La metropoli post-petrolifera spiegata alle casalinghe

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Foto M.B. Fashion

Spesso inseguendo piccoli progetti personali scambiati per il mondo intero, finiamo per farci sfuggire sino a che punto tutto si tiene, e quanto cose a prima vista ineccepibili, o superficialmente sgradevoli, guardate da un’altra angolatura cambino valore. I nostri stili di vita quotidiani ne sono un esempio perfettamente calzante, dato che ne proiettiamo inconsapevolmente (e colpevolmente) un po’ a caso il senso sul contesto che ci circonda, magari rivestendo di valori positivi ciò che non ne ha affatto, o non ne ha a sufficienza. Qualche anno fa lo scrittore e suo malgrado «futurologo» James Howard Kunstler, tentava in vari saggi di affrontare in modo organico e conseguente, a catena, gli effetti sistemici del cosiddetto picco petrolifero. Le sue riflessioni ovviamente si basavano sul presupposto, del resto abbastanza realistico, che il nostro «sistema» non abbia in realtà fatto né farà nulla per allontanarsi in tempo dal modello energetico, produttivo, economico e sociale a base petrolifera, che ci trasciniamo bene o male da un secolo e passa, e che ovviamente va molto oltre il pieno all’auto per andare fino al distributore successivo. Il percorso inverso a quello di Kunstler, e in fondo piuttosto diverso anche da quello simile del movimento Transition Town, forse troppo propenso a guardare a un neotradizionalismo anticonsumistico, è quello di ragionare proprio sui comportamenti singoli, e i loro effetti immediati, nel tempo e nello spazio. Proviamo un breve elenco in stile lista della lavandaia.

Produzione e consumo locale di energia

Tutte le volte che si parla, anche molto seriamente, di «uscita dalla filiera del petrolio» in genere si pensa a nuove tecnologie da fonti rinnovabili certamente, oppure al criterio del risparmio energetico, ma lo si fa a prescindere dall’organizzazione territoriale e sociale, che pare invece del tutto fondamentale. Alcune iniziative locali di autoproduzione cooperativa ci indicano la strada di come sia possibile (in teoria e dimostrativamente in prima istanza) allontanarsi dal modello dei grandi soggetti economici, delle grandi centrali, degli enormi investimenti e decisioni. Diminuire le dimensioni degli impianti, integrarli nel tessuto spaziale, produttivo, di consumo, accorciare le distanze e gli intermediari, potrebbe da solo indurre una vera e propria rivoluzione, a sua volta in grado di spingere verso altre trasformazioni, per esempio stimolando ricerche e innovazioni scientifico-tecnologiche e di mercato: dai beni di consumo legati all’elettricità come lavatrici frigoriferi cucine, al loro ruolo nelle abitazioni, a tutto il comparto auto e trasporti locali, con la diffusione capillare di veicoli non mossi da motore a scoppio. Basta ragionare sistemicamente solo su un aspetto del genere, per comprendere quanto diverso potrebbe apparire da subito il settore urbano o territoriale che adottasse un meccanismo di produzione/consumo autogestito comunitario.

Produzione e consumo locale di alimenti

Fra i vari settori che dipendono pesantemente dal petrolio, c’è il comparto alimentare, tutte le filiere produttive, di trasformazione, distributive legate alla pura idea di mantenerci in vita. Anche senza toccare temi pur centrali come la chimica dei fertilizzanti e diserbanti, o la pura alimentazione delle macchine agricole o di quelle legate ai processi di lavorazione, resta la questione della distanza/caloria da cui nasce il noto concetto di bacino alimentare o chilometro zero che dir si voglia. Che vista in una logica non tradizionalista ha un aspetto tecnologico, uno organizzativo, e un importantissimo presupposto sociale. Quello organizzativo viene prima di tutto, come insegna la grande tradizione ambientale e urbanistica dei «limiti di sviluppo urbano», e consiste nel governare trasformazioni edilizie, impiantistiche, occupazioni di suolo, densità e composizione funzionale in modo da mettere i presupposti per consentire gli altro due passaggi. Ovvero far sì che esistano spazi dentro la città e immediatamente attorno ad essa, in cui si rende possibile praticare produzione di alimenti secondo modi compatibili col resto delle attività urbane, e integrati nelle altre reti senza riprodurre in piccolo alcun conflitto città/campagna. Una volta fissato questo capillare sistema, sta alle tecniche produttive e all’organizzazione sociale (i consumi e le diete individuali ad esempio, ma anche la distribuzione, o la ristorazione) far sì che il sistema cresca e si autoalimenti. Solo per citare un legame feedback con l’aspetto precedente di produzione energetica, e che a sua volta ne introduce un altro ancora, l’allontanamento locale dal ciclo del petrolio significa allontanarsi dagli inquinanti, prima di tutto quelli in atmosfera micidiali per le coltivazioni in area urbana, ma anche del suolo e delle acque.

Trasporti sostenibili a partire dalle brevi distanze

Integrare funzioni, spazi, attività, ridurre certe forme di scambi obbligati con l’esterno (dal pendolarismo delle persone ai flussi di merci), autoprodurre energia elettrica ben bacino territoriale locale, favorisce e consente un passaggio anche radicale alla mobilità sostenibile. I mezzi pubblici possono funzionare molto efficientemente se scaricati del peso della congestione, così come del servizio verso zone commercialmente deficitarie perché a densità di popolazione o attività inadeguata. La mobilità non motorizzata, sempre nel quadro delle distanze ridotte e dell’integrazione, svolge un ruolo del tutto complementare a quello della rete pubblica, se le localizzazioni residenziali, produttive, di servizio e per il tempo libero sono inserite seguendo la logica urbanistica brevemente descritta per quanto riguarda gli spazi verdi produttivi. Infine l’introduzione del veicolo privato elettrico, resa di solito sperimentale e problematica da problemi come i luoghi di ricarica, la concorrenza delle auto con motore a scoppio per gli interscambi con le grandi regioni urbane, o altre questioni organizzative, può essere facilitata dal semplice uso intelligente di incentivi: fiscali, per la sosta e gli accessi, organizzativi coinvolgendo la rete della distribuzione merci. E a questi esempi energetici, agricoli, per la mobilità, se ne potrebbero aggiungere altri, a partire dal «governo delle fasce di età e di reddito» che è possibile praticare localmente. Ma forse è meglio lasciare la parola all’articolo linkato.

Riferimenti:
Fossil Fuel? No Problem—7 Ways We’re Already Living More Locally, Yes! 11 aprile 2016

Commenti

commenti

2 pensieri su “La metropoli post-petrolifera spiegata alle casalinghe

  1. Per favore, ancora casalinghe e lavandaia… un po’ meno stereotipi, siamo nel 2016.
    Anche perché sono gli stereotipi che si vuole combattere visto che non aiutano per niente a ragionare; e in questo sito spesso si vuole di richiedere più sensibilità, e qua si va proprio in posizione opposta.
    Si possono benissimo esprimere questi concetti in senza usare questi cliché.

    Spiegata alla casalinga -> spiegata ai profani
    Lista della lavandaia -> lista della spesa

    Per il rispetto di casalinghe e lavandaie che potrebbero avere qualcosa di insegnare a professori e politici.

    Per il resto grazie di questa interessante lettura.

    • Il titolo, come accade (e non solo ai titoli) in epoca di social network e motori di ricerca, forse concede un po’ troppo ai luoghi comuni, per via della permeabilità alla parola chiave. A differenza di altri più marchiani errori o eccessi della stampa di informazione, però, il tentativo è di non dire il contrario di quel che si sostiene nell’articolo vero e proprio. Grazie per il commento e per l’attenzione ai contenuti, ovviamente

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