni materiali e al parallelo sviluppo della democrazia – entrambi provocati del conflittuale processo di affermazione, evoluzione e trasformazione del sistema capitalistico-borghese – hanno corrisposto, fin dalla fine del Settecento e dell’Ottocento, un poderoso aumento della popolazione, e un parallelo aumento della quota di popolazione accentrata nelle città. Più avanti nel tempo (in Italia tra il 1950 e il 1970), per effetto dell’evoluzione del medesimo processo, sono aumentati in modo consistente i redditi delle famiglie.

Come conseguenza di tutto ciò le città sono aumentate enormemente di dimensione. Da città dell’ordine di poche decine di migliaia di abitanti, si è passati a città che contano centinaia di migliaia, e a volte milioni, di abitanti. E sono città nelle quali, nonostante le segregazioni e le differenze anche profonde, i cittadini sono tutti ugualmente portatori di diritti, di esigenze che pretendono di essere soddisfatte. Nasce quindi una fortissima domanda di fruizione di funzioni urbane: di mobilità, di incontri, di scuola, di salute, di ricreazione, di sport, di spettacolo, di comunicazione, di cultura, di bellezza.

Ora il punto cruciale è che, parallelamente a queste gigantesche trasformazioni quantitative e a questa esplosione della potenziale domanda urbana, c’è stata una grave trasformazione nel sistema dei valori e delle regole. Si sono affievoliti, fino a diventare quasi marginali, i valori, le ragioni e le regole della collettività, della comunità in quanto tale, e hanno viceversa assunto uno schiacciante predominio le ragioni e le regole dell’individualismo.

1 L’interpretazione della storia dell’insediamento umano che sintetizzo in questo capitolo è stata sviluppata in una serie di saggi, che ho lungamente discusso con Franco Rodano e con Claudio Napoleoni, pubblicati sulla Rivista Trimestrale dal 1965 al 1969. Una parte di essi è stata poi pubblicata in volume, dal titolo: E. Salzano, Urbanistica e società opulenta, Laterza, Bari 1969. Una interpretazione molto efficace, e molto più ricca, è quella di uno dei padri dell’urbanistica mondiale: Lewis Mumford, La cultura della città, Edizioni di Comunità, Milano 1953, e La città nella storia, Edizioni di Comunità, Milano 1963.

Questo breve estratto è l’incipit del primo capitolo di Fondamenti di Urbanistica, Laterza, Bari 1998

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