La post-gentrification dei bamboccioni secondo la finanza immobiliare

Foto M. B. Cook

I processi di infiltrazione e sostituzione sociale che conosciamo da sempre come gentrification, pur nelle infinite varianti e anche distorsioni, hanno in comune la presenza di almeno tre soggetti distinti: la società originaria, gli operatori edilizio-urbanistici, la società subentrante. Nella versione classica addirittura ci si riduce a due gruppi, perché il ruolo di operatori viene direttamente assunto (almeno per quanto riguarda le decisioni e gli investimenti della trasformazione) direttamente dalle famiglie che subentrano a quelle originarie, con trasformazioni fisiche piuttosto irrilevanti, perlomeno nel tessuto urbano e nella qualità spaziale, che per inciso rappresentano il valore che originariamente le ha attirate lì. Al crescere del ruolo degli investitori esterni specializzati, cambia anche la natura e la qualità della gentrification, con un maggiore o addirittura preponderante peso di trasformazioni urbane anche radicali e di ampia portata, comprendenti su tempi brevissimi eradicazione totale di abitanti e attività, e sostituzione con un mix in pratica deciso a tavolino da un «mercato pianificato», anziché in un modo o nell’altro da varie spontaneità che si uniscono a formare un pur discutibile movimento. Fino alle ultimissime versioni caratterizzanti la cosiddetta «ri-urbanizzazione» di questo terzo millennio, in cui diventa addirittura difficile parlare di gentrification, dato che quel che accade ha un sapore decisamente diverso.

I formati dello zoning segregato decisi in laboratorio

Quel che succede, in realtà, non è una vera e propria trasformazione urbana, ma ciò che Anna Minton ha efficacemente definito al suo primissimo manifestarsi degli anni Duemila, Ground Control, nel senso propriamente militare della parola. Che si esprime fisicamente con l’atterraggio brutale (il contrario dell’infiltrazione pervasiva, per quanto rapida) di un formato predefinito, spaziale e organizzativo, sovrapposto al precedente tessuto. Notare la differenza di termini: prima abbiamo un tessuto, un intreccio di spazi, soggetti, relazioni, di varia complessità ma che comunque complesso lo è, in qualche modo; poi arriva un formato, una cosa predefinita, che non si discute se non a mazzate, fisiche o virtuali che siano. Le varianti urbanistiche privatistiche infatti si limitano a registrare che «la regola è che non ci sono regole», perlomeno diverse da quelle che si è autoimposto il nuovo soggetto. I casi più noti e vistosi sono, come noto, quelli delle grandi compagnie internazionali della finanza immobiliare commerciale, che hanno studiato vari modo per far diventare uno shopping mall, ricostruito e gestito come tale, anche quelle che nominalmente restano vie e piazze urbane, spesso suscitando l’entusiasmo piuttosto fessacchiotto e masochista di qualche politico locale che, chissà perché, sembra gioire di questa usurpazione di competenze. Ma con l’emergere della classe creativa nuovo soggetto dello sviluppo socioeconomico, e in particolare con la generazione dei Millennials succoso segmento di mercato, gli operatori immobiliari hanno cominciato addirittura a straparlare di «quartieri integrati».

Il segmento di città

Quando negli anni ’90 si iniziavano a intravedere i primi rendering dei nuovi quartieri urbani concepiti dai progettisti dell’emergente scuola New Urbanism, se ne coglievano prevalentemente (e se ne apprezzavano o criticavano) i caratteri tipologici, i tentativi vari di superamento di alcuni schemi ereditati dal movimento moderno, certa enfasi sul rapporto diretto degli edifici con la strada, l’interazione con lo spazio pubblico, la promozione diretta e indiretta della pedonalità e ciclabilità. Ciò su cui neppure gli stessi progettisti forse si soffermavano più di tanto, era invece una perfetta continuità di metodo, rispetto al movimento modernista, per quanto riguardava il metodo induttivo, secondo cui la forma della città rispecchia quella del singolo alloggio, a sua volta specchio di un’idea di società, da cui poi discende tutto il resto. Oggi, raggiunta la piena maturità nei processi di post-gentrification o ri-urbanizzazione per segmenti sociali che dir si voglia, appare chiaro almeno quell’obiettivo degli investitori immobiliari. Specie quando si pensa proprio ai Millennials, di cui si enfatizza di continuo la centralità, per non dire esclusività: l’alloggio microscopico (che consente implicitamente di praticare prezzi speculativi stratosferici per unità di superficie), l’artificioso proiettare dello stile di vita su uno spazio pubblico organizzato secondo i criteri privatistici del centro commerciale e della ristorazione di tipo turistico, la mobilità dolce che pare ridicolizzata a una moda e non sfiora neppure il tema vero degli spostamenti non brevissimi. Ecco, concludendo questa lunga introduzione critica alla ricerca che segue, il modus operandi immobiliarista, così come si è venuto delineando sinora. Le ricercatrici pur apparentemente accettando questo come espressione del mercato, e pur tralasciando del tutto gli aspetti sociali qui pure tralasciati, di che fine facciano le fasce sociali «deportate», conclude con una domanda aperta. E questa domanda suona: ma questo formati predefiniti per un segmento di clientela, possono essere in nuce un tassello da cui partire, per ricostruire la città, oppure in una logica ottusa di zoning speculativo si limiteranno ad allargarsi il più possibile «valorizzandosi» uno con l’altro?

Riferimenti:
Deirdre Pfeiffer, Genevieve Pearthree, Meagan Ehlenz, In Phoenix and Houston, effort to attract Millennials is reshaping Downtown, Th Urban Edge, 18 gennaio 2018 (l’articolo contiene anche il link per scaricare lo studio approfondito integrale)

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