Lo sprawl è sempre lo sprawl, altro che sostenibile

Ogni tanto prendersela con quelli del mattone di paglia per farsi la casetta da pionieri in mezzo al bosco, o addirittura della capanna sugli alberi, pare davvero come sparare sulla Croce Rossa. Perché in fondo (a tutti salvo che a loro, naturalmente) appare evidente che, vuoi dal punto di vista simbolico, vuoi soprattutto sul portato pratico, quelle cosiddette scelte di vita nulla hanno a che vedere col rispetto dell’ambiente, con la sostenibilità e via dicendo. In fondo sono bastate quelle poche volte in cui a qualcuno è venuto l’uzzo di fare due conti su emissioni, consumi, impronte ecologiche, sprechi energetici, e mostrare dati alla mano come lo sbandierato «ricongiungimento con la natura» fosse in realtà una obliterazione della natura stessa. Con rarissime eccezioni, la sedicente capanna dei pionieri si dimostra perfettamente in linea con la sua antenata, nell’aprire invece una nuova frontiera di consumi indotti e impatti ambientali moltiplicati, per il semplice fatto che gli stili di vita contemporanei (quelli a cui tutti in un modo o nell’altro aderiscono) trovano la loro migliore applicazione nel contesto organizzato e compatto della città. La cosa non convince però i fautori, vuoi in buona fede, vuoi per inconfessabili motivi economico-ideologici, dell’antiurbanesimo come paradiso in terra. Eredi di una lunga tradizione di pensiero che, una volta constatati i problemi oggettivi della densità, di esseri umani, cose, flussi e relazioni, si è per così dire rivolta con nostalgia al ramo di albero da cui erano scesi sulla savana i nostri scimmieschi antenati, scambiandolo per l’Eden e provando e riprovando ad arrampicarcisi di nuovo.

L’ideologia suburbana «sostenibile»

La fuga, in gergo poeticamente flight, delle famigliole neopioniere verso le frontiere immerse nella verzura che pare quasi vera (a volte è addirittura vera, quella residua) continua pervicacemente ad essere presentata per quello che non è, ovvero ricongiungimento con ritmi più conformi al nostro istinto primordiale, relazione diretta con piante, animali, cicli delle stagioni. Una montagna di sciocchezze, che forse ha qualche vago fondamento nella situazione oggettivamente disastrosa delle città in epoca precedente alla fissazione di accettabili standard urbanistici, sanitari, e di servizio, non certo oggi che quanto a dotazione di verde, aria accettabilmente pura, spazio per il tempo libero, l’unica vera differenza avvertibile tra un buon suburbio e un buon quartiere urbano è quella visiva. E poi ci sono le altre differenze, quelle non immediatamente avvertibili, e di cui si parlava prima a proposito di impronta ecologica, consumi energetici, di suolo e così via. Tutto ciò che storicamente è accaduto ad ogni trasformazione territoriale di quel genere, visto che con tutte le possibili cautele (reali o dichiarate) prima o poi emerge quanto il modello del nuovo insediamento automobilistico a bassa densità si tiri appresso impatti che di sostenibile non hanno proprio nulla. Lo ribadiva se necessario pochi anni fa l’esperienza delle abortite eco-town britanniche, alla fine crollate una dopo l’altra proprio sui conti oggettivi di quanto non fossero affatto eco, salvo naturalmente le affermazioni di principio e qualche orpello tecno-ambientale, dai pannelli solari in giù.

Insistere nell’errore è diabolico

Tutto, in buona sostanza, poggia su quella concezione istintiva quanto sballata di sostenibilità che identifica comunque il «basso impatto» sull’ambiente con una soggettiva «bassa visibilità» delle cose che impattano là dove ce le aspetteremmo. Le case basse che consumano più suolo impermeabilizzando molte più superfici pro capite, diventano così chissà perché sostenibili e a misura d’uomo, e la superstrada mezza mascherata da scarpate cespugliose e filari di alberi maturi, anche con tre file di auto in coda, diventa meno impattante dei binari di una metropolitana o di una ferrovia. E figuriamoci poi quando gli abili operatori immobiliari (è da sempre il loro mestiere, vendere al meglio il prodotto enfatizzando ciò a cui il cliente pare più sensibile in quel momento) si fanno in quattro per mettere in primo piano qualche loro progetto di tutela particolare della flora o fauna locale, o l’introduzione di tutti i marchingegni più moderni nelle costruzioni, negli impianti, nelle finiture e infrastrutture base. L’immagine pubblicitaria diventa così non solo di «sostenibilità» a prescindere come suggerisce automaticamente l’idea di fondo, ma sostenibilità aumentata. Quando invece sappiamo da decenni, dati su dati su dati alla mano, che se cresce la popolazione, l’unica risposta abitativa davvero a basso impatto è quella urbana, ovvero compatta e con densità superiori ad una certa soglia. Non certo la decina di abitanti ettaro complessiva di progetti come il costruendo Newhall Ranch, nella contea di Los Angeles, che il quotidiano locale ha giustamente stroncato come «sprawl insostenibile», e per una popolazione dell’ordine di 50.000 abitanti circa in un colpo solo.

Riferimenti:
Los Angeles County, Department of Regional Planning, Newhall Ranch Specific Plan
Il sito Newhall gestito dal costruttore Five Points Holding (con tutto ciò che di ideologico si trattava nell’articolo di presentazione)

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