«Indesiderabili» nella metropoli (1980)

whyte_indesiderabili01Se uno spazio di qualità è qualcosa di tanto bello e auspicabile, c’è da chiedersi perché non ce ne siano molti di più. Il singolo motivo principale sta nel problema degli «indesiderabili». I quali in sé non sono proprio un gran problema, mentre invece lo è tutta la serie di azioni che si fa contro di loro. Molti esercenti e attività paiono ossessionati dal timore che rendendo un luogo gradevole per la gente, poi finisca per attirare questi indesiderabili: e così i luoghi non si fanno gradevoli. Non ci si deve poter bighellonare – quanto rigido calvinismo in questo atteggiamento! – né mangiare né sedersi. E le panchine se ci sono diventano troppo scomode per poterci dormire, o ci sono degli spuntoni su qualunque superficie orizzontale, o addirittura nei progetti vengono accuratamente e preventivamente del tutto eliminate le eventuali comodità e spazi.

Chi sono gli indesiderabili? Per la maggior parte delle attività, cosa curiosa, non si tratta di chi chiede la carità, o degli spacciatori, o di altra gente sul serio pericolosa, ma soprattutto degli ubriaconi. Disperati che bevono da bottigliette avvolte in un sacchetto di carta: fra gli emarginati della città forse i più innocui, ma un simbolo di quel che magari potrebbe un giorno capitare a tutti se la sorte si facesse avversa. Per chi ha un negozio l’elenco degli indesiderabili invece si allunga di parecchio: si va dalle vagabonde con le borse, a chi si comporta in modo stravagante in pubblico, agli «hippy», ai ragazzini, agli anziani, ai musicisti di strada, agli ambulanti in genere. Questa preoccupazione con gli indesiderabili è sintomatica di un altro problema. Molti dei grandi decisori di cose che riguardano molto da vicino la città, piuttosto assurdamente, paiono non conoscere affatto la sua vita nelle strade e negli spazi pubblici. Magari giusto dalla passeggiata di un paio di isolati tra la stazione e l’ufficio, e poi grazie al fatto che là dentro troveranno di tutto per qualunque esigenza, non ne usciranno se non all’ora di tornarsene a casa. Ciò che è sconosciuto ispira pericolo, e se il loro edificio ha una qualche piazza sul davanti, questa poi sarà concepita in modo difensivo, non la useranno nemmeno loro.

whyte_indesiderabili02Ma non la useranno neppure altri. Luoghi concepiti e progettati a partire dal sospetto, che ne ispira forse e contenuti, così che alla fine la cosa più probabile è che ci troverà giusto … un ubriaco. Certo che se ne trovano anche altrove, ma i posti che preferiscono sono quelli più vuoti, là dove si notano di più, proprio come se in fondo il progetto fosse finalizzato a quello. La paura pervade ogni cosa. Tutta le serie di misure difensive adottate indica quanto questa o quella attività voglia fare tabula rasa attorno a sé. Anche molto prima di andarsene da New York verso il suburbio, la Union Carbide si comportava come se già fosse avvenuto il trasloco, bastava guardare l’edificio. Salvo una zona dedicata alle mostre, tutto era sigillato e blindato, con guardie in stile poliziotto e accessi vigilati, mentre in tutta l’area circostante non c’era alcuno spazio per sedersi (e poi nemmeno dopo il trasferimento nel suburbio si smette di avere questo atteggiamento di ossessione per la sicurezza. Le nuove sedi sono progettate come fortezze, con posti di guardia ai cancelli, fossati, o addirittura in un caso un viale di accesso per le auto in salita a ponte levatoio).

Il modo migliore di affrontare il problema degli indesiderabili, sarebbe di rendere gli spazi attraenti per tutte le altre persone. Un approccio positivo, che funziona benissimo come si può ampiamente verificare. Con pochissime eccezioni i parchi, le piazze delle zone centrali, sono più sicuri quando e quanta più gente li utilizza. Lo stesso modo di usarli rivela l’idea che li sottende. La direzione della Seagram è molto soddisfatta di come viene sfruttato il piazzale davanti al loro grattacielo, qualunque cosa si faccia lì. Si lascia che si mettano i piedi nell’acqua dal ciglio della vasca, non si fanno storie se i ragazzi ci vanno a fumarsi uno spinello, si tollerano certi tipi eccentrici o addirittura che qualcuno ci dorma di notte, sui ripiani orizzontali. Domani è un altro giorno, di norma il posto resta piuttosto pulito, e non ci sono guai di nessun genere. Anche Paley Park è molto accogliente per i frequentatori, mentre quelle sedie e sdraio parrebbero un obiettivo ideale per i vandalismi. Ecco qui di seguito un elenco dei problemi di sicurezza verificatisi negli anni dall’inaugurazione nel 1967: due uomini in furgone nel 1968 rubano una fioriera dal marciapiede; viene rimossa dal muro nel 1970 l’insegna «Ristoro» del locale; rubato nel 1971 un tavolino; nel 1972 un uomo tenta di incidere le proprie iniziali sulla corteccia di un albero; sparisce nel 1974 uno dei lampioncini di bronzo all’ingresso.

whyte_indesiderabili03Nei nove anni che ho passato a studiare piazze e giardini di New York, in un solo caso ci sono stati problemi di una certa entità, e nessuno là dove gli spazi erano molto sfruttati. L’eccezione è una piazza dove avevano cominciato ad operare alcuni spacciatori di marijuana. Sono state tolte metà delle panchine, e poi realizzate delle recinzioni metalliche sui due lati aperti. Tutte cose che di fatto hanno ridotto il numero di frequentatori normali, e avvantaggiato chi spacciava, adesso padrone del campo insieme alla propria affezionata clientela. Oggi si vedono dei sistemi di controllo a circuito chiuso in alcuni luoghi, ma c’è un dubbio. Se le telecamere possono essere possono essere piuttosto utili per tenere d’occhio ingressi e passaggi fuori mano, all’aperto non hanno gran senso. Si vedono sporadici movimenti in attraversamento, non si capisce benissimo cosa succede, in guardiola gli incaricati molto probabilmente osservano più con noia che con interesse.

L’elettronica non può competere con l’umanità: negli spazi molto utilizzati di solito c’è addirittura un «sindaco». Spesso un portiere di uno degli edifici, un edicolante, un venditore di panini. Lo si nota intrattenersi brevemente con una serie di personaggi durante la giornata, dal vigile all’autista di whyte_indesiderabili04autobus, impiegati e clientela dei negozi, per un saluto o uno cambio di battute. Questi sindaci della piazza operano come ottimi nodi di comunicazione, efficacissimi nel notare qualcosa di anormale. Anche noi siamo anormali in quel posto, lì così a guardare impalati e vistosi: perché non ci stiamo muovendo come tutti gli altri? Prima o poi qualcuno verrà a chiederci cosa stiamo lì a fare. Uno dei migliori sindaci di piazza che ho mai conosciuto è Joe Hardy, portiere all’edificio della Exxon. È un attore oltre che un portiere, ed è stato impiegato dal Rockefeller Center come Babbo Natale, personaggio a cui assomiglia. Di norma i custodi non attaccano conversazione, ma Joe Hardy è molto amichevole, curioso, con una particolare sensibilità per le situazioni. Se per esempio ci sono un paio di anziani dall’aria confusa, lui non sta ad aspettare che entrino a chiedere qualche informazione: esce direttamente a chiedere se può essere d’aiuto. O magari se due ragazze si alternano a scattarsi delle fotografie, si offro volontario per farne una a tutte e due. Molto tollerante con gli ubriachi e gli stravaganti, Joe, basta che non diano fastidio, è invece rapidissimo ad accorgersi di un vero fastidio. Come coi gruppetti di ragazzini, che mettono a dura prova la pazienza del prossimo col volume delle radio portatili. La tattica di Joe è quella di affrontare quello che sembra un po’ il capo della cricca, chiedendogli di darsi una calmata.

A differenza di Joe Hardy, i guardiani di solito sono una risorsa pochissimo sfruttata. Di solito stanno lì, e tanto per fare qualcosa finiscono per sviluppare dei tic: uno che agita ritmicamente le braccia, o ruota sui tacchi. Un altro si piega sulle ginocchia di tanto in tanto. Li si può guardare, e restare ipnotizzati nel tentativo di calcolare i ritmi a cui ripetono quei gesti automatici: il loro lavoro potrebbe essere certamente rivalutato. Più cose hanno da fare, meglio le faranno, e meglio per la sicurezza del luogo. Originariamente a Paley Park si pensava che ci volesse un addetto alla sicurezza particolare, oltre alle altre persone che tengono pulito e gestiscono il chiosco. Ma i due delle pulizie lavoravano così efficacemente che poi si è pensato non ci fosse affatto bisogno di addetti alla sicurezza. Situazione simile con gli addetti a Greenacre Park, ospitali, amichevoli con tutti, specie coi frequentatori abituali che tra l’altro fungono in qualche modo da forze ausiliarie. Se qualcuno trasgredisce certe regole non scritte – come con le biciclette – la cosa più probabile è che venga ripreso da questi frequentatori abituali.

Spazio pubblico e spazio privato

whyte_indesiderabili06Domandiamoci adesso qualcosa di conseguente: quanto pubblici sono gli spazi pubblici? In molti luoghi si legge su apposita targa qualcosa che suona più o meno: Proprietà Privata – Accesso condizionato a rischio dell’utente – Accesso revocabile a discrezione della proprietà. Piuttosto chiaro: quel luogo è di proprietà di qualcuno, che ha il diritto di impedirne eventualmente l’accesso. Che esista o meno qualche tipo di convenzione, in gran parte degli edifici si ritiene che sia possibile impedire qualunque tipo di attività indesiderata nello spazio adiacente, e per indesiderato si intende assai di più che non solo pericoloso, o antisociale. Mentre stavamo facendo alcuni rilievi sulle possibilità di sedersi, sul marciapiede davanti all’edificio della General Motors, si sono precipitati fuori costernati gli addetti alla sicurezza: dovevamo smetterla, e chiedere prima il permesso all’apposito ufficio pubbliche relazioni.

Certo non si tratta di questioni da Ricorso alla Corte Suprema, ma c’è di mezzo una faccenda di principio, inevitabilmente da verificare. Quello spazio è messo a disposizione dalla pubblica amministrazione, attraverso le proprie norme urbanistiche. Vero che si tratta di un ambito di proprietà privata adiacente all’immobile, e altrettanto vero che gli oneri di pulizia e manutenzione sono a carico del privato. Ma le leggi stabiliscono molto chiaramente che «la piazza deve essere accessibile al pubblico in qualunque orario». Che vuol dire «accessibile»? Una interpretazione di buon senso sarebbe che i cittadini possano usare quel luogo esattamente come accade per qualsiasi altro spazio pubblico, stessi diritti stessi doveri. Ma diverse proprietà si comportano in modo assai più discrezionale rispetto a cosa significhi accessibilità: scacciano chi fa spettacolo, chi distribuisce volantini, fa discorsi. Se si tratta di edifici ad appartamenti spesso viene allontanato chiunque non ci abiti. Il che è un evidente abuso rispetto a quanto stabiliscono le norme urbanistiche, ma sinora non sono state intentate cause. Eppure il diritto di accesso parrebbe chiaro, perché non solo quegli spazi sono equiparati a pubblici, ma la proprietà è già stata ampiamente ricompensata per la concessione. E ciò significa diritti per tutti, non solo per quelli a cui li concede il proprietario, mentre invece tanti si comportano così, impunemente. Ma solo perché sinora nessuno gli ha intentato causa: adesso è il momento di farlo, e chiarire le cose.

Da: The Social Life of Small Urban Spaces, Conservation Fundation, Washington 1980 – Estratti e traduzione a cura di Fabrizio Bottini

Su Youtube è visibile il filmato documentario di cui il testo è una sorta di sceneggiatura, 

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