Le basi partecipative dello sviluppo urbano

Foto M. B. Cook

Le trasformazioni della città avvengono quasi sempre secondo due percorsi, a volte distinti e alternativi, a volte in varia misura convergenti verso una posizione di equilibrio. Il primo è quello bottom-up o partecipativo, il secondo top down decisionista, anche se per delega perfettamente democratica. La cosa sia nell’immaginario che nella realtà politico-amministrativa in genere distingue tra aspetti diciamo così minori, o di convivenza, o comunque piuttosto estranei a ciò che consideriamo «crescita economica», e altri che si legano direttamente all’ambito dello sviluppo, della creazione dei posti di lavoro, dei processi di lungo periodo che (a torto o a ragione, ma non è questo il punto qui) vengono giudicati di maggior respiro strategico. Per fare l’esempio più tangibile delle trasformazioni urbanistiche fisiche, non è certo un caso se tutti i pur virtuosi programmi di partecipazione dal basso, sostenuti in varia misura dalle nuove tecnologie elettroniche, riguardano sommatorie di microinterventi a scala di via, piazza, quartiere, mentre i grandi comparti di riqualificazione urbana dove si insedieranno i quartieri generali delle grosse compagnie dell’economia della conoscenza, al massimo vedono qualche dialettica ex post, o un referendum confermativo, ma in generale si svolgono su decisioni di vertice, accordi di programma, patti tra «attori forti».

Immaginario per nulla di «buon senso»

Un ragionamento che spesso molti danno per scontato, ma che scontato non è affatto, soprattutto se proviamo a uscire da una logica diciamo così «industriale» in cui ci si immagina sempre di operare necessariamente per grandi blocchi. Ma ricordiamoci il percorso che ha condotto a un modo assai diverso di pensare almeno un aspetto delle città, ovvero la residenza, per una notevole parte del ‘900 in massima parte concepita esattamente in quel modo, anche fisico, dei grandi blocchi. Il modo di progettare i quartieri caratteristico del modernismo, sviluppando «organicamente» (con una idea di organismo del tutto soggettiva) il singolo alloggio nelle sue variazioni e composizioni, e comunque per grandi aggregati decisi in un piano, autoritativo se non proprio autoritario. Esattamente quel genere di progettazione che dapprima contribuisce in parte ad allontanare dagli ambienti urbani centrali chi può permettersi una ricollocazione periferica, e poi generai vari movimenti di critica, sia al modello spaziale che a quello decisionale che lo sottende. Generando sia culture di progetto che soprattutto nuovi metodi di partecipazione, e finanche di «mercato» rivolto alle nuove domande. A ben vedere molta parte della nuova offerta di quartieri a funzioni composite, con una rete di spazi pubblici e servizi fortemente complementari agli alloggi, elevata qualità ambientale e orientamento alla mobilità dolce, altro non è se non uno dei più visibili risultati di questo percorso. Ma c’è di più.

Resilienza

Il fatto è, pare, che gli architetti modernisti con la loro idea di «plasmare la società attraverso la conformazione spaziale», in fondo non avessero avuto un’intuizione così sbagliata: perché esiste una forte e verificata correlazione interattiva, tra i due aspetti. Il fatto è che di sbagliato c’era proprio quel metodo top-down del grande piano/progetto e del modello sociale/relazionale predefinito da costruire e promuovere. Il metodo messo in parte in discussione per esempio da Jane Jacobs a metà ‘900 proprio nella specificità del quartiere urbano «senza anima», ma in fondo già stigmatizzato nella grande e sistematica critica de L’Uomo dell’Organizzazione di William H. Whyte, nonché sottotraccia messo in discussione da una ricca serie di opere letterarie, cinematografiche, teatrali. Da cui notoriamente nasce una serie di movimenti «partecipativi» non tutti condivisibili nei loro obiettivi o nei metodi, ma che certamente enfatizzano in un modo o nell’altro il ruolo essenziale del percorso bottom-up. Che, come emerge da studi più recenti (nonché implicitamente dal citato prodotto del quartiere mixed-use) non ha un valore solo in termini di costruzione del consenso, o di uno spazio abitativo di qualità superiore. Ma anche e soprattutto rafforza tutta la filiera del legami comunitari ai vari livelli, sino a costituire un vero e proprio presupposto di duraturo sviluppo locale, certamente più fondato di quello dei «salvatori della patria» che tante amministrazioni invocano nei vari processi di competizione territoriale. Del resto sono quegli stessi operatori, a considerare comunque il tessuto urbano la loro base ideale, e in quel senso val la pena dargli retta.

Riferimenti:
Deborah Talbot, Is Participatory Community Co-Creation The Key To Urban Economic Growth? Forbes, 22 maggio 2018

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