La tristezza di Expo Fiera della Pappatoria

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Foto F. Bottini

Una volta si diceva di certi incapaci scansafatiche che erano braccia inopinatamente strappate all’agricoltura, dove almeno qualche piccolo contributo alla collettività potevano garantirlo. Come anche un po’ esagerando ribadiscono in molti, all’agricoltura è stata anche strappata la grande area triangolare dell’Expo 2015 fra i due tracciati autostradali verso Torino e i Laghi. Non solo le trasformazioni urbane indispensabili per un sito espositivo, ma anche niente niente Orto Planetario, organizzazione spaziale che secondo il BIE non attirava gli investitori, sostituito da quella sagra dell’alimentare architettonicamente decorata che ormai in un modo o nell’altro conosciamo tutti. Grande pensata un po’ ragionieresca, ispirata da un punto di vista che pare l’interpretazione al ribasso di quella da amministratore di condominio tanto decantata per sé dall’ex sindaco di Milano, oggi si dice nume tutelare dei «neo-riformisti»

C’è stata ovviamente la reazione istintivamente scandalizzata del progettista Stefano Boeri, che insieme a un qualificato gruppo di architetti e urbanisti aveva ideato un master plan invece del tutto coerente all’oggetto centrale dell’evento, ovvero ciò che si mangia e come vive. Ribattevano però gli ideatori dell’ipotesi baracconi con parcheggio che piace agli investitori, andate e vedere e non c’è un cubetto cementizio in più, magari anche di meno. Perplesso e inorridito era (e ancora un po’ è) Carlo Petrini, fra i principali ispiratori del tipo di evento e dei relativi spazi, dove l’orto stava a significare un rapporto diretto e tangibile fra uomo, territorio, vita, città, campagna, e appunto alimentazione.

Intanto, a molte migliaia di chilometri di distanza ma facilmente scavalcabili col solito web, il McKinsey Global Institute pubblicava un rapporto sulla mutevole Mappa del Potere Economico delle Città, sostenendo varie tesi fra cui quella essenziale suona più o meno così: fra megacities multimilionarie e centri di dimensione intermedia, sono 600 le città che concentrano e concentreranno crescita economica e relativo potere di attrazione per le imprese da qui al 2025. Ma nel 2025 le 600 città non saranno più le stesse. L’asse si sarà spostato sensibilmente dal classico baricentro occidentale verso Asia e Sud America, le cui grandi e medie agglomerazioni urbane presentano caratteristiche di grande interesse. Fra cui brillano popolazione giovane, spinta all’innovazione ed elasticità, crescita appunto (ovvero anche forte incremento dei consumi individuali), spinta verso trasformazioni infrastrutturali di grande respiro anche per realizzare servizi che ora mancano del tutto.

Ora, che ci azzecca la Milano antico avamposto romano nella pianura irrigua, poi centro manifatturiero, oggi sedicente capitale del design e servizi, popolazione anziana e spirito depresso, con l’immagine di McKinsey? Nulla. La mastodontica tragedia umana dell’urbanizzazione asiatica a Milano al massimo si replicava in tragicomica farsa quando un assessore (bravissimo, chapeau, a restare serio mentre ne sparava di gigantesche) si inventava anni fa sulla carta un fulmineo balzo di popolazione del 50% solo per giustificare nuove cubature. L’idea dell’Expo in qualche modo si era conquistata l’immaginario, locale e mondiale, sia per la straordinaria attualità del nuovo rapporto fra città e campagna nel terzo millennio, sia per le potenzialità (azzeccagarbugli della parola permettendo of course) culturali offerte da un antichissimo territorio agricolo-industriale di ripensarsi recuperando il meglio della propria storia e proiettandola verso il futuro.

L’Orto Planetario, ben oltre la superficie più o meno cementificata del triangolo, sostanzialmente urbano e non certo arcadia rurale, fra le due autostrade, si proiettava sul mondo a simbolo di tutti gli altri orti, dai lotti industriali abbandonati di Detroit alle strutture verticali autogestite delle donne dello slum di Nairobi. E si proiettava sul territorio locale irraggiandosi idealmente e non verso la greenbelt agricola metropolitana con le sue eccellenze produttive, e anche oltre verso le (ancora troppo rare) sperimentazioni e innovazioni di un nuovo rapporto fra città e campagna, dall’innovazione colturale alle energie da fonte rinnovabile ai piani regolatori che contengono al minimo o riducono a zero il consumo di territorio.

Questo però non è coerente con l’idea di mondo espressa da certi attuali ragionieri e amministratori di condominio. Il loro modello è un altro, appunto il baraccone con comodo parcheggio, il tre per due, la televendita per gonzi, i cieli azzurri e acque limpide però educatamente contenuti nei manifesti e negli spot. Il loro modello urbano-metropolitano in fondo è quello decantato da certi economisti, quelli che leggono anche in un bel morso di pantegana nella culla dello slum globale una spinta al Pil. E se provassimo a mandarli a zappare? Ovvero, se provassimo sul serio a trarre le conclusioni da qualcosa che diciamo solo a metà?

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