Le Città Zie e Cugine

urban_metabolism_1Le crisi di rigetto sono cosa nota, studiata, comprensibile, ma forse troppo intricata da usarsi come metafora interpretativa per ogni processo analogo. Accade infatti che queste crisi derivino da una serie di fattori complessa, sia sul versante dell’entità che viene rigettata che di quella che rigetta, roba da veri specialisti, e che va bene solo per dare una immagine mediatica, molto meno per capire. Forse è meglio a questo proposito la metafora più meccanica dell’ingranaggio che non ingrana, per esempio a descrivere quei quartieri metropolitani «di importazione» che pullulano in ogni città del mondo, a volte funzionando benissimo, a volte meno, a volte non funzionando affatto. Semplicemente perché nel primo caso si impiantano nella cultura che li ha concepiti originariamente, nel secondo in un contesto non proprio ostile ma sensibilmente diverso, nell’ultimo dove sono una vera e propria sfida (una sfida tragicamente perduta) al luogo comune della società, dell’organizzazione familiare, delle economie, dell’ambiente. E così intere parti di città magari costruite riversandoci copiose e a volte scarse risorse, finiscono per diventare orridi tumori purulenti, o quantomeno luoghi da ripensare radicalmente nel giro di meno di una generazione.

Regole generali

Certo è che una contrapposizione, altrettanto meccanica e inadeguata, fra prodotti di importazione e prodotti culturali locali, quando riguarda le città del mondo, pare stupida: se un modello vale da qualche parte, perché non sperimentarlo anche altrove? L’esperimento in fondo si ripete di continuo con un certo successo quando si tratta di cose certo un po’ più semplici di un quartiere, ma altrettanto complesse nei loro percorsi di integrazione locale, dalle automobili alle lavatrici ai telefonini. Anche qui però non si deve per esempio dimenticare che esiste una vera e propria «crisi di sistema» quando per esempio manca e non cresce una rete locale in grado di riprodurre le condizioni a cui il prodotto si deve appoggiare: manutenzione, garanzie, pezzi di ricambio, competenze. Se vogliamo fare un parallelo, pensiamo al quartiere dei colonizzatori che inizia a decadere quando finisce l’epoca coloniale, salvo nei casi in cui la politica cede il passo all’economia, e invece dei ghetto dorato dei dominatori politici, si trasforma in quello analogo dei ricchi. Se si vuole appunto evitare questa sterile esportazione di modelli, occorre studiare bene cosa accomuna e cosa distingue i vari luoghi, costruendo sistematicamente delle «tipologie urbane e territoriali» più complesse di quelle intuitive formali, o solo geografiche, o solo finanziarie-occupazionali come va di moda oggi.

La metropoli è ciò che mangia

Se si vogliono, come prova a fare l’agenzia Habitat delle Nazioni Unite, fissare regole comuni di politiche urbane valide per tutto il mondo, è sicuramente meglio sapere dove verranno applicate, e il criterio non localista è quello di classificare i luoghi secondo precise famiglie, sulla base di indicatori comparabili. Uno di questi è il metabolismo, aspetto oggi più a portata di mano grazie alla disponibilità di dati prima di difficile reperimento in forme paragonabili. Chi mira alla sostenibilità urbana e territoriale deve poter comprendere come città dotate di diverse caratteristiche socioeconomiche, demografiche, geografiche, poi interagiscano diversamente (o similmente) con l’ambiente naturale. Per farlo è necessario comprendere il rapporto di queste complesse unità con le risorse e il loro uso e consumo, ovvero il loro metabolismo: cosa mangiano, cosa producono da questa digestione, cosa si caccia dentro e cosa si tira fuori? Pare un ragionamento molto astratto ma non lo è per nulla se si pensa che la massima efficienza nell’uso delle risorse è lo strumento per conseguire una migliore qualità della vita per gli abitanti, un migliore sviluppo, un minore impatto, ovvero le componenti essenziali della sostenibilità. Oggi questi strumenti teorici sono a portata di mano grazie alle ricerche urbane complesse portate avanti da anni al M.I.T. Di Boston.

Riferimenti:
– John Fernandez, Global Cities Tipology, M.I.T. /Urban Metabolism
– Artessa Niccola D. Saldivar-Sali, A Global Typology of Cities: Classification Tree Analysis of Urban Resource Consumption, Tesi specialistica, relatore John Fernandez – Massachusetts Institute of Technology, 2010 (scaricabile dalla sezione «Research» del medesimo sito, da cui è anche tratta l’immagine di copertina)

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