La notte dei fagioli oscuri

Foto del 01-07-15 alle 09.34Fra i principali strumenti della modernità urbana, l’analisi di sé, secondo vari percorsi tesi a far luce sul rimosso e l’oscuro, senza dubbio spicca, ma al tempo stesso è sottovalutata. Prendiamo le viscere per eccellenza della metropoli contemporanea, che ancora nel XIX secolo venivano vissute dal riformismo tecnico, sanitario e sociale come qualcosa da cancellare in quanto tale: vuoi col chirurgico sventramento urbanistico, vuoi con la progressiva devitalizzazione tecnologica specializzata resa possibile da nuovi materiali e fonti di energia. Resta, il fatto che sino ai nostri giorni il sottosuolo urbano (o per altri versi le viscere tecnologiche in verticale delle torri novecentesche, che non a caso erano lette proprio così nell’utopico Roadtown) viene vissuto vuoi come abisso inesplorabile e misterioso, vuoi al contrario come rete specializzatamente artificiale, meccanica, elettronica, campo sondabile solo da qualche savant di settore, e che il resto del mondo deve contentarsi di guardare nei film.

Verticalità bidirezionale

Oggi però arrivano anche qui le infinite variazioni del verde urbano terzo millennio, il quale vuoi nella classica versione a parco, in quella neo-ruralista e tecnologica dell’infrastruttura verde, o nelle ambigue declinazioni da architetti alla moda col vizio di scambiare ideologicamente pubblico e privato, introducono comunque concetti davvero innovativi. Quello più spesso banalizzato è l’agricoltura tecnologica in ambiente metropolitano, a volte scambiata per un gioco estetizzante, oppure confusa con una impropria leva per scardinare (cosa impossibile e astorica) il primato culturale della città sulla campagna. Si parla spesso di vertical farm, dimenticandosi che l’idea va ben oltre quegli schizzi di grattacieli con cascate di verde, e coinvolge un’idea assolutamente rivoluzionaria di bacino alimentare integrato: produzione, trasformazione, distribuzione e consumo mescolati inscindibilmente al tessuto spazio-temporale della città contemporanea. Ciò significa, quasi implicitamente, coinvolgere e dar nuovo senso a quell’antico ventre che spaventava i critici ottocenteschi, trasformandolo in una sorta di campo+negozio+ristorante, e magari qualcos’altro. Gli antri oscuri, in fondo lo sappiamo tutti per esperienza, basta una lampadina e una mano di vernice per trasformarli in ambienti amichevoli.

La rete degli oscuri germogli urbani

Se il ruolo di progetti comunque innovativi come High Line o Bosco Verticale è quello di avvertirci di alcune tendenze alla eccessiva privatizzazione del verde, altri approcci di puro mercato possono indicare altre direzioni, opposte, per la natura in città, o meglio la neo-campagna intesa in quanto fonte di alimenti. Campi senza sole, ricavati in spazi classicamente urbani come i sotterranei, magari dismessi o paralleli alle altre classiche reti tecniche e trasportistiche, dove è possibile far crescere prodotti per ora non centrali nella dieta, ma importanti nondimeno, verdure in foglia, germogli, legumi, aromatiche. E farlo accanto e dentro la rete della distribuzione e del consumo locale, in un circuito virtuoso assolutamente a km0. Come il progetto Growing Underground che, all’interno dell’anello di tangenziali di Londra (quello celebrato dalla psicogeografia di London Orbital), utilizzando LED e idroponia si rivolge al mercato locale di negozi, supermercati e ristoranti con una specie di marchio territoriale Doc, sull’arco di tutto l’anno e senza timore di grandini, siccità, giorno, notte, attacchi dei fanatici da cielo o dal mare. Un ottimo inizio, che si spera si estenda presto ad altri prodotti, altrettanto onestamente sostenibili e apprezzabili. Come diceva quella canzoncina confidenziale: «Al buio sto sognando …» uno stufato di fagioli cresciuti nella tromba dell’ascensore.

Riferimenti:
Growing Underground, produzione e distribuzione agricola urbana nel sottosuolo della regione londinese interna all’anello delle Tangenziali

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