L’era della belva operaia

gatto

Foto F. Bottini

Le discussioni pubbliche sui casi sempre più frequenti di animali abbattuti per motivi di sicurezza (almeno questa è di solito la motivazione ufficiale, contestata dai critici) sembrano aggirare due questioni convergenti. La prima questione è quella, assai nota ma appunto sempre dimenticata in questo caso, dell’urbanizzazione planetaria, ovvero della trasformazione massificata di superfici e stili di vita secondo criteri urbani, genericamente adeguati a una domanda umana. La seconda, assai meno nota e studiata, è che tutte queste trasformazioni avvengono in modo diversissimi dall’idea di città che ci ha consegnato la tradizione, e che quasi inspiegabilmente continuiamo a adottare per i nostri ragionamenti individuali e collettivi. Quello che sta succedendo oggi, è che da un lato prosegue certo il grave fenomeno dell’artificializzazione classica di vasti territori, asfaltati, cementificati, che diventano la solita città dei palazzi e delle palazzine, dei capannoni e dei supermercati. Dall’altro però, e in misura crescente, l’urbanizzazione si sovrappone agli ambienti naturali in forme il cui impatto è assai diverso dalla pura sovrapposizione violenta.

Infiltrazione e assimilazione

Non ci sono solo gli studi degli zoologi, che ci avvertono come ormai da decenni, anche dentro le città tradizionali si stiano insediando stabilmente, mutando comportamenti e organizzazione, colonie di animali selvatici di varie taglie e specie. Oggi appare evidente quanto nei territori della neo-urbanizzazione sparsa novecentesca, dallo slum terzomondiale sovrapposto alle antiche aree naturali extraurbane, allo sprawl automobilistico dei paesi ricchi, alle grandi zone agricole a organizzazione industriale, la fauna non addomesticata si stia conquistando più o meno educatamente un suo spazio. A volte con conflitti non da poco, che però a ben vedere altro non sono se non la replica delle antiche incursioni degli orsi nei campeggi turistici (una forma di urbanizzazione temporanea, a suo modo), che avevano generato le campagne educative con l’Orso Yogi. Oggi questi casi si fanno sempre più frequenti, correnti anche nei tessuti urbani tradizionali o misti, ma a quanto pare la nostra sensibilità pare piuttosto rigida.

Compagnia da animali

Di solito, l’atteggiamento prevalente si divide su due schieramenti: un primo che tende ad assimilare ogni specie ed esemplare al cane e al gatto di casa, peccando per eccesso di inclusività, e un secondo che eccede invece in rigida (quanto impraticabile) chiusura, considerando intollerabili intrusi animali che invece fanno di diritto parte della biodiversità locale. Entrambi gli schieramenti sono una risposta sbagliata, ma è soprattutto il secondo, quando chiede stermini di massa, ricorso alle doppiette, ai veleni, alle trappole, ad essere surreale ai limiti della demenza. La natura non ammette vuoti, e là dove se ne crea uno ci sarà sempre qualcosa o qualcuno che lo va a riempire, subito. Se mai, l’obiettivo non dovrà essere di eliminare questo nuovo venuto, ma ristabilire un equilibrio migliore, ovviamente nei modi che la riflessione suggerirà adeguati. Oggi un tema di “invasione di fauna” che si riteneva limitato alle periferie estreme, si replica nelle aree dismesse o di riqualificazione metropolitana industriale. Ce ne è stato anche un esempio (piccolo ma significativo) a Milano, in un cantiere aperto e poi abbandonato a lungo per motivi burocratici. Ne accadranno ancora, sempre più numeroso per esempio man mano si affermerà il concetto delle reti ecologiche metropolitane e delle infrastrutture verdi, perché la circolazione non riguarda solo semi, piccoli anfibi o insetti, ma anche il resto della catena alimentare, fino ai predatori. Prepariamoci.

Riferimenti:

Chris Potter, City life and wildlife: Pittsburgh’s urban conservation on display, Pittsburgh Post-Gazette, 26 ottobre 2014

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