Agricoltura urbana fluttuante

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Foto J. B. Hunter

Il futuro è dell’innovazione, su questo non ci piove. E per le aree urbane l’autentica innovazione del terzo millennio è quella post-tecnologica che indica un ritorno ad equilibri meno pericolosi fra aspetti naturali e manufatti a uso abitativo o produttivo. Il che non significa certo rinunciare ad alcun vantaggio in termini di qualità, ma anzi migliorare ogni aspetto degli spazi, sia di quelli verdi che di quelli a forte artificializzazione, O meglio, mescolare natura e tecnologia secondo criteri organizzativi inediti e sperimentali: in fondo è da questa sperimentalità che nascono cose come i boschi verticali, i tetti verdi, le serre idroponiche multistrato, o anche semplici innovazioni gestionali come gli orti di quartiere, o l’uso di essenze alimentari nella progettazione del classico verde pubblico urbano al posto di quelle solo ornamentali della tradizione. Per il cittadino comune e le mode più in voga oggi, è forse questo aspetto della «città da mangiare», la cultura cosiddetta localovora o a km0, il più interessante. Che ovviamente coinvolge in realtà aspetti assai articolati dell’organizzazione urbana, dalla produzione, alla fruibilità delle superfici anche per altri usi e accessibilità ai cittadini, alla prossimità e integrazione. Qui entra in gioco la nuova diavoleria dell’agricoltura fluttuante.

Oltre lo slogan

Il Pane e le Rose è un modo di dire della tradizione socialista che forse si addice particolarmente a questo intreccio fra verde alimentare e verde pubblico (o privato) classico, fra utilitarismo e qualità dell’abitare meno meccanicamente tangibile. Del resto è proprio così che si è costruita di recente la fama delle vertical farm di Dixon Despommier, rapidamente trasformate dagli schizzi degli architetti in monumentali simboli, o di altre vere e proprie stravaganze come il ponte-parco con biglietto d’ingresso sul Tamigi, o gli ex moli sulle sponde dell’Hudson che una cordata di imprenditori sta trasformando in sperimentali giardini pensili sopra l’acqua, riproducendo l’operazione della vicina High Line in altro contesto. Sempre a New York, esiste però un altro progetto alimentare-artistico-sociale, che parte da domande apparentemente più complesse e interessanti: l’alimentazione al centro, e solo gli sviluppi operativi, eventualmente, con una caratterizzazione estetizzante che nulla toglie al nucleo centrale. Nasce da qui l’idea di Swale, parola traducibile abbastanza liberamente con pantano, barena, acquitrino pieno di vegetazione.

L’Arca di quartiere

La nuova agricoltura fluttuante, dove non solo la terra, ma anche l’acqua entrano decisamente nella nuova equazione urbana, prende la forma di una chiatta mobile che gira per i quartieri, nella logica delle biblioteche su camper o di altri progetti itineranti e dimostrativi. Ripensare la città ripensare il suo rapporto con l’ambiente e con gli abitanti anche oltre l’intuizione anni ’70 del famoso Campo di Grano di Agnes Denes, originariamente newyorchese e rilanciato da Milano in occasione di Expo 2015. La chiatta, simbolicamente ma non troppo piantumata su alcune centinaia di metri quadrati a campo/bosco galleggiante, è al tempo stesso un orto e una scultura, e porta l’idea dell’orto (o dell’aiuola da urban forager di piante spontanee se vogliamo) anche nei quartieri che ne sono privi. Pare evidente la natura sperimentale e dimostrativa del concetto, fin troppo carico di aspettative e prospettive per andare troppo oltre la petizione di principio, ma resta l’aggiunta di alcuni concetti che decisamente mancavano alle altre indubbiamente innovative esperienze in corso. Affermano gli ideatori nel loro manifesto: «Swale è un appello ad agire, a ripensare al nostro sistema alimentare, a ribadire che il cibo è un diritto umano, a costruire un percorso verso un’alimentazione pubblica dentro spazi pubblici». Non è certamente poco.

Riferimenti:
Swale New York

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