Slum e rinnovo urbano (1945)

L’idea della città macchina, del grande progetto definito in tutti i particolari tecnici, ma con obiettivi sociali a diri poco opachi, raggiunge nel caso dello zar dei lavori pubblici newyorchese, Robert Moses, vette davvero inarrivabili. Se nei casi più noti delle grandi autostrade urbane (del resto già ideate negli anni ’20 col Regional Plan) la metropoli viene “aperta con la mannaia” anche fisicamente, spazzando via i tessuti sedimentati per sostituirli con le campiture disumane della mobilità automobilistica, anche le “caselle” architettoniche dell’immenso cruciverba non sono da meno in quanto a brutalità. Accantonate le migliori intenzioni dell’unità di vicinato, una specie di metodo industriale-manageriale sforna efficientemente metri cubi, accantonando tutto quanto non rientra nei propri schemi operativi. Quella che segue è una descrizione di questo metodo, naturalmente raccontata in positivo dal prtagonista. Seguirà a breve l’assai più triste memoria sociale di uno di questi casi di rinnovo urbano, vista dalla parte di chi la mannaia razionalista-manageriale l’ha invece subita (f.b.)

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Progettisti di Stuyvesant Town – da: S. Zipp, Manhattan Projects (Oxford University Press, 2010)

La formazione dello slum segue quasi sempre lo stesso schema. Cominciano con il sovraffollamento di edifici esistenti e l’aggiunta di nuove case d’affitto costruite da speculatori senza coscienza, con altezze considerevoli su poco terreno, senza alcun riferimento alle questioni di luce, aria, igiene, e altri criteri di vita decorosa e sicura. Il posto di una singola famiglia in una ragionevolmente comoda abitazione, è preso da più famiglie, e nei quartieri la gente sta impacchettata come galline in un pollaio. Onda dopo onda, i nuovi arrivati abitano queste piccionaie. Non appena una generazione riesce a raggiungere abbastanza prosperità per uscirne se ne va, e un’altra con livelli di vita e reddito inferiore prende il suo posto.

Quando il funzionario cittadino e l’operatore sociale riescono a impressionare i politici di vecchio stampo sull’enormità di questo processo, il quartiere è degenerato al punto che il problema è se sia possibile tentare qualcosa di diverso dalla completa demolizione. Nel frattempo il politico locale si sbriga a soddisfare le clientele – o almeno a prevenire un’aperta rivolta – con distribuzioni di legna e carbone, alimentari e pacchi natalizi. I padroni ci casa, gli operatori immobiliari e i loro alleati, le banche, i proprietari di terreni, e anche le chiese si accontentano di raccogliere le proprie rendite, e chiudono gli occhi sulle implicazioni dei propri investimenti.

In tutto questo periodo la coscienza della comunità sopravvive solo in quegli avamposti di civiltà conosciuti come centri di quartiere (settlement houses). In questi centri Jane Addams, Jacob Riis, Jenkin Lloyd Jones, Lillian Wald, Mary Simkhovitch, e altri pionieri innalzarono un tabernacolo nel deserto della città, e risvegliarono dal sonno la coscienza di una generazione troppo occupata a far soldi e a goderseli per dedicare un pensiero ai loro compagni meno fortunati. Per molto del progresso fatto nell’eliminazione dello slum, dobbiamo ringraziare i primi operatori sociali, ed è quindi doppiamente difficile provar loro che il lavoro si sta facendo, che l’obiettivo ora è ingegneristico e gestionale, e che devono passare la mano agli amministratori.

In molte città questo processo di decadimento delle aree centrali è stato incoraggiato e accelerato dalla costruzione di ferrovie, tranvie, strade e altre strutture di rapido collegamento verso ex fattorie e terreni minutamente lottizzati, nelle sezioni esterne e nei sobborghi. Gli effetti di questo risucchio di persone fuori dalla città o non sono stati compresi, o sono stati tacitamente ignorati da influenti cittadini e anche dalla stampa, per non parlare degli affaristi direttamente interessati. Se a New York avessimo evitato di costruire così tante miglia di sotterranea e venti milioni di dollari al miglio, e messo un po’ di questi soldi nel restauro e miglioramento di vivibilità e attrattività delle zone centrali, milioni di persone oggi non sarebbero ammucchiate come bestiame su treni lanciati a tutta velocità nelle ore di punta.

I principali operatori immobiliari di New York a cavallo tra i due secoli, ora sono passati [nell’aldilà n.d.t.] a quanto convenzionalmente si definisce una giusta ricompensa. Spero vivamente si tratti di ricompensa adeguata, perché queste persone hanno esercitato senza dubbio l’influenza più maligna sulla città e i dintorni della mia vita. Il disservizio alla comunità dovrebbe essere ricordato, di tanto in tanto, così che non si possa ripetere. Questi uomini hanno perpetuato le condizioni di slum nelle zone esterne della città. Hanno creato lo slum di oggi vendendo piccoli lotti per grandi edifici ed evitando lo zoning, le costruzioni corrette, i regolamenti per edifici di molte famiglie. Sono stati diabolicamente intelligenti nell’applicare a questa arte la scaltrezza dell’addestratore di muli, la persuasiva eloquenza del Colonnello Mulberry Sellers che rifilava patacche ai paesani di colore nelle fiere di campagna del Sud, la completa libertà dagli scrupoli di un baro su un battello a vapore del Mississippi.

Ovunque, questi uomini hanno lasciato una scia bavosa dietro a sé, che alla fine ha dovuto essere asciugata da funzionari pubblici, con soldi delle casse pubbliche. Quasi ogni città li ha visti, ma posso affermare senza nessun orgoglio che a New York abbiamo avuto quelli di prima scelta. Anche i gangsters dell’ultimo boom in Florida erano solo pallidi riflessi e imitazioni dei nostri costruttori, venditori, lottizzatori, agenzie di recupero crediti, geometri, architetti, e altri uomini disponibili a tutto. Il fatto che fossero spesso stravagantemente ammirati e lodati come pionieri dalla loro generazione, e guardati come cittadini di primo piano da quella successiva, è uno dei più tristi commenti sulla nostra civiltà urbana. È, grazie a Dio, un’epoca finita, ma ancora dobbiamo pagare un prezzo tremendo: un prezzo che paghiamo ogni giorno sotto forma di tasse alte, brutta vita, marciume economico, umiliazioni, malattie, crimine.

Gli operatori immobiliari stanno solo ora iniziando a riconoscere le loro responsabilità. Nel lontano 1927, in qualità di delegato statale, organizzai e fui a capo del Real Estate Bureau di New York. La legge sulle autorizzazioni non fu mai considerata come qualcosa da applicare. Il suo scopo era quello di dare agli operatori immobiliari lo status di professione senza la responsabilità e gli standards che ci si aspetta accompagnino questo riconoscimento. Ora, sempre di più, gli operatori immobiliari intelligenti e rispettabili, in tutto il paese, stanno giungendo alla conclusione che è giunto il tempo per la coscienza politica, anziché per l’affarismo irresponsabile.

Dopo questa abbozzata diagnosi sulle origini della malattia, lasciatemi proseguire nella più piacevole descrizione della cura. Si può affermare con sicurezza che quasi nessuna città deve tollerare gli slums. C’è abbondanza di modi per liberarsene. L’unica eccezione sono le città così decadute, così legate a boom temporanei o a risorse naturali esaurite, così scarse di senso morale e orgoglio, così malamente situate per il commercio, o così controllate da politici sporcaccioni, da rendere la situazione senza speranza. Ci sono alcuni posti del genere, negli Stati Uniti.

Le più grandi difficoltà al giorno d’oggi, non stanno nella mancanza di buona volontà, lodevoli intenzioni, e spirito pubblico della maggior parte dei cittadini, ma negli infiniti tira e molla sui metodi da impiegare, le competenze, le interpretazioni legali e costituzionali: conflitti che creano situazioni di stallo, coi perfezionisti da una parte e i realisti dall’altra. Gli slums non possono essere ripuliti di colpo, eccetto che nell’oratoria elettorale e nella pubblicistica delle agenzie sociali. Ci devono essere uno scadenziario, e un programma. Ci devono essere obiettivi limitati. Ci deve essere compromesso.

Per cominciare, quelli che auspicano l’abbandono delle vecchie città, la creazione di centri satellite, il decentramento comunque chiamato, e altri piani rivoluzionari che in effetti significano estirpare la città e ricostituirla su altra scala, devono essere eliminati dal quadro. I rivoluzionari non possono vincere, perché la posta in gioco è troppo grossa. Gli interessi costituiti, legittimi o meno, devono essere presi in considerazione. E infine, l’abitudine è troppo forte: il sentimento per il vecchio quartiere, disdegnato dai rivoluzionari, da rosa e rossi che non hanno mai messo radici da nessun parte, continuerà ad essere un importante fattore per la necessità di trasformazione graduale e conservativa.

Arriviamo poi ai perfezionisti, che non sono rivoluzionari, ma non accettano nessun compromesso. Dicono che ci deve essere un piano regolatore generale, che ogni cosa deve collocarsi dentro questo piano, che non si dovrà fare nessun lavoro sperimentale o parziale, che chi favorisce e realizza obiettivi limitati è solo un tattico, e non uno stratega, e che quanto realizzato probabilmente non troverà posto nel grande disegno definitivo. Un editoriale in un numero recente dell’Architectural Forum, intitolato “London’s Little Planners”, lamentava che la City stesse respingendo proposte rivoluzionarie di miglioramento per la ricostruzione del cuore finanziario dell’Impero sventrato dalle bombe, e criticava i funzionari responsabili per aver deciso un programma conservatore, accusandoli di essere “soffocati dagli spiccioli e dalla tradizione”, e “non pianificatori, ma pessimisti”. Infine, senza ragione apparente, è stata brandito nell’aria questo riferimento a me: “Il realista del breve termine Robert Moses, il Commissario ai Parchi che è diventato sinonimo dello “spirito pratico” della pianificazione a toppe di New York, applaudirebbe il lavoro degli “uomini pratici” di Londra”.

È un fatto curioso che sino ad ora, nella maggior parte delle città più vecchie, la demolizione di slums sia stata realizzata più indirettamente che direttamente, ovvero non tramite ricostruzione di residenze pubbliche, semipubbliche o private, ma con parchi, strade-parco veloci, viali, e altre opere pubbliche. Ho affermato parecchie volte a New York, e non è mai stato contestato, che il mio particolare gruppo di demoni demolitori e costruttori ha, senza gli abracadabra e le fanfare degli operatori sociali, buttato giù più vecchi tuguri di tutti gli esperti di abitazioni e le autorità messi insieme. E la migliore cosa riguardo a ciò è che a questi tuguri non abbiamo sostituito altro che ampie strade fiancheggiate da giardini e strutture per il tempo libero, aperti al sole e agli elementi, fornendo il migliore incentivo per ulteriori demolizioni e miglioramenti nelle aree vicine.

C’è voluta la gran parte di vent’anni a persuadere reazionari, culidipietra, legislatori con la mente rivolta alla campagna, cecchini delle organizzazioni di contribuenti, e legulei azzeccagarbugli, che un miglioramento stradale, fosse una parkway per viaggi brevi, o una strada di comunicazione veloce aperta al traffico misto, non è semplicemente una striscia di marciapiede in una valle di benzina, ma un vero miglioramento che attraversa come un laccio da scarpe o un nastro tutta l’area attraverso cui passa. Porta con sé benefici non solo per chi viaggia in macchina, ma alle migliaia di persone che ci vivono, ci fanno affari, ci vanno a cercare divertimento.

Lo stesso problema sorse quando tentai di proporre questa idea incrociata a quella dell’eliminazione dei passaggi a livello ferroviari. Ci vollero tre emendamenti costituzionali a livello statale in un periodo di vent’anni per raggiungere questo risultato, e l’ultimo lo firmai come Presidente del Comitato per le Autostrade, Parkways e Passaggi a Livello della New York State Constitutional Convention nel 1938. Anche oggi la Commissione dei Servizi Pubblici sta facendo quanto umanamente possibile per ignorare, negare, e interpretare come inesistente un mandato adottato con referendum popolare, secondo la teoria che nel momento in cui vengono eliminate le intersezioni a livello fra strada e ferrovia, non importa se la comunità nel processo è beneficiata, oppure rovinata.

Le nuove abitazioni che devono prendere il posto degli slums, devono essere completamente sovvenzionate con denaro pubblico per le persone coi redditi più bassi; sovvenzionate in parte per il gruppo con reddito più alto; sostenute in altro modo per gruppi con redditi ancora più alti, attraverso piani di prestito agevolato, garanzie della Federal Housing Agency, o altri simili strumenti; oppure lasciate al capitale privato, sostanziosamente incoraggiato, se non propriamente sostenuto finanziariamente, da capitale pubblico. Di solito si richiede un emendamento costituzionale per permettere agli stati o alle municipalità di entrare in questo campo. La maggior parte dei recenti emendamenti costituzionali statali per aprire la via alla realizzazione di case per mano pubblica, semipubblica, o privata con aiuto pubblico, sono vaghi e verbosi; riflettono, senza dubbio, la complessità e novità del problema, la confusione mentale degli autori, e l’ingegnosità degli oppositori che fanno scivolare dentro quelle piccole interpolazioni conosciute alla confraternita degli estensori di atti pubblici come “dormienti”. I “dormienti” sono quei folletti che si svegliano al momento giusto, per dimostrare che l’intento della legge non è quello che popolarmente su supponeva.

Prima della guerra in tutto il paese stava procedendo in modo accelerato la realizzazione di case completamente sovvenzionate con l’uso di prestiti e concessioni federali, statali e locali, l’esercizio del potere di esproprio, e completa esenzione fiscale. Una caratteristica curiosa di queste abitazioni pubbliche era che divenne pratica comune di tutte le agenzie pubbliche per la casa di omettere in tutto o in parte le strutture ricreative, stradali, scuole, servizi di polizia, antincendio, e altri incidentali e correlati miglioramenti di cui avrebbero dovuto occuparsi. Tutti, vennero lasciati al caso, o alla successiva responsabilità dei comuni, con altri fondi.

Credo fortemente nelle abitazioni sovvenzionate con risorse pubbliche entro determinati limiti, e ho lavorato duro per sostenerle, ma voglio essere onesto al riguardo. L’obiettivo di questo genere di abitazioni è di fare in modo che il governo dia alla famiglia di piccolo reddito, ad un affitto dai tre ottavi ad un terzo di quanto un comune proprietario chiederebbe e alla metà di quanto una cooperativa o agenzia di ricostruzione avrebbe bisogno per pagarlo, un appartamento costruito secondo i più alti standards e totalmente fuori di portata per il gruppo di reddito immediatamente superiore. Un inquilino sovvenzionato paga semplicemente per il portiere. Spogliata di tutti i trucchetti contabili, la situazione è che egli non contribuisce per niente all’ammortamento, agli interessi e alle tasse. Il pubblico paga questi conti perché il povero, in un’economia disordinata, possa avere un alloggio decente.

I riformatori entusiasti nel settore dell’abitazione hanno tentato di strutturare questo problema in piccole, nette formule. Per esempio, il compianto consigliere B. Charney Vladeck, eminente opinionista dell’East Side New York e membro della City Housing Authority, schematizzava così per New York: “Seguitemi da vicino, lettori; la mente è più veloce dell’occhio. Ci sono un milione e mezzo di persone che devono essere ricollocate tramite prestiti e sovvenzioni governative. Ognuna ha bisogno di una stanza, ogni stanza costa 2000 dollari. Moltiplicate i 2000 dollari per un milione e mezzo e avrete 3.000.000.000 di dollari. Ora la soluzione del problema. Se avete 4 dollari per coprire interessi e ammortamento potete prendere in prestito 100 dollari. Di conseguenza, se il governo federale, lo stato e il comune contribuiscono ciascuno con un sussidio di 4.000.000 milioni di dollari all’anno, si possono aver in prestito 300.000.000 di dollari annualmente. Se state al passo per dieci anni, abbiamo i 30.000.000.000 che avevamo chiesto”. Il signor Vladeck era una brava persona, ma qui era caduto in un errore di eccessiva semplificazione.

Ovviamente c’è un limite all’abitazione pubblica completamente sovvenzionata, e ci stiamo rapidamente avvicinando ad esso. Non si possono ricostruire tutti gli slums per le persone di reddito più basso. Bisogna farsi carico di questa classe, ma non dobbiamo incoraggiare famiglie più prudenti e capaci ad aggiungersi. La definizione di persona a basso reddito non deve essere continuamente estesa e interpretata sempre più elasticamente. I favoritismi, la cattiva politica, e una dozzina di altri mali falceranno via questo rimedio se non sarà tenuto entro certi limiti.

Una delle grandi difficoltà con le abitazioni pubbliche sovvenzionate dal governo statale e federale è la tendenza di burocrati distanti e dogmatici a insistere sul fatto che, se devono pagare il pifferaio, possono anche scegliere le canzoni. È uno steccato per niente insormontabile. La migliore prova del contrario è fornita dai fondi del sistema autostradale federale e il corrispondente denaro per le autostrade federali e statali: un processo che si è sviluppato senza tentativi di predominanza federale per un periodo di più di un quarto di secolo. Il governo federale ha fissato gli standards ma non ha tentato di indicare dettagli. Se siano applicabili all’abitazione tali generi di abnegazione nelle ordinanze, deve ancora vedersi.

Dovrebbe essere fatto tutto il possibile per incoraggiare le abitazione semi-pubbliche, e l’investimento da parte di fiduciari come le compagnie di assicurazione o le casse di risparmio, così come il capitale privato, nel risanamento degli slums. La difficoltà, qui, sta nel fatto che il terreno è quasi sempre troppo costoso e i costi di costruzione troppo alti per mantenere l’affitto sotto una cifra alla portata del secondo e terzo gruppo di reddito. Un’altra difficoltà sta nell’impossibilità di acquisire numerose quote di terreno di proprietà privata a qualcosa di simile a prezzi ragionevoli. Appena pochi lotti sono acquistati e l’esistenza del progetto diventa voce corrente, i prezzi salgono, intervengono gli speculatori, gli affaristi senza scrupoli si agitano, e individui egoisti calcolano di poter fare un colpo grosso soltanto tenendosi fuori.

In questa situazione il potere di esproprio è la sola salvezza. La requisizione deve essere esercitata per conto della cooperativa o agenzia di ricostruzione dal comune, dallo stato o dal governo federale. Appena questo accade la tendenza di politici e gruppi di pressione è quella di imporre ogni genere di restrizioni sull’impresa, non solo sugli affitti ma sulla selezione degli inquilini e la libertà di azione. Tutti i tipi di elementi estranei vengono iniettati dentro il problema.

Queste manovre spaventano gli investitori timidi: in particolare gli ultraconservatori amministratori fiduciari, che non sono inclini ad assumere proprietà ove sarebbe più sicura un’ipoteca. Il capitale privato è scoraggiato dall’entrare in un campo che nel migliore dei casi è inesplorato e altamente speculativo. Una compagnia di assicurazione, banca o cooperativa che desidera possedere, e non semplicemente affittare, può comprarsi un grosso pezzo di terra non urbanizzata nei sobborghi da un proprietario o istituzione a un prezzo basso, e costruirci attraenti case ad appartamenti con giardino con una copertura relativamente piccola, anziché avventurarsi in un vecchio slum, dove deve pagare enormi prezzi per il terreno, che è di solito sovrastimato, e per edifici che sono senza valore e dovranno essere tirati giù.

Per parecchi anni ho rappresentato il sindaco e le autorità di governo della città, così come la City Planning Commission di New York, in defatiganti e prolungate negoziazioni per il risanamento di slum con funzionari delle maggiori fiduciarie. Dopo mesi di lavoro e litigi, sono stati sviluppati progetti poi crollati, sia perché, come dicono le imprese, erano “troppo sottili”, sia per ostacoli posti sul cammino da altri funzionari pubblici, leggi, estremisti ipercritici.

Alla fine persuademmo la Metropolitan Life Insurance Company a intraprendere il più grande progetto di risanamento di slum del paese, conosciuto come Stuyvesant Town nel cuore del vecchio East Side di Manhattan, e un altro che avrebbe preso il nome di Riverton, nel settore negro di Harlem. Solo la lungimiranza di Frederick H. Ecker, presidente del consiglio di amministrazione della Metropolitan, portò a questo risultato, ed è ancora fonte di sbalordimento per me che seconda la più grande corporation degli Stati Uniti, con infinite opportunità per investimenti più facili, abbia corso tutta una gamma di rischi di scivoloni, per giocarsi sessantacinque milioni di dollari in queste avventure. Non ho nessun dubbio che questi investimenti renderanno oro. Il punto è che rappresentano un completo allontanamento dalla pratica convenzionale.

Resta un altro metodo di miglioramento delle aree malsane e sotto standard, ed è quello del recupero. Il recupero ha i suoi pericoli. Può facilmente diventare uno slogan per attirare padroni di casa il cui unico obiettivo è di frantumare le leggi sulle case d’affitto e gli alloggi multipli, e riportare in uso tuguri dichiarati inagibili per abitazione umana. Qui, ancora, rispunta il vecchio conflitto tra il perfezionista e l’uomo pratico. Il perfezionista non vuole che i vecchi edifici vengano resi salubri e a prova di incendio senza cambiarne il carattere essenziale. Dice che questa mossa perpetua lo slum, e gli dà un nuovo periodo di vita quando starebbe già per morire di morte naturale. Egli è a favore del recupero solo se un a casa su tre è tirata giù e le due rimanenti sono completamente ricostruite; e può dimostrare che questo processo è così costoso che ne vale a fatica la pena. È però un fatto, che nella maggior parte delle città una quantità di vecchie case d’affitto e altre abitazioni possono essere rese sicure, sane, e abbastanza comode per un certo numero di anni a costi ragionevoli.

Molti di questi quartieri sono destinati ad essere abitati comunque: semplicemente perché non ci possono essere abbastanza nuove abitazioni pubbliche e semipubbliche a prenderne il posto. Questa situazione può essere notevolmente migliorata realizzando nuove strade che taglino attraverso, e corsie pedonali, e piccoli parchi di vicinato e campi da gioco. La media delle vecchie abitazioni di mattoni ha ancora a disposizione un buon periodo di vita, e le persone possono abitare decentemente in quartieri affollati se hanno il riscaldamento, l’acqua calda, i bagni, le scale antincendio, la luce elettrica e il gas.

Un’altra ragione per cui queste vecchie case dovranno essere usate, è il fatto che esse costituiscono gli unici ricoveri temporanei per coloro che sono gettati sulla strada per fare spazio ai nuovi progetti residenziali pubblici e semipubblici. Ovviamente, gli inquilini degli edifici che stanno per essere rasi al suolo devono andare da qualche parte, e spesso rappresentano famiglie che non hanno né diritto a rientrare nelle nuove case pubbliche, né hanno reddito sufficiente per muoversi verso i quartieri semipubblici, quando saranno completati.

Qualche idea sulla complessità di questo problema si può cogliere dal fatto che a New York almeno sessantamila persone vivono in case in procinto di essere demolite per risanamento di slum a iniziativa pubblica o privata da realizzarsi immediatamente dopo la guerra; e se Baltimora adotterà il programma stradale che qualcuno di noi ha raccomandato recentemente, circa ventimila persone, la maggior parte abitanti dentro a degradate piccionaie, dovrà essere rialloggiata altrove. In queste condizioni, la tendenza naturale delle autorità pubbliche in materia di abitazione è di rinviare i progetti o di scadenziarli su un lungo periodo seguente la guerra, per minimizzare la difficoltà di rialloggio ed evitare di affrontarla con franchezza.

Un serio ostacolo nel modo di finanziare il risanamento degli slums sta nella non-volontà delle organizzazioni dei lavoratori di cooperare a qualunque programma che non mantenga l’inalienabile diritto alle paghe orarie, alle dispute giuridiche e scioperi, alla resistenza a invenzioni e innovazioni nel campo dell’edilizia. L’idea che qualunque sforzo per ridurre i costi di costruzione, ogni avanzamento nelle tecniche costruttive, è un attacco al sindacalismo e una cospirazione contro il lavoratore è così profondamente radicata che non sembra possibile rimuoverla. Questo atteggiamento è senza senso, ma non cambierà finché non tratteremo con un’altra generazione di funzionari sindacali educati da una scuola migliore.

Sfortunatamente, a New York e in molte altre città l’edilizia pubblica ha svuotato non le peggiori, ma le migliori aree riconosciute come slums: ovvero quelle favorevolmente localizzate su parchi e sponde, dove i valori fondiari erano relativamente bassi a causa di stalle, depositi di rottami, garages e altri edifici di basso profilo. Gli esperti pubblici di abitazioni hanno selezionato i migliori e più convenienti terreni al prezzo più basso. Hanno costruito o progettato sopra questi terreni favoriti nuove comunità, lasciando proprio dietro a sé slums che spesso ora avranno meno luce e aria di quanta non ne avessero prima, e che in molti casi sono le aree su cui le abitazioni pubbliche avrebbero dovuto essere costruite. In altri casi, i cosiddetti esperti di abitazioni pubbliche hanno collocato quartieri in settori esterni dove non c’erano affatto slums, e hanno attirato lì abitanti dai quartieri degradati. Questi vecchi quartieri non sono stati lasciati vuoti, ma in molti casi mezzi pieni, non abbastanza per mandare in bancarotta il proprietario o far cadere la proprietà nelle mani della banca o di altro detentore di ipoteca.

C’è un’altra cosa a cui pensare, ed è la prevenzione di ulteriori slums dal degrado e degenerazione di proprietà residenziali trasformate da alloggio monofamiliare a multifamiliare. Questi slums potenziali sono sovraedificati a causa di standards di azzonamento tenuti artificiosamente bassi e inadeguati dagli affaristi immobiliari e dai loro amichetti nella professione architettonica, nelle banche che hanno concesso prestiti imprudenti, e fra i ranghi dei costruttori, dei membri della Camera di Commercio, e altri strateghi dell’edilizia che sentono nelle ossa che ci sarà un grande boom subito dopo la guerra. Tutti questi, vogliono battere cassa su ogni centesimo di valore del terreno che può essere scambiato, comprato, o effettivamente edificato.

Nella città di New York adottammo la nostra prima ordinanza di zoning vent’otto anni fa, fronteggiando la più aspra opposizione e in un’epoca in cui l’atteggiamento delle corti di giustizia sulla sua costituzionalità non era conosciuto. Per stabilire il principio dello zoning, i proponenti del piano accettarono qualunque emendamento, per quanto azzoppante, proposto da chi era convinto che, se la corte avesse confermato questa mostruosa invasione delle loro prerogative, l’ordinanza sarebbe comunque stata quanto più possibile debole e inefficace. Alcune città erano più avanti di noi; molte ci seguirono. Non sono a conoscenza di nessuna ordinanza di zoning con standards corretti e adeguati in nessuna grande città degli Stati Uniti. Tutte rappresentano enormi concessioni a potenti interessi, come quelle fatte a New York nel 1916. In molti casi l’esecuzione di queste ordinanze fu messa nelle mani di funzionari così timidi, incerti, o anche corrotti, da assicurare che nessun costruttore speculativo su terreni costosi in aree centrali congestionate avesse molto di cui preoccuparsi.

Dopo vent’otto anni, l’attuale City Planning Commission di New York ha finalmente preso coraggio, e ha proposto un cauto innalzamento degli standards relativi a superficie e altezza: ovvero, requisiti di densità. Dalle grida di furore e angoscia che si sono levate dalla mondo immobiliare, uno penserebbe che si sia proposto di mandare in rovina la città. Quello che abbiamo fatto è semplicemente di innalzare i requisiti di ogni classe di una unità. Per esempio, in un distretto cosiddetto di “altezza una volta”, dove ora l’altezza di un edificio sul filo del marciapiede è limitata dalla larghezza della strada, il nuovo standard indica un’altezza di soli sette ottavi rispetto alla larghezza della strada. Similmente, in un distretto “una volta e mezza”, la nuova altezza sarà una volta e un quarto la larghezza della strada. Per quanto riguarda l’area, alla nostra classe più bassa, A, è dato lo standard dell’attuale classe B, la classe B è alzata alla classe C, e così via.

Tutto questo, è rappresentato dai potenti gruppi reazionari come confiscatorio, socialista, e un’offesa. Il leader dell’opposizione di oggi è il figlio del leader dell’opposizione al piano originale adottato nel 1916. Questa gente ha anche tentato di dimostrare ai sindacati che non ci sarà lavoro dopo la guerra se il nostro emendamento diventerà operativo, che gli affari e l’industria abbandoneranno la città, e che avremo una città fantasma in pochi anni.

Gli immobiliaristi oppositori degli emendamenti in discussione allo zoning di New York seguono la solita tecnica. Chiedono più tempo per esaminare la questione e una moratoria per due o tre anni dopo la guerra. Per mostrare di avere filiali anche nel campo degli angeli, si appellano a studi approfonditi e piani generali per ridurre scientificamente la densità degli edifici futuri. L’ultimo gesto, è l’invito ai riformatori più estremisti, con cui essi non hanno davvero niente in comune. Lo spettacolo di incalliti affaristi e urbanisti capelloni che viaggiano insieme sullo stesso omnibus verso la perfezione, con l’ordine di non fare fermate intermedie, ha un suo humor.

Sono lieto di poter dire che cinque su sei membri della City Planning Commission non sono rimasti affatto impressionati da tutto questo strombazzamento. I nuovi standards sono stati adottati dalla Commissione. Penso che la nostra spiegazione sarà accettata dal pubblico, nonostante la confusione che gli oppositori hanno abilmente tentato di creare. Gli emendamenti ora passano alle autorità di governo, al Board of Estimate, per la sanzione finale. Diverranno effettivi a meno che dodici su sedici voti del Board si raccolgano contro di essi. Sono abbastanza convinto dell’integrità, spirito pubblico e coraggio del Sindaco La Guardia, del Comptroller McGoldrick e del Presidente del Consiglio, Newbold Morris, che messi insieme hanno voti sufficienti per sostenere la Planning Commission, per credere che quando questo articolo sarà pubblicato i nuovi standards saranno legge. Se sarà così, avremo fatto qualcosa per prevenire futuri slums.

Titolo originale: Slums and City Planning, The Atlantic, gennaio 1945 – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini

Vedi anche, qui su La Città Conquistatrice, Arthur R. Simon, La tragedia del rinnovo urbano (1966)

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