La città? Roba da vecchi

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Foto J. B. Gatherer

Con buona pace dei cantori nostalgici di qualche improbabile arcadia, non c’è nulla di più sano della città. Soprattutto nel senso che, diciamo più o meno dalla fase matura della rivoluzione industriale in poi, l’ambiente urbano, la salute, i servizi, e le stesse conoscenze prodotte dall’ambiente stimolante della città, hanno fatto sì che ci si stia sempre meglio, cosa matematicamente dimostrata dall’allungamento medio della vita, e di una vita sempre più attiva. In buona sostanza si è gradualmente andato a sfatare il tradizionale mito che vede la contrapposizione città campagna anche come dialettica fra salute e malattia, benessere e disagio. Naturalmente tutto in prospettiva, ma la tendenza è evidentemente quella: le città soprattutto oggi possiedono un enorme potenziale di pratica ed evoluzione, per tutto quanto riguarda il cambiamento, e ciò si riflette sull’ambiente, la cultura, i servizi per una società in mutamento. E uno dei punti fondamentali del mutamento, sotto gli occhi di tutti, è da decenni l’incredibile dilatazione dell’aspettativa di vita. A volte qualcuno definisce il fenomeno «società degli anziani», mentre in realtà rappresenta qualcosa di molto più complesso della pura sopravvivenza di chi un tempo sarebbe passato a miglior vita, scaricando l’onere sul sistema sanitario, previdenziale, dei servizi. Ma c’è un sistema che dovrebbe evolversi coerentemente, ma ancora non lo fa, o almeno non lo fa con la prontezza necessaria, ed è quello urbano nel suo insieme.

La città per tutti è migliore per tutti

Quando si fanno certi ragionamenti per esempio legati alla «città dei bambini» oppure a quella per i ciclisti, per i disabili e così via, ovviamente la considerazione di fondo è che fin troppo spesso anche le teorie da cui discende la costruzione urbana si sono pietrificate e continuano ad agire meccanicamente su un solo riferimento mainstream, a volte un po’ articolato ma non tanto quanto sarebbe necessario. Molto in piccolo, basta pensare al criterio di progettazione, costruzione, assegnazione e gestione delle case economiche, che sull’arco di tutto il ‘900 si è sostanzialmente fissato sul modello familiare e sociale industriale ereditato dal secolo precedente, razionalizzandolo ma senza toccarne la struttura. Ed è avvenuto così che anche mentre cambiava vistosamente la composizione familiare, e quella complessiva dei quartieri e il loro rapporto col resto della città, l’idea di «alloggio popolare» qualsivoglia restava identica, producendo le mostruosità che tutti ben conosciamo, anche là dove i criteri tecnici e amministrativi apparivano del tutto impeccabili. E potremmo allargare la considerazione a moltissimi altri aspetti, perché sia gli anziani (nel senso di nuova componente sociale ben diversa dagli antichi «sopravvissuti») che tutti gli altri soggetti che compongono la cittadinanza hanno pieno diritto a un’esistenza dignitosa e appagante. Per garantirla nelle città si deve sviluppare un’idea di abitabilità ed economia adeguata ad ogni fascia e all’insieme, anche chiedendo ad altri livelli (ad esempio le leggi e le amministrazioni di rango superiore) di adeguarsi.

Ambiti di intervento

Andare oltre il modello della «città macchina» o città fabbrica, prevalentemente pensata e gestita in funzione produttiva, per una popolazione di giovani adulti, significa per esempio allargare ancora il significato dell’infrastruttura verde, a servizio sanitario preventivo vero e proprio. La rete di parchi giardini e altri ambiti contribuisce alle relazioni sociali, all’attività fisica, a quella culturale, migliora la qualità generale dell’aria, dell’acqua, dei suoli, arricchisce la biodiversità urbana e l’economia, turistica e non, dei centri urbani. Concepire il sistema anche e in funzione delle fasce di età sinora confinate alle panchine o poco più, vuol dire rispondere adeguatamente ad alcune sfide future. E il medesimo ragionamento, parallelo e complementare, è necessario riguardo alla mobilità pedonale, ciclabile, dei mezzi pubblici e analoghi, eliminando tutte le barriere all’accesso concepite a suo tempo per la solita popolazione relativamente giovane e dedita agli spostamenti prevalentemente pendolari (si pensi al nuovo ruolo del primissimo car sharing nel colmare la curiosa nicchia detta dei «nonni del welfare nipoti» per l’accompagnamento scolastico). Di nuovo complementare alla mobilità, c’è la comunicazione, ovvero le reti digitali, il loro rapporto con l’utenza di spazi fisici e servizi, e la possibilità di colmare adeguatamente il gap culturale di chi nativo digitale non è, ma ha pieno diritto di godere dell’innovazione, e anche di contribuire a migliorarla se necessario. Tutto questo, con maggiori particolari, cifre, casi studio, nel nuovissimo rapporto ARUP scaricabile di seguito.

Riferimenti:
AA.VV., Shaping Ageing Cities: 10 European Case Studies, Arup 2016
E a proposito di città e anziani, si provi a leggere l’estratto da
Going Solo proposto su questo sito, tenendo presente che tutta la microstoria si sviluppa nella villettopoli losangelina e nei suoi tradizionali servizi sociali di era industrial-familiare 

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