L’agricoltura urbana come camera di decompressione verso la postmodernità

Foto M. B. Style

C’erano una volta le torme di contadini «liberati dalla schiavitù del solco» per via delle innovazioni tecnologiche introdotte in agricoltura, nel senso di liberati anche dalla minima forma di sostentamento (ma non ditelo agli appassionati dell’epopea liberale) che mesti iniziavano a strisciare i piedi verso le misteriose mille luci della città all’orizzonte. Non ne sapevano assolutamente nulla di quel posto sconosciuto e un po’ minaccioso, luogo di innovazioni turbinose e travolgenti, molto più di quelle campagne la cui pur lenta evoluzione li aveva cacciati via. Ma volenti o nolenti si adattavano, perché le loro braccia potevano trovare impiego nelle nuove attività industriali, con o senza l’aiuto diretto di macchine azionate dall’energia, salvo un particolare: dovevano imparare a diventarlo, operai invece di contadini, esattamente come dentro la città stavano per forza imparando una vita diversa da quella dei campi. Oltre alla formazione diretta, lavorando come apprendisti, magari gratuitamente o con salario molto ridotto, dentro a fabbriche o laboratori, gli ex contadini potevano contare sulla vera e propria scuola di formazione diffusa rappresentata dalla città stessa, che con le sue esigenze di vita e trasformazione assorbiva le loro incompetenze, trasformandole in conoscenze e capacità. Un ruolo essenziale lo assumevano le costruzioni.

Da contadini a operai

La capacità manuale del lavoratore delle campagne, anche di chi non si è mai cimentato direttamente con quelle attività specializzate che pure a tempo parziale occupano il tempo del contadino (la manutenzione dei fabbricati o delle attrezzature), trova uno sbocco relativamente semplice nell’attività edilizia tradizionale. E le politiche di sviluppo qualsivoglia, di qualunque ispirazione, non mancano mai di cogliere, certo ciascuna a modo proprio, questo ruolo di camera di decompressione tra campagna e città dell’edilizia e dintorni, spesso formalizzando e trattando il settore come una sorta di laboratorio, dal punto di vista del mercato del lavoro, al punto che in molti casi anche le scelte di modernizzazione interna vengono più o meno ostacolate, o promosse, con un occhio di riguardo all’obiettivo. Favorire per esempio una forte presenza del fattore umano anziché delle macchine (incentivando progetti, realizzazioni, materiali, tecniche) significa di fatto una sorta di scuola dell’obbligo a imparare dal nulla professioni e organizzazione. Dal nulla vuol dire anche sintonizzarsi sui tempi e ritmi della metropoli, che non sono certo quelli della campagna, dove contano il sorgere e il tramontare del sole, le stagioni, le condizioni atmosferiche. Lo stesso vale per i rapporti coi colleghi, il lavoro individuale o di gruppo, le eventuali gerarchie e obiettivi, e naturalmente il tipo di prodotto. Quando vediamo certi dettagli edilizi che ci paiono inspiegabili, in quel contesto, non dimentichiamoci mai quella camera di decompressione.

Da operai a cittadini postmoderni

La città sostenibile del terzo millennio (perché se resta insostenibile è di riffa o di raffa destinata a scomparire) come sostengono in tanti non può più affidarsi al medesimo modello meccanico e cosiddetto razionalista del passato, ma orientarsi verso schemi più attenti alla naturalità e al recupero degli aspetti organici. La cosiddetta agricoltura urbana, ovvero per interpretazione estesa tutto quanto di non artificiale contribuisce alla vita del grande organismo, anche sul versante economico, energetico, e infrastrutturale, può diventare la nuova camera di decompressione tra l’antica forma di cittadinanza legata al lavoro industriale, e quella (tutta ancora da definire, ma si deve pur cominciare) post-industriale. Sinora ne vediamo soprattuto alcuni annunci high-tech come le colture verticali, o le reti di infrastrutture verdi, o l’integrazione fra queste e i sistemi trasportistici o di regolazione climatica-edilizia, ma se ne sottovaluta sempre l’aspetto sociale, relegato a un ruolo al massimo assistenziale, per non dire privato-caritatevole. Come dimostra però nel suo piccolo l’esperimento di Growing Power, o quello ancora più piccolo di reinserimento degli homeless attraverso l’apicoltura urbana a Montréal linkato, la rinaturalizzazione fortemente connessa ai temi tipici della città, e da essi strettamente condizionata, può davvero fungere da nave scuola in senso proprio, aprendo la via di una nuova cittadinanza, i cui termini sono ancora tutti da individuare, così come tanto tempo fa il cantiere edile e le vertigini delle impalcature hanno trasformato prima i bifolchi in operai, e poi questi in cittadini che rivendicano legittimi diritti.

Riferimenti:
Marilla Steuter-Martin, ‘Amazing change’ for Montreal homeless men taking part in urban beekeeping program, CBC News, 12 giugno 2017

 

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